L’Egitto in attesa del discorso di Morsi e del 30 giugno

Andrea Leoni

Il 30 giugno prossimo, Mohamed Morsi, compierà il primo anno di mandato alla guida di presidente dell’Egitto, fu votato da più di tredici milioni di persone. Alla sua vittoria caroselli e festeggiamenti impazzavano per le strade del Cairo, Tahrir era in festa anche perché gli stessi Fratelli Musulmani erano parte integrante delle proteste che riuscirono a destituire Hosni Mubarak. I Fratelli Musulmani fino a quel momento furono l’unica opposizione negli anni più o meno riconosciuta (venne brutalmente repressa in alcuni periodi dell’era Mubarak), e ciò ha dato sempre un enorme vantaggio a Morsi e al suo partito nei confronti degli altri schieramenti d’opposizione: il forte radicamento si riscontrava un po’ dappertutto nelle zone rurali.

Morsi si presentò con vari obiettivi, primo tra tutti ridare la “dignità” agli egiziani dopo anni di dittatura: diritti per tutti e tutte (anche per le donne, e ciò era inserito anche in un punto programmatico) e indipendenza da qualsiasi altro apparato, religioso (anche se il partito si ispirava alla legge islamica) e militare. Così non è stato: uno dei momenti di rottura “ufficiali” è stato il decreto con il quale Morsi si è attribuito poteri giudiziari, la situazione per molti egiziani ed egiziane non è migliorata, la tanto declamata “libertà di opinione” non si è mai vista e piazza Tahrir si è riempita di nuovo. Come la famigerata piazza del Cairo anche molte città del Paese hanno visto scendere in piazza milioni di persone: ancora una volta giorni di scontri (come quelli famosi dello scorso anno a Tahrir e al palazzo presidenziale o quelli legati alla “vicenda calcistica” di Port Said), uccisioni di manifestanti e brutale repressione che non ha risparmiato proprio nessuno: bambini uccisi e donne stuprate.

Il bilancio di un anno possiamo definirlo disastroso per l’era Morsi e ciò è testimoniato da troppi episodi. Ancora una volta, una parte privilegiata degli egiziani (i Fratelli Musulmani) si ritrovano in vere e proprie guerriglie contro un’altra parte della società che è ostile al governo. Scene raccapriccianti come l’assedio al palazzo presidenziale in cui il palazzo viene difeso non solo da militari e polizia ma anche da squadre paramilitari legate al partito di governo, aggressioni con pistole contro gli oppositori (che vengono rapiti) commesse dagli stessi gruppi legati ai Fratelli Musulmani, un clima da guerra civile a bassa intensità. Le violenze non si fermano: negli scontri settimanali a Mahalla e Kafr El-Sheikh si sono opposti “uomini barbuti” come riporta il quotidiano egiziano Ahram Online con oppositori a Morsi (due ragazzi, di cui uno di 12 anni sarebbero rimasti gravemente feriti)

Ad un anno ad tutto ciò la gente è ancora decisa e pronta per scendere in piazza, si parla del “30 giugno” da troppo tempo, e mentre venerdì scorso (un’altra manifestazione del genere si svolgerà questo venerdì) le piazze si sono riempite di manifestanti filo-governativi (salafiti inclusi), domenica prossima si aspettano milioni di persone che invaderanno le strade di qualsiasi città in Egitto. In piazza ci si aspettano quelli e quelle della campagna Tamarod appoggiata da shyfeencom, dal movimento Keyafa, dal Fronte di salvezza nazionale e dal Movimento 6 aprile ma anche dagli sciiti che hanno segnato 100mila firma delle 15 milioni che era l’obiettivo per il 30 giugno appunto.

 

 

In tutto questo clima da guerra civile, ad alzare la tensione c’ha pensato l’esercito, con un avvertimento il ministro della Difesa (nonché capo delle forze armate) Abdel Fatah el Sissi ha fatto sapere che l’esercito non rimarrà a guardare la caduta del paese in un “conflitto incontrollabile”, i militari sono stati sempre dalla parte del popolo e hanno sempre combattuto per la volontà del popolo ha sottolineato. El Sissi ha detto pure che se fin’ora gli apparati militari si sono tenuti fuori dalla politica, avrebbero comunque sia la responsabilità “morale” di intervenire per evitare qualsiasi entrata in “tunnel oscuri”. Nell’analisi dello stato del paese il capo delle forze armate ha sottolineato la “divisione” del popolo stesso, un discorso che ha diffuso parecchia preoccupazione. I militari, c’è da ricordarlo, sono stati determinanti nella Rivoluzione del 2011 e sono intervenuti anche a margine di guerriglie successive (come quelle derivate dalla “disubbidienza civile” a Port Said), sono molti peraltro gli episodi che testimoniano la contrarietà tra loro e la polizia (e ciò è anche dato dal fatto che la leva è obbligatoria per tutti).

La risposta ai militari da parte del portavoce del presidente Morsi, Ihab Fahmy, è stata secca e stizzita: “c’è un presidente che governa il Paese in maniera democratica, a seguito di elezioni democratiche. Non possiamo immaginare che l’esercito possa tornare. L’esercito ha un solo compito: proteggere i confini e garantire la sicurezza delle istituzioni strategiche. Non c’è alcun ruolo politico per l’esercito”. Gli stessi vertici del governo hanno ulteriormente reso l’aria più tesa quando (anche se non è la prima volta) i corrispondenti stranieri al Cairo hanno ricevuto una convocazione al palazzo presidenziale proprio in vista del 30 giugno.

A tutto ciò vanno aggiunte le altre notizie non poco rilevanti: Ahmed Shafiq, uno dei concorrenti alle elezioni che hanno decretato la vittoria di Morsi ha fatto ricorso sostenendo che i Fratelli Musulmani avevano preparato già delle schede prestampate per il voto (e il suo avvocato dice di avere le prove), il termine dell’archiviazione non decade dal momento in cui “sorgono nuove prove”, quindi il ricorso di Shafiq è ancora in tempo spiega ancora l’Ahram Online. Le proteste a seguito della nomina (decisa da Morsi) del nuovo governatore di Luxor, l’esponente del movimento integralista Jamaa Islamiya, Adel el Khayat, hanno trovato riscontro, infatti dopo che molti manifestanti avevano impedito l’accesso nel suo ufficio, el Khayat si è dimesso. Essendo il governatorato un luogo peraltro molto fertile di turismo, era impensabile secondo i manifestanti che a capo di questa regione ci possa essere un membro della Jamaa Islamiya uno dei gruppi accusati dell’attacco del 1997 in cui rimasero vittime ben 58 turisti.

Non ultimo il brutale attacco in un villaggio appena fuori dal Cairo nella provincia di Giza: quattro sciiti sono stati pestati nelle loro case a morte da migliaia di sunniti dopo che quest’ultimi li avevano invitati a lasciare il villaggio entro il tramonto. Tutto ciò per motivi religiosi, le immagini del video che segue sono raccapriccianti.

 

 

Ci siamo occupati molto di Egitto, di seguito qualche approfondimento:

QUI un nostro reportage dall’Egitto significativo per capire le differenze tra l’era Morsi e quella di Mubarak

QUI il fotoreportage “una rivoluzione dopo una rivoluzione”.

QUI l’intervista a Rawda Ahmed

QUI e QUI altri due reportage nostri dal Cairo

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