Londra: una città, mille volti. Il multiculturalismo britannico e le sue contraddizioni

Ho passato mesi ad osservarla, Londra è così. Un miscuglio di razze, etnie, culture che si incontrano mantenendo ognuna la propria identità. Ogni quartiere ha il suo cibo, i suoi vestiti, i suoi negozi, la sua gente. Una città, mille volti.

Molte delle persone con cui ho parlato e che vivono nelle zone periferiche di Londra non hanno mai visto Westminster piuttosto che Hyde Park, e nelle periferie di londinesi non se ne vedono nemmeno a pagarli. Se ne stanno nei loro quartieri al Centro o al Nord della città, tra Notting Hill e Kensington, mangiando a Covent Garden magari dopo una passeggiata tra i negozi di Oxford Street. La Londra di cui tanto si sente parlare è tutta lì.

La città cambia a seconda dei distretti e della gente che li abita. E così è facile trovare supermercati con soli prodotti arabi o indiani nel profondo Est, negozi turchi al Nord, ristoranti solo cinesi a China Town, verso Soho, e negozi di puro cashmere a Portobello.

Questa netta divisione che si è creata negli anni è il risultato del modello di integrazione britannico basato sul multiculturalismo: quartieri fortemente etnicizzati  e una giustapposizione di culture diverse che però, probabilmente, non hanno ancora provato a cercare un dialogo e un avvicinamento reciproco. Rispetto delle singole identità nazionali da una parte, e una sorta di sterile coesistenza di culture differenti dall’altra. Tolleranza più che integrazione. Politicallycorrect, come direbbero gli inglesi.

I primi flussi migratori consistenti  in Gran Bretagna, e soprattutto in città importanti come appunto Londra, furono innanzitutto l’indiretta conseguenza dell’estensione dei diritti di cittadinanza britannica a tutti gli abitanti del Commonwealth con il NationalityAct del 1948. L’atto politico, promosso dal governo inglese per conservare e anzi rafforzare l’influenza inglese sull’ex impero britannico, che ebbe infatti l’effetto di rendere liberi e legali quei flussi che già da anni avevano interessato il Paese. Migrazioni di tipo prevalentemente volontario, spinte dal divario economico sussistente fra la madrepatria britannica e le colonie africane e del sud-est asiatico: Indie occidentali, Malesia, Hong Kong, Caraibi ed Africa.

Le percentuali maggiori di presenza sul territorio, infatti, sono rappresentate proprio dalle popolazioni provenienti da questi Paesi, primi fra tutti gli indiani, numericamente secondi solo sono agli inglesi stessi. Un’indagine di qualche anno fa sulle diversità etniche e religiose di Londra ricordava che nella città si possono contare più di 300 lingue parlate e più di 50 comunità non indigene con una popolazione di più di 10.000 persone residenti.Del resto i dati dell’Office for National Statistics(ONS) ci ricordano che la popolazione nata all’estero di Londra, al 2006, ammontava a 2.288.000 (31% della popolazione totale). Dati che ovviamente non ci stupiscono se consideriamo che quella di cui stiamo parlando è la metropoli europea per eccellenza, con quasi 8 milioni di abitanti.

Se quello britannico sia il miglior modello di integrazione ci si continua ancora ad interrogare. Nonostante le critiche di molti antropologi e sociologi contemporanei sugli effetti che ha creato nei Paesi in cui è utilizzato, sono in tanti a pensare che il multiculturalismo inglese, basato su una pacifica convivenza di culture diverse, sia probabilmente il più efficiente in Europa. Rispetto alla Francia che, invece, fin da subito ha preferito un modello di tipo assimilazionista,  che cioè tende ad assorbire le diversità in un unico calderone, dove le peculiarità delle diverse comunità immigrate finiscono per amalgamarsi in una più compatibile cultura francese: questo risulta decisamente  più democratico e funzionale. Della serie la mia libertà finisce quando inizia la tua di libertà; o meglio ancora tieniti pure la tua cultura ma ogni tanto mangia Fish and Chips.

Due filosofie in contrasto quindi. Il modello pluralista anglosassone, liberale e comunitario, che sostiene il primato della libertà individuale, garantita da uno stato neutrale in campo religioso, culturale e politico. E Il modello francese che ha come idea-guida che chi sceglie di far parte di una comunità nazionale deve condividerne pienamente e lealmente gli ideali e le tradizione; una sorta di livellamento culturale, almeno formale, in cui gli attaccamenti a tradizioni culturali diverse sono ospiti sgraditi nello spazio pubblico. L’individuo da una parte, lo Stato dall’altra.

In Italia che sia più efficiente il modello britannico o quello francese non importa a nessuno. Viviamo in un Paese che, pur definendosi democratico, fa ancora fatica ad accettare e rispettare le diversità di chi lo abita. Vi ricorderete tutti della proposta di legge fatta nel 2009 del gruppo della Lega Nord alla Camera dei Deputati che chiedeva il divieto di indossare il burqa e il nijab (capi d’abbigliamento tradizionali indossati da alcune donne di religione islamica) sul territorio italiano. O ancora della decisione del sindaco di Prato di vietare l’apertura di  nuovi negozi di Kebab nel centro storico della città, o la vicenda dei  “vagoni per soli extracomunitari” chiesti a  Milano dal deputato della Lega Nord Matteo Salvini.

Il nostro Paese è lontano anni luce da altri nei quali, seppur in forme diverse, l’immigrazione è tollerata e soprattutto rispettata. Magari un giorno anche in Italia quello che sei verrà prima di come sei, e quello che fai di come lo fai .E in questo Londra, vi assicuro, ha tanto da insegnarci.

di Mariarita Cardillo

Mariarita Cardillo

Sono nata in un Paese in cui avere il colore della pelle diverso è ancora un problema. In una Terra che mescola parole con pregiudizi, dove immigrato è sinonimo di clandestino, e clandestino è troppo spesso uguale a sfruttamento, lavoro nero, schiavitù. Scrivere di immigrazione non è facile. Non ho nessuna pretesa, solo raccontarvi cosa succede dove gli altri non guardano.
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