L’eredità del “macellaio del Bahrain”

Il 15 aprile è stata diffusa la notizia della morte di Ian Henderson, l’uomo che ha escogitato e messo in moto la macchina repressiva del regime degli al-Khalifa in Bahrain dall’indipendenza fino ad oggi. Cogliamo l’occasione per fare un bilancio della sua controversa figura e riflettere sull’eredità che quarant’anni di operato lasciano nel Paese.

Henderson ha iniziato la sua carriera come funzionario coloniale in Kenia, dove ha contribuito a reprimere nel sangue la rivolta anti-colonialista dei Mao-mao. Dopo l’indipendenza, il governo britannico nel 1968 lo trasferì in Bahrain e gli affidò il ruolo di Consigliere della sicurezza degli al-Khalifa. Una volta ottenuta l’indipendenza dal Regno Unito il primo ministro del Bahrain decise di continuare a tenere Henderson come consigliere della sicurezza e lo mise a capo del Servizio di sicurezza e di intelligence del Bahrain.

La principale missione di quest’organo era quella di scovare i gruppi dissidenti che operavano a favore della democrazia (sunniti o sciiti che fossero) e di annientarli. Le politiche di discriminazione, esclusione e intolleranza messe in atto dalla famiglia regnante (appartenente alla minoranza sunnita) sulla popolazione (a maggioranza sciita) sono state escogitate e messe in pratica dallo stesso Henderson e dai suoi subordinati con il beneplacito del primo ministro. Per oltre quarant’anni il Bahrain è stato trasformato in una prigione a cielo aperto di cui hanno fatto le spese le migliaia di giovani che dopo l’indipendenza del Bahrain e negli anni 90 invocavano l’apertura del parlamento e la fine dello stato di sicurezza. Henderson ha instillato nella popolazione la paura, ha cementato il potere del primo ministro e ha sradicato tutte le voci di dissenso attraverso la repressione, la violazione sistematica dei diritti umani e, in alcuni casi, anche la tortura. Tutto ciò ha fatto guadagnare a Henderson il soprannome “macellaio del Bahrain”. (vedi l’articolo di Emile Nakhleh su Inter Press Service)

Eppure la politica del terrore di cui Henderson è stato autore in Bahrain insieme al rigido controllo della vita politica ed economica del paese attuato dalla famiglia regnante non sono serviti né a cementare l’autorità della dinastia degli al-Khalifa, né a ridurre al silenzio le richieste di riforme, uguaglianza, giustizia e di partecipazione popolare, come hanno mostrato le manifestazioni di protesta della società civile che, negli ultimi due anni, hanno messo in crisi il regime.

La morte di Henderson, a due anni di distanza dall’inizio delle proteste, deve essere quindi interpretata dalla famiglia regnante come il segnale dell’inizio di una nuova era per il Bahrain in cui la strategia del terrore e del controllo poliziesco non è più sufficiente a tenere sotto controllo una generazione di giovani e di attivisti che continuano ogni giorno a scendere in piazza per chiedere la fine del regime (ce ne siamo occupati qui)

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