L’Europa non ci chiede solo il pareggio di bilancio, ci chiede anche di riconoscere diritti

In occasione della Nona giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, la Presidente della Camera Laura Boldrini in un discorso pronunciato davanti al Senato ha lanciato un forte messaggio a favore del riconoscimento giuridico delle unioni di fatto, come strada da seguire per superare i pregiudizi ed eliminare definitivamente le discriminazioni di genere.

Vi riproponiamo qui il suo discorso integrale:

L’omofobia si combatte in tre modi. Bisogna garantire maggiori diritti. Bisogna punire chi attua violenze o aggressioni di natura omofoba. Bisogna combattere una battaglia culturale contro i pregiudizi e gli stereotipi. Riconoscere diritti a chi non ne ha non significa toglierli ad altri, a chi già li possiede. Significa svolgere un’azione culturale dentro la società e tra le persone: dobbiamo o no essere uguali? Questo dice la Costituzione. Per questo penso che le persone omosessuali devono veder riconosciute giuridicamente le loro unioni anche in Italia, come avviene già in diciotto e, a breve, in diciannove Paesi dell’Unione europea. L’Europa ce lo chiede. L’Europa non ci chiede solo il pareggio di bilancio, ci chiede anche di riconoscere diritti”Non è più possibile che – ha spiegato ancora la presidente della Camera – com’è accaduto ad alcuni miei amici, due persone dello stesso sesso che desiderano passare il resto della loro vita assieme non possano avere un riconoscimento della loro unione, da parte dello Stato italiano, e debbano cercarlo e trovarlo all’estero. Non è più possibile che, se uno dei due partner di una coppia omosessuale è gravemente malato o viene a mancare, l’altro non abbia il diritto di stargli accanto in ospedale o di ereditare i suoi beni, così come avviene per chi è sposato. In altri paesi, ed in altri tempi in Italia, erano i leader politici a portare avanti le battaglie per l’avanzamento dei diritti, spesso con grande coraggio ed in anticipo sui tempi. Adesso in Italia sembra accadere il contrario. Mentre la diversità di orientamento sessuale è ormai, nonostante gli intollerabili episodi di discriminazione, largamente accettata, il mondo politico è rimasto indietro. Sarebbe utile mettersi al passo per colmare questa distanza

Bisogna perseguire chi incita all’odio contro gli omosessuali e chi si macchia di violenze nei loro confronti. Anche su questo fronte, dobbiamo recuperare un ritardo. Nella maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea ci sono leggi che prevedono sanzioni penali per chi commette violenze omofobe o introducono il movente omofobo quale circostanza aggravante. Alcuni Paesi condannano la discriminazione omofoba, in maniera esplicita o implicita, perfino nelle loro Costituzioni. Nella scorsa legislatura, sono state presentate diverse proposte di legge per introdurre l’aggravante di omofobia nel codice penale e per inserire l’omofobia tra le tipologie di discriminazione sanzionate dalla legge Mancino. Auspico che il Parlamento attuale riprenda questo lavoro e lo porti finalmente a compimento. Mi adopererò, nell’ambito dei miei poteri, perché questo accada. E’ necessario, infine che sia portata avanti con coraggio una battaglia culturale. Le donne in Italia hanno saputo, negli ultimi tempi, far sentire la loro voce contro la violenza di genere e contro la mercificazione dei loro corpi. Nelle prossime settimane, grazie all’impegno di tante donne in Parlamento e nel Governo, l’Italia sarà tra i primi Paesi membri dell’Unione Europea a ratificare la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e contro la violenza domestica. Dobbiamo ora intraprendere anche un’altra grande offensiva ideale, quella per porre fine all’omofobia. Nelle scuole – ha detto ancora la presidente della Camera – l’orientamento sessuale di un ragazzo o di una ragazza non deve più scatenare il bullismo. Nelle strade delle nostre città, due persone che si amano devono poter passeggiare senza essere derisi, minacciati, aggrediti, per il solo fatto di essere lesbiche o gay. Questa battaglia va portata avanti nel paese, ma anche qui, in Parlamento. E non può essere un impegno di nicchia, riservato alle persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender.”

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