Los Angeles bandisce il Fracking, voto unanime del Consiglio comunale

Il nuovo mito americano, quello della indipendenza energetica, comincia ad incontrare ostacoli e ad essere svelato per quello che è: la nuova frontiera economica per le multinazionali del petrolio che continua ad allontanarci dal controllo del surriscaldamento globale. Los Angeles il 28 febbraio è diventata la più grande città statunitense a bandire il fracking e altre forme di “well stimulation”dal proprio territorio. Dopo una votazione unanime dei membri del City Council (10 su 10) è stata emessa la delibera. Al sindaco Erik Garcetti resta il compito di firmare entro 10 giorni la risoluzione, traducendola in una ordinanza effettiva.

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La fratturazione idralica per l’estrazione di gas.

 La votazione è avvenuta a seguito della pressione delle comunità locali e delle associazioni, ed in particolare su richiesta del Planning and Land Use Management Committee di Los Angeles che, il 25 febbraio, ha portato la questione all’attenzione dei consiglieri. Tuttavia l’opposizione californiana al fracking inizia molto prima. Il 30 aprile dello scorso anno ad esempio lo stato della California ha approvato la moratoria anti-fracking, una temporanea sospensione del fracking in vista di futuri e più completi studi su questa tecnica estrattiva. Ora la città di Los Angeles ha preso una posizione netta sull’argomento, che potrebbe essere ampliata al resto dello stato. Una iniziativa lodevole se si tiene tiene conto di come la storia di questa città sia legata alle estrazioni petrolifere. Forse perché le estrazioni in quest’area geografica rappresentano anche un forte pericolo, civile ed economico: da un lato è risaputa la criticità sismica della costa occidentale statunitense, che potrebbe essere aggravata dalle fratture sotterranee, dall’altro tale processo richiede l’immissione di grandi quantità di acqua (circa 40 milioni di litri per ogni singolo pozzo), che andrebbero sottratte alle altre attività economiche della regione, l’agricoltura in primis. Ceres, un’associazione no profit americana che si occupa di sostenibilità, ha prodotto a tal proposito il Rapporto Hydraulic Fracturing & Water Stress: Water Demand by the Numbers all’interno del quale rivela che il 96% dei progetti di pozzi di fracking in California sono in aree ad alto stress di siccità e/o in crisi idrica.

Tommaso Galli.Flickr.Creative Commons License

Tommaso Galli.Flickr.Creative Commons License

Tuttavia il sovra-sfruttamento delle falde idriche non è l’unico problema prodotto dal fracking. Il termine è una contrazione di “hidraulic fracturing” ossia fratturazione idraulica: la frantumazione di rocce sotterranee tramite l’iniezione ad alta pressione di fluidi arricchiti di sostanze chimiche. Tale tecnica permette l’estrazione di metano dalla roccia porosa di origine argillosa, detta scisti. L’estrazione tradizionale non lo permetterebbe perché il gas rimarrebbe intrappolato in piccoli pori che la trivella verticale non è in grado di aprire. Con il fracking invece la trivella raggiunge una certa profondità per poi direzionare orizzontalmente acqua ad alta pressione, producendo una serie di microsismi che frantumano la roccia e liberano il gas. Alcune varianti di questi impianti permettono anche l’estrazione di petrolio non convenzionale, di metano intrappolato nel carbone (Coal Bed Methane) e di calore per impianti geotermici. E sebbene i rischi sismici siano abbastanza limitati quelli di inquinamento delle falde e dell’aria circostanti sono più notevoli. L’acqua iniettata nelle fessure è infatti arricchita, secondo un rapporto della Camera Usa, da naftalene, benzene, toluene, xylene, etilbenzene, piombo, diesel, formadelhyde, acido solforico, thiourea, cloruro di benzile, acido nitrilotriacetico, acrylamide, ossido di propilene, ossido di etilene, acetaldehyde, Di (2-ethylhexyl) phtalati. Tutte sostanze ritenute cancerogene, a cui se ne vanno ad aggiungere altre radioattive: vari isotopi di antimonio, cromo, cobalto, iodio, zirconio, potassio, lanthanio, rubidio, scandio, iridio, kripton, zinco, xenon, manganese. Inoltre le rocce di scisti sotterranee possono contenere già di loro sostanze tossiche o radioattive che questa tecnica “libera”. Sono già parecchie le ricerche prodotte sull’argomento: Nel 2011 uno studio dell’EPA, l’agenzia americana per la protezione

Una scena del film Gasland: emissioni di gas da rubinetti civili dovute al fracking

Una scena del film Gasland: emissioni di gas da rubinetti civili dovute al fracking

ambientale, aveva scoperto la contaminazione di una falda idrica del Wyoming prodotta dai fluidi del fracking che aveva prodotto livelli di benzene molto più alti di quelli fissati dall’agenzia ambientale federale in attuazione del Safe Water Drinking Act. Anche se attualmente i risultati di questa analisi sono stati contestati e sembra siano in corso di revisione. Inoltre, uno studio pubblicato nel luglio 2013 su Endocrinology dai dipartimenti Obstetrics, Gynecology and Women’s Health, Biological US Geological Survey, dell’Environmental Research Center dell’università del Missouri, sostiene che i prodotti chimici utilizzati nel fracking possono provocare l’insorgenza di sterilità, malformazioni alla nascita e cancro.

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Locandina di Gasland

Un servizio dell’inglese The Indipendent ha riportato come tra i texani residenti in prossimità dei pozzi di estrazione da fracking sono sorti casi di danni a fegato e reni per la diffusione nelle acque di un componente non ancora identificato. Una notizia molto preoccupante se si pensa che circa 15,3 milioni di americani risiedono a meno di un chilometro e mezzo da questi pozzi, praticamente l’equivalente della popolazione newyorkese. Un’altra inchiesta del New Yorker parla delle altissime concentrazioni di materiali radioattivi nei pozzi artesiani in Pennsylvania, dati prodotti dall’Epa, l’agenzia di protezione ambientale statunitense (un corrispettivo della nostra Arpa), e quest’anno la Associated Press ha seguito più di 100 casi di contaminazioni segnalati negli ultimi 5 anni in Pennsylvania, Ohio, Texas, e West Virginia. E dal 2010 tra i comitati ambientalisti gira il documentario Gasland nel quale il regista John Fox mostra l’impatto negativo della fratturazione idraulica su alcune comunità rurali americane. E stiamo parlando solo della punta dell’iceberg dell’informazione sull’argomento. A dimostrazione del malcontento che progressivamente si sta diffondendo c’è da ricordare infatti che Los Angeles non è il primo caso di divieto nei confronti della fratturazione idraulica: già altre 4 città nel Colorado hanno istituito un divieto simile nel 2013, e ancora prima nel maggio 2013 lo ha fatto una contea del New Mexico, mentre negli stati di New York, Vermont e Hawaii si stanno portando avanti delle moratorie sul tema.

Eppure c’è chi si fa solerte promotore di questa tecnica estrattiva, che secondo alcuni potrebbe portare addirittura all’autonomia energetica statunitense entro il 2020, con un Texas trasformato in nuova Araba Saudita. A casa nostra c’è Giuseppe Recchi, che rimprovera l’Europa e l’Italia di perdere l’ennesimo treno verso la crescita, a differenza del suo partner commerciale d’oltreoceano (i cui imprenditori del petrolio sembrano più orientati a vendere sul mercato estero l’energia prodotta in madrepatria che a garantire indipendenza geopolitica dal Medio Oriente al proprio Governo, vedi articoli passati 1 e 2 sulle estrazioni di sabbie bituminose). Sul suo libro “Nuove Energie” riferimenti al problema del surriscaldamento globale o ai patti internazionali in merito alla riduzione della CO2 prodotta non ve ne sono, e neanche ai costi sociali delle piattaforme per la fratturazione sotterranea, mentre le fonti energetiche rinnovabili diventano spese inutili che alzano il costo dell’energia europea. Eppure il fracking in Europa non è poi così snobbato come l’autore lascia intendere, sostenendo si pratichi solo in Gran Bretagna e Polonia. In Italia è una realtà dal 2009, con Eni in prima fila, a Grosseto, Foggia, Viterbo, Parma, in Abruzzo, il tutto riportato accuratamente dalla blogger Maria Rita D’Orsogna, che sull’argomento ha fatto ricerche accurate. Ma Recchi invoca sul testo“più pragmatismo e meno ideologia”, scordando che anche lo “sviluppismo” capitalista è a sua volta un’ideologia. Se fosse una scienza, come spesso viene fatto passare, terrebbe conto di alcuni numeri fondamentali: i limiti del sistema terra.

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