L’Italia e lo sfruttamento dei migranti

E’ uscito oggi un rapporto di Amnesty International quanto a sfruttamento dei lavoratori migranti, politiche in questione che secondo quanto sostenuto dall’associazione “andrebbero riviste”.

Il rapporto si intitola “volevamo braccia e sono arrivati uomini”, si divide in tre parti: una quella rispetto a come i lavoratori migranti siano vittime di gravi forme di sfruttamento, specialmente nei casi in cui si parla di lavoro stagionale o temporaneo. Le dinamiche sono quelle che conosciamo tutti: “paghe al di sotto del minimo contrattato fra le parti sociali; riduzioni arbitrarie delle paghe; pagamenti ritardati o mancati pagamenti e lunghi orari di lavoro”. Nella seconda parte viene trattata la politica migratoria italiana secondo la quale “aumenta il rischio a cui sono esposti i lavoratori migranti stranieri, specialmente quelli in situazione irregolare, di essere  sottoposti a sfruttamento lavorativo”. La terza, invece, parla di come la legge italiana crei difficoltà quanto “all’accesso alla giustizia da parte dei lavoratori migranti vittime di gravi forme di sfruttamento lavorativo”.

Il rapporto si riferisce in particolar modo ai migranti provenienti dall’Africa sub-Sahariana, Nord Africa, magari quelli dell’emergenza Libia (ne abbiamo parlato e ne torneremo presto a parlare, vista la situazione) e quelli provenienti dall’Asia. Le aree prese in questione sono oltre alle metropolitane Roma e Milano e all’ovvia Rosarno anche Latina e Caserta (ne ha parlato anche la nostra blogger Mariarita Cardillo) nelle quali gli operatori di Amnesty hanno intervistato ai migranti, alle associazioni e alle varie istituzioni locali.

Il dato che evince e le testimonianze che si possono leggere nel rapporto sono sconcertanti, come noi siamo abituati a vedere ogni giorno. Come per esempio quella dell’indiano Sunny (pseudonimo): “Lavoro 9-10 ore al giorno dal lunedì al sabato, poi cinque ore la domenica mattina, per 3 euro l’ora. Il datore di lavoro mi dovrebbe pagare 600-700 euro al mese; io contavo di mandare 500 euro al mese a mio padre, mia madre e mia sorella in India. Negli ultimi sette mesi, però, il datore di lavoro non mi ha pagato il salario intero. Mi dà solo 100 euro al mese per le spese. La mia famiglia in India ha dovuto chiedere soldi ad altre famiglie. Non ho un contratto con il datore di lavoro, quindi non posso andare via perché perderei il denaro. Non posso andare alla polizia perché non ho documenti: mi prenderebbero le impronte digitali e dovrei lasciare l’Italia. La mia sola opzione è aspettare di essere pagato”.

Oppure quella di Hari (pseudonimo) anche lui indiano: “ I primi quattro anni dopo essere arrivato in Italia ho lavorato in una fabbrica che lavora verdure e ortaggi. Ero pagato 800 euro al mese per 12-14 ore di lavoro al giorno. Era un lavoro molto duro. Il datore di lavoro mi diceva sempre che se avessi lavorato duro e bene, mi avrebbe fatto avere i documenti – non l’ha mai fatto”. Che alla fine non è delle più disperate delle situazioni, basti vedere come sono stati accolti i migranti dell’emergenza Libia. Sono stati inseriti all’interno di un posto di lavoro, in molti casi, con dei “tirocini formativi” che si concludevano dopo tre mesi senza che il ragazzo in questione avesse un rimborso spese o avesse imparato qualcosa (i soliti lavori di manovalanza). E venivano proposti dalle associazioni (che ne traevano un foglio nel quale certificare l’attività svolta da un ragazzo) senza sondarne l’effettiva possibilità di inserimento all’interno del suddetto posto di lavoro. Ma questo è un altro discorso e ne parleremo ben presto.

Comunque sia, se volete leggere il rapporto completo è possibile farlo cliccando qui, invece per leggerne una breve sintesi in italiano è possibile farlo da qui.

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