Libano. Anno nuovo, vecchia storia

Il Grande Gioco: Nord-Africa e Asia Centro-Occidentale. Dal Marocco all’Afghanistan, passando per Iran e Penisola Araba: è questo il terreno in cui si sta combattendo la guerra poco religiosa nel cuore del mondo islamico: egemonia regionale e controllo delle risorse energetiche

Con il nuovo anno ripartono i giochi vicino orientali. Quest’anno, il teatro di guerra sembra essersi spostato dalla Siria al Libano, dove tra le righe di una frizione apparentemente confessionale si delocalizza lo scontro tra le grandi potenze della regione. Una situazione che ricorda pericolosamente il periodo della guerra civile. Con alcune varianti.

Dopo essersi accanito sulla Siria lo scorso anno, nel 2014 il grande scontro tra Sunnismo e Sciismo sembra essersi concentrato sullo smantellamento progressivo del Paese dei Cedri.

Un’escalation di violenza ha infatti interessato Beirut e altre città libanesi negli ultimi mesi. Nel 2014 gli attacchi mortali sono già tre: uno del 2 gennaio scorso, quando un’autobomba è esplosa nel cuore di Haret Hreik, quartiere meridionale della capitale roccaforte del movimento sciita Hezbollah (“Partito di Dio”), uccidendo quattro persone e ferendone più di settanta. Il secondo del 16 gennaio, avvenuto sempre tramite autobomba nella città a maggioranza sciita di Hermel, nel Nordest del paese, che ha ammazzato cinque persone; il terzo, del 21 gennaio scorso, ancora ad Haret Hreik, che ha causato il decesso di quattro persone e il ferimento di altre quarantasei. Nei tre casi, gli attacchi sono stati rivendicati da gruppi radicali di matrice sunnita. I destinatari di tutto questo esplosivo? La parte sciita del Paese, e soprattutto gli uomini del Partito di Dio (senza risparmiare innocenti civili, come una ragazzina non ancora maggiorenne nell’ultimo attacco).

Un serie di rappresaglie iniziate già alla fine dello scorso anno: è degli ultimi giorni di dicembre l’assassinio di Mohammed Shatah, ex Ministro delle Finanze libanese ostile a Hezbollah, avvenuto con un’autobomba nel centro di Beirut.

Nel caso di Shatah, sembra essersi trattato di una risposta, a sua volta, all’uccisione di Hassan Lakkis, responsabile dell’unità tecnologica e telecomunicazioni di Hezbollah, e, soprattutto, al terribile attentato contro l’Ambasciata dell’Iran a Beirut lo scorso 19 novembre ad opera delle Brigate Abdullah Azzam, gruppo sunnita radicale presente da anni in Libano: una strage che ha provocato la morte di 25 persone, tra cui alcuni funzionari iraniani, e il ferimento di 150. Un segnale reso ancora più forte dall’importanza dell’obiettivo, la sede di una missione diplomatica estera, e dal momento in cui questo è avvenuto, proprio mentre a Ginevra i rappresentanti dell’Iran discutevano nelle stesse ore di accordi sul nucleare con le grandi potenze internazionali. Un tentativo di boicottaggio, che se da un lato non ha compromesso i negoziati ginevrini, dall’altro ha sancito lo spostamento dello scontro tra Sunnismo e Sciismo dalla Siria al Libano.Beirut attentato ambasciata Iran

Se, infatti, fin dallo scoppio delle ostilità in Siria si sono verificati scontri anche nel vicino Libano, soprattutto nella città di Tripoli tra i quartieri sunniti e quelli degli Alawiti – la setta di matrice sciita a cui appartiene anche la famiglia Assad, in Siria – è con l’attentato all’Ambasciata iraniana e con il successivo assassinio di Shatah che il conflitto assume un carattere più marcatamente strategico.

Il botta e risposta a suon di tritolo può essere infatti interpretato come chiave di volta tra diversi scontri paralleli: da un lato, lo scontro libanese tra il movimento 14 marzo, sostenuto dall’Arabia Saudita e di cui Shatah era esponente di spicco, e il movimento 8 marzo, vicino a Hezbollah e Siria; ma anche, in una prospettiva più ampia, come prolungamento del conflitto siriano che vede il governo di Bashar al Assad, di orientamento sciita, alleato di Hezbollah e filo-iraniano, minacciato da una galassia di forze di orientamento sunnita, legate alle petromonarchie del Golfo, Arabia Saudita in primis.

Una serie di confronti, insomma, mascherati nelle loro singole manifestazioni da scaramucce confessionali, che trovano in realtà la propria matrice nel “macroscontro”, tutto politico e geo-strategico, tra Iran e Arabia Saudita per il controllo della regione; a loro volta appoggiati, in modo più o meno velato, dalle grandi potenze internazionali – Stati Uniti, Russia, Cina, tra le altre.

Una tale lettura troverebbe conferma anche da alcuni elementi collaterali. Come la donazione, annunciata il 30 dicembre scorso, di tre miliardi di dollari all’Esercito Libanese da parte dell’Arabia Saudita, paese che negli ultimi tempi si è dimostrato sempre più interessato a supportare non soltanto gruppi come le Brigate Abdullah Azzam, ma anche lo stesso governo libanese in chiave anti-Hezbollah.

O come la dichiarazione dello scorso 11 gennaio da parte del capo della Divisione Aerospaziale delle Guardie della Rivoluzione, la più importante unità militare iraniana, secondo cui la capacità missilistica di Hezbollah avrebbe raggiunto un livello di avanzamento tecnologico superiore; dichiarazione subito seguita da un inciso da parte dell’intelligence israeliana, secondo cui diversi razzi di Hezbollah depositati in Siria sarebbero stati recentemente spostati in territorio libanese.

Si tratta di elementi che ben dimostrano come il Libano continui, fin dai tempi della guerra civile, a subire l’ingerenza di potenze esterne che mutano con il mutare degli eventi internazionali: Israele e Siria ieri, Iran e Arabia Saudita oggi.

Con una differenza: rispetto agli anni della guerra civile, in cui Israele era direttamente coinvolto per rafforzare la propria posizione nella regione, nello scenario attuale l’eventuale disfatta di Hezbollah in Libano ad opera di forze sunnite lascerebbe Tel Aviv circondato da Paesi in balia di gruppi radicali armati. Un elemento, quest’ultimo, da non sottovalutare e che potrebbe influire sugli sviluppi futuri del conflitto regionale.

Giovanni Andriolo

Osservatorio: "Il Grande Gioco: Nord-Africa e Asia Centro-Occidentale". Dal Marocco all'Afghanistan, passando per Iran e Penisola Araba: è questo il terreno in cui si sta combattendo la guerra poco religiosa nel cuore del mondo islamico. La posta in gioco? Egemonia regionale e controllo delle risorse energetiche. Un grande Risiko nella regione cuscinetto tra tre Continenti che coinvolge, più o meno ufficialmente, tutte le maggiori potenze del mondo.
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