“Da qui non retrocediamo”. Le rivolte turche dall’inizio e prima dell’inizio

Andrea Leoni

La Turchia è in rivolta da cinque giorni: le immagini degli scontri vengono trasmesse in tutti i canali anche mainstream che, come abbiamo tenuto a ricordare ieri, non sempre trattano con la dovuta attenzione il tema. Ma in mezzo a tutto il caos che si è creato attorno alla vicenda facciamo un po’ di ordine. Cosa ha portato a queste rivolte? Quali sono le componenti della piazza? Quali sono le richieste? E perché è così importante una rivolta del genere.

La giornata di ieri è stata senz’altro molto importante. Oltre che scontri sono stati registrati ovunque, il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha di nuovo parlato alla nazione per rispondere su cosa sta succedendo e prima di imbarcarsi per il Marocco ha tenuto a ribadire come le proteste siano manovrate da estremisti e dai violenti. Quando il premier parla di violenti non si capisce se faccia riferimento alla polizia o ai manifestanti, dal momento in cui è sotto gli occhi di tutti di come sia sproporzionato l’uso della violenza da parte della polizia. Di ciò i manifestanti turchi ne sono abituati ed ogni primo maggio, ciò viene ricordato (o a qualche celebrazione dei curdi, Newroz o ricorrenza legata a Ocalan che sia). Anche quest’anno, infatti, durante le celebrazioni della festa dei lavoratori una giovane manifestante era stata ferita gravemente e noi ne avevamo parlato qui. Insomma i poliziotti turchi sono famosi per la loro brutalità e ciò lo denuncia anche Amnesty International che “le autorità turche devono ordinare alla polizia di interrompere l’uso eccessivo della forza contro manifestanti pacifici a Istanbul e indagare immediatamente su presunti abusi dopo che più di un centinaio di persone sono rimaste ferite durante una manifestazione pacifica in corso in un parco del centro cittadino”.

Al momento non sono chiari i numeri dei feriti e di un morto o più (non si hanno dati ancora accertati ma un nome viene pubblicato anche dalla BBC si tratta del vent’enne Mehmet Ayvalitas) comunque sia Amnesty denuncia come siano più di un centinaio quelli feriti alla testa durante gli scontri, di cui due hanno dovuto subire un intervento chirurgico d’urgenza, “una forza eccessiva che è abitualmente utilizzata dalle forze dell’ordine per disperdere le proteste in Turchia” come ricorda la stessa organizzazione che si batte per i diritti umani. Significativo rispetto a ciò anche questo video di seguito che riprende un poliziotto che spara un lacrimogeno ad altezza uomo ed esulta una volta che ha preso in pieno il manifestante.

 

 

Così ieri non ci sono state solo le dichiarazioni del presidente turco, ma ancora una volta i manifestanti si sono riuniti a piazza Taksim e scontri hanno avuto luogo un’altra volta. I lacrimogeni sono stati sparanti anche da un elicottero e in tutta la piazza un atroce odore di gas rendeva l’aria irrespirabile, come testimoniano le varie corrispondenze dalla Turchia. Il gas è arrivato fino all’ufficio proprio del premier Erdogan, nel quartiere Besiktas di Istanbul. Da piazza Taksim il grido di “Erdogan dimissioni” si è diffuso fino ad Ankara, la capitale dove migliaia di manifestanti una volta confluiti nella piazza centrale, Kizilay, sono stati attaccati dalla polizia con cannoni ad acqua e lacrimogeni. Il bilancio degli arresti è così salito a 1700 e a 2000 i feriti in circa 67 città di tutta la Turchia. Le rivolte si stanno diffondendo in tutto il paese: scontri oltre che a Istanbul si registrano ad Ankara, Dadana, Smirne e Antalia a dimostrazione di come il tema abbia toccato tutti e di come non sia troppo ben voluto il premier Erdogan. Proprio a Smirne i manifestanti hanno dato fuoco ad un ufficio del partito di governo.

Tutto è partito da quando, il 26 maggio scorso, il Gezi Parki, vicino alla piazza Taksim ad Istanbul alcuni giovani avevano occupato il posto per protestare contro l’amministrazione per il nuovo piano urbano che avrebbe previsto la demolizione del parco, una delle poche aree verdi nella zona, per sostituirlo con la costruzione di un enorme centro commerciale. Succede che così, il 31 maggio interviene la polizia per sgomberare l’accampamento con spray urticante e dando fuoco alle tende (qui trovate una delle prime foto che ha fatto subito il giro del mondo) . A questo punto le proteste prendono rilievo nazionale, gli abitanti del quartiere scendono subito in piazza per solidarizzare, ma così anche buona parte dei giovani della metropoli turca, il tam-tam via social network mobilita in troppi tanto che il premier Erdogan tiene a ribadire in un discorso come su twitter le notizie siano distorte (peccato per lui che video e foto testimoniavano quanto gli attivisti sostenevano).

Qualche immagine presa dal profilo facebook di Diren Gezi Parki

Quando le connessioni 3G nei luoghi degli scontri non funzionavano (perché bloccate), i gestori dei negozi hanno dato libero accesso alle loro connessioni così come i ristoratori degli hotel per far si che gli attivisti e le attiviste riuscissero a comunicare con il mondo esterno. #OccupyGezi ha fatto paura e ha mobilitato per i giorni seguenti ancora molta gente, giorni di lotta e di scontri l’1 giugno, il 2 e poi la notte del 3 una delle più pesanti: troppi feriti e le moschee e i negozi che fungevano da ospedale di fortuna.

Come molti attivisti tengono a ribadire, la rivolta è iniziata da persone semplici e normali, giovani che non appartenevano a nessun movimento politico, ad alcuna organizzazione politica, come riporta un blogger: “la gente andava al parco con le loro coperte, libri e bambini. Hanno messo le loro tende verso e hanno trascorso la notte sotto gli alberi.La mattina presto, quando le ruspe hanno iniziato a distruggere gli alberi secolari dal terreno, si alzarono contro di loro per interrompere l’operazione. Non hanno fatto altro che mettersi in piedi davanti alle macchine”.

Alle rivolte hanno preso parte subito i vari partiti d’opposizione, quello curdo in prima linea ma come anche quelli comunisti, gli anarchici ma anche altre piattaforme come quella degli ultras. I tifosi infatti delle tre squadre più blasonate del Paese gli UltrAslan del Galatasaray, i Vamos Bien del Fenerbahce e i Çarşı del Besiktas acerrimi nemici durante il campionato in un momento così importante hanno firmato un comunicato congiunto nel quale hanno chiesto un centinaio di maschere antigas per liberare il parco. La loro presenza ricorda molto quella degli ultras egiziani che hanno giocato (al Cairo) e giocano tutt’ora (a Port Said) un ruolo fondamentale nelle rivolte che sono avvenute dal 2011 ad oggi. Elif Batuman del New Yorker ha raccolto la testimonianza di uno dei capi storici dei Çarşı del Besiktas che gli ha scritto come “nessuno possa intimidirli” e che loro rimarranno in piazza.

Qualcosa sarebbe da chiarire rispetto all’inizio e al significato della rivolta, si sono spesso banalizzate le rivolte avvicinandole a tumulti provocati per necessità molto banali (l’ultima è stata quella della rivolta della birra che il premier vorrebbe bandire per “proteggere i cittadini da abitudini non islamiche”) come abbiamo ribadito varie volte e come si approfondisce per bene qui. Diciamo che il parco è stato piuttosto un pretesto, come scrivono bloggers e attivist* “non è solo una protesta per salvare degli alberi”, in Turchia un governo che è diventato sempre più repressivo, anche se la stampa italiana teneva a scrivere sull’Erdogan (che addirittura gli era stato accostato il premio Nobel per la Pace).

Repressione che si può ricordare non solo nel soffocamento della piazza (Taksim peraltro, da ribadire è che la piazza ha un valore molto importante per i turchi) del primo maggio, ma dalla storia delle due del Grup Yorum (nota band della sinistra radicale turca) quando le due furono brutalmente torturate, i soliti arresti e il solito odio contro i kurdi: massacrati letteralmente tra galere e bombardamenti (anche e spesso sui civili) con la scusa dello sradicamento del “terrorismo” del Pkk. Il problema armeno e poi ultimamente la storia della misteriosa bomba che ha ucciso cinquanta persone a Reyhanli nei confini con la Siria (nella quale la Turchia ha un ruolo assolutamente prioritario) e poi il nuovo piano urbano che per ultima istanza ha coinvolto anche questo parco. Repressione che anche in Italia ha portato i suoi strascichi quando una rifugiata politica turca, Seda, era stata arrestata a Pisa proprio poco tempo fa.

Come si riportava sul sito Mustereklerimiz in una delle tante testimonianze che si leggono per la rete la rivolta non è destinata a concludersi: ”abbiamo visto che basta una scintilla per accendere il corpo della resistenza. Adesso sappiamo che ci portiamo dietro altre scintille per altre nuove battaglie. Adesso sappiamo di cosa siamo capaci quando lottiamo collettivamente contro l’esproprio dei nostri beni perché abbiamo scoperto cosa si prova a resistere. Da qui non retrocediamo. Sappiamo che basta un momento perche una scintilla prenda fuoco – e di scintille ne abbiamo ancora tante. Questo e’ soltanto l’inizio – la lotta continua!”

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