L’Europa scende in piazza per difendere il diritto all’aborto

Non solo a Madrid, dove il progetto di legge del ministro della giustizia Gallardón vuole limitare il diritto delle donne all’Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG), ma anche a Parigi, Roma, Bruxelles, Londra e nel resto d’Europa, varie iniziative hanno mobilitato migliaia di persone sotto lo slogan #YoDecido.Sembra di aver spostato le lancette degli orologi indietro di trent’anni. L’ondata conservatrice in tema di diritti civili, accompagnata all’avanzata di governi di stampo neoliberista e reazionario anche in altri ambiti, sta rimettendo in discussione conquiste che si davano per definitivamente acquisite. Ed è così che una società civile ancora non del tutto assopita decide di reagire.

Oggi in Spagna decine di migliaia di persone provenienti da varie città del Paese si sono date appuntamento alla stazione madrilena di Atocha per poi dar vita ad un corteo che ha attraversato la capitale per rivendicare il diritto ad un aborto «libre y seguro». Dalle Asturie, passando per Valladolid, è giunto a Madrid anche il Tren de la Libertad, un convoglio con centinaia di donne spagnole partite venerdì per partecipare alla manifestazione (El Diario e Público vi dedicano ampio spazio).

Un appello (qui il testo in italiano) è stato consegnato al parlamento spagnolo ed al governo di Rajoy per dire un no forte e chiaro alla proposta, firmata dal guardasigilli Alberto Ruiz-Gallardón, di cancellare il diritto ad interrompere la gravidanza come libera scelta e vincolarlo, invece, ai soli casi di violenza sessuale e di grave rischio per la salute della donna. Nella monarchia spagnola l’aborto è stato depenalizzato nel 1985 solo per alcune specifiche circostanze, mentre solo nel 2010 (governo socialista di Zapatero) una legge organica sulla salud sexual y reproductiva y la interrupción voluntaria del embarazo ha sancito il diritto all’aborto, entro le 14 settimane dall’inizio della gravidanza (22, in particolari casi) come decisione totalmente libera e informata della donna.

Alcune immagini della manifestazione a cura di Europa Press

Tale proposta approvata dall’esecutivo di Madrid nel dicembre scorso, percepita diffusamente come un attentato alla libertà di scelta, sta portando un po’ in tutta Europa ad un ritorno di visibilità degli antiabortisti. Ciò è vero in particolar modo in Francia, dove sulla scia delle mobilitazioni contro il mariage pour tous alcune migliaia di persone sono scese in piazza il 19 gennaio scorso contro il diritto all’IVG, rassemblando un composito schieramento di conservatori, estrema destra, nonché di cattolici, musulmani ed ebrei più oltranzisti. Anche in Italia le tendenze cominciano a generare preoccupazione: sono in aumento gli obiettori di coscienza negli ospedali e nei consultori, spesso fomentati dalle ingerenze del Vaticano. Inoltre, se l’aborto è stato reso legale con la legge 194 del 1978 e dopo un ampio No al referendum che tentava di abrogarla, non lo è pienamente un altro diritto garantito in altri Paesi: la fecondazione medicalmente assistita. La legge 40 del 2004 (per altro giudicata nel 2012 contraria alla Convenzione Europea dei Diritti Umani, come raccontato qui) la limita fortemente, ed un referendum per abrogarla non raggiunse il quorum grazie all’impinente campagna dei sedicenti movimenti “per la vita” e antiabortisti, che da allora sono tornati in auge nella penisola. Ecco perché anche a Parigi (qui i resoconti de L’Humanité) e in varie città italiane (qui l’articolo sul blog Donne di Fatto) oggi la mobilitazione è stata intensa, non solo in solidarietà con le donne spagnole (sit-in sono stati convocati sotto le sedi consolari e diplomatiche), ma anche per scongiurare ondate oscurantiste nei rispettivi Paesi.

La marea violeta di Madrid, che è stata caratterizzata appunto da uno specifico colore (il viola) come nelle varie proteste iberiche del movimento #15m in questi ultimi anni, è unita alle varie proteste che hanno avuto luogo in tutta Europa per affermare un diritto fondamentale, l’interruzione di gravidanza, che è al tempo stesso anche uno strumento di difesa della salute della donna. Non si tratta di un capriccio, né di una pratica alla quale le donne fanno ricorso a cuor leggero e in maniera sprovveduta. Chi vuole negarlo si scontra inoltre contro un’evidenza: nei Paesi dove l’aborto è stato reso libero, il numero di aborti annuali è progressivamente diminuito (si veda ad esempio questo interessante report di Internazionale sull’Italia).

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