Libertà per Leonard Peltier, pressione su Obama a Roma

800px-FreeLeonardPeltierSignIl 26 e il 27 marzo Barack Obama sarà a Roma in visita ufficiale, nella sua agenda l’incontro con papa Francesco, con il Capo di Stato Giorgio Napolitano e con il Presidente del Consiglio Matteo Renzi. L’appuntamento romano segue la visita a Bruxelles del 26 marzo, e in entrambe le date c’è chi aspetterà il presidente per protestare a favore della liberazione di Leonard Peltier, il nativo americano attivista dell’AIM, il Movimento Indiano Americano, in carcere dal 1977.La storia di Leonard Peltier è nota a molti: il caso di un processo talmente sommario sulle sue responsabilità all’interno di una sparatoria, da apparire a molti come dettato da una trascurata sete di vendetta dell’FBI, se non un vero e proprio processo politico contro un militante per i diritti civili dei nativi americani. Anche molte organizzazioni tra cui Amnesty International, il Southern Christian Leadership Conference, il National Congress of American Indians e il Robert F. Kennedy Memorial Center for Human Rights ritengono Leonard Peltier un prigioniero politico che andrebbe immediatamente rilasciato.

Nato nel 1944 nel Nord Dakota da genitori Chippewa e Lakota, Leonard Peltier crebbe all’interno della riserva indiana Turtle Mountain. Successivamente aderì all’AIM e si trovò coinvolto come militante in una sparatoria con gli agenti federali. Il contrasto avvenne in un periodo in cui i Lakota vedevano minacciata la loro presenza sul territorio di Sheep Mountain, i cui giacimenti di uranio, rilevati dai sistemi di localizzazione delle risorse naturali della NASA, erano entrati nelle mire del governo statunitense. Si creò un’alleanza tra il governo e il capo di un’altra tribù, Dick Wilson, che instaurò una sorta di controllo mafioso sulla zona, terrorizzando la comunità indiana locale attraverso la sua polizia privata. Intanto in segreto trattò la vendita di parte della riserva Lakota di Pine Ridge. La popolazione locale degli Oglala, sentitasi sotto attacco, si rivolse all’Aim, e tra i 17 militanti dell’organizzazione che li raggiunsero c’era anche Leonard Peltier. Il 26 giugno 1975 due agenti dell’FBI, Ronald Williams e Jack Coler, seguirono un pick-up diretto al ranch Jumping Bull, ufficialmente alla ricerca di un giovane di nome Jimmy Eagle, da interrogare sull’assalto avvenuto pochi giorni prima in due ranch. In realtà sul mezzo c’erano Peltier e altri lakota. I nativi americani locali e i militanti AIM presenti non si fidano di quella che sembra essere un’introduzione immotivata (negli ultimi due anni la tensione sul territorio era alta e i morti tra i nativi almeno 60), e velocemente il ranch fu circondato da centinaia di agenti, dando inizio ad una feroce sparatoria dalla Statale 18. I morti registrati furono tre: i due agenti dell’FBI Coler e Williams ed il nativo Stuntz. Gli altri nativi riuscirono a scappare dal ranch nascondendosi in un condotto fognario e dividendosi per gruppi nel paese. Scappò anche Peltier, rifugiandosi in Canada.

Non fu aperta alcuna indagine per la morte di Stuntz, mentre per quella degli agenti furono592px-Leonard_Peltier_FBI_Poster accusate tre persone, Bob Robideau, Darrell Butler, e Leonard Peltier, unici militanti AIM dei 40 nativi americani che secondo i referti dell’FBI furono coinvolti nello scontro a fuoco. Robideau e Butler furono arrestati per primi e portati a processo, ma i loro avvocati riuscirono a dimostrare che la loro partecipazione alla sparatoria avvenne per legittima difesa, a causa del clima di paura diffusosi nella riserva di Pine Ridge ai primi spari degli agenti. Peltier venne invece arrestato il 6 febbraio 1976 in Canada ed estradato negli Stati Uniti, dove il suo processo fu organizzato in maniera diversa dai due precedenti. Tenutosi a Fargo, città notoriamente anti-indiana, fu presidiato da un giudice conosciuto per il suo razzismo e da una giuria di soli uomini bianchi, che condannarono Paltier a due ergastoli consecutivi. Ad incastrarlo fu soprattutto la testimonianza di un esperto in balistica dell’FBI, ma un test balistico avvenuto 5 anni dopo dimostrò che i proiettili che colpirono gli agenti non erano della pistola di Peltier. Negli anni successivi emerse inoltre che molte delle testimonianze portate al processo erano state estorte dall’FBI sotto minaccia: quella di Myrtle Poor Bear, dichiaratasi in Canada sua compagnia e testimone della sua colpevolezza nella sparatoria a cui non risultò essere neanche presente, così come quella di tre giovani nativi che in seguito denunciarono le pressioni subite dagli agenti. Ma nonostante ciò la revisione del processo non è mai stata concessa e Peltier ha scontato 38 anni di prigionia in un carcere di massima sicurezza. Oggi ha 70 anni e nonostante la solidarietà internazionale e la pressione esercitata sui presidenti Usa anche da molte personalità di spicco (Nelson Mandela, madre Teresa di Calcutta, Rigoberta Menchù, il Dalai Lama, Michail Gorbaciov, e artisti come Sting, Paul Mc Cartney, Rage Against The Machine, Little Stephen, gli AK47) non gli è ancora concessa la libertà. Il tentativo del presidente Bill Clinton di permetterne la liberazione durante il suo mandato fu bloccato da una manifestazione di 500 agenti dell’FBI.

images-1_copy_2A Barcellona ogni giovedì si tiene un presidio in sua solidarietà davanti all’ambasciata americana. Il 26 marzo Bruxelles farà pressione su Barack Obama, e lo stesso si sta organizzando qua a Roma il giorno successivo. Obama verrà a Roma a discutere con papa Francesco della loro comune linea a difesa dei diritti umani. Chissà se terrà conto di quelli di Leonard Peltier, il Mandela dei nativi americani.

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