Lunedì sera è bruciata anche una parte di me. Ora c’è da riaccendere la dignità di Napoli

Domenico Musella @nico_musella

Ma che occasione, ma che affare! Vendo Bagnoli, chi la vuol comprare?
Colline verdi, mare blu: avanti, chi offre di più?…
(Edoardo Bennato, Vendo Bagnoli, 1989)

 

Scusatemi se il tono sarà molto sul personale e sull’autoreferenziale, ma parlando della Città della Scienza andata in fumo qualche giorno fa non riesco ad evitarlo, è più forte di me. E ciononostante ho la presunzione di dire che servono tutte le testimonianze, anche una emotivamente molto coinvolta, su quanto rappresenta questo vergognoso atto per Napoli, per i napoletani e per il loro futuro. Non riesco a stare zitto, lo devo a me e al posto dove sono cresciuto. Sfrutterò queste pagine, non me ne vogliate, per raccontarvi un po’ di me.

Ci sono stato la prima volta alle elementari, o forse alle medie, alla Città della Scienza di Bagnoli. Mi ha sempre affascinato Bagnoli: un posto bellissimo, tra i più affascinanti di Napoli, forse per me “il” più affascinante. Crescendo, è diventato per me un luogo simbolo. Lì c’era stata la grande fabbrica. Un ammortizzatore sociale, una bestia inquinante, ma anche la culla della “mitica” classe operaia. Ero troppo piccolo, non l’ho mai vista in funzione, o comunque non lo ricordo. Solo più avanti l’ho rivissuta con i racconti di chi l’aveva vista e l’ho immaginata con le pagine del bellissimo La dismissione di Ermanno Rea (da leggere assolutamente, per capire; Rea tra l’altro ha scritto il suo commento ai fatti di Città della Scienza in questo editoriale su il manifesto).

La Città della Scienza ho cominciato a frequentarla più assiduamente al liceo, ci sono stato varie volte. Ho fatto lo scientifico, e per un periodo con dei compagni di classe mostravamo ai visitatori del museo degli esperimenti di chimica; poi con un altro progetto studiammo il territorio e le acque dell’intera area. D’estate cominciai ad andare ai concerti che facevano nel piazzale all’aperto. Conferenze, seminari, dibattiti, mostre si sono susseguiti negli anni. Era viva e vissuta, la nostra Cité des sciences ricavata da un’ex-fabbrica di fertilizzanti della Federconsorzi, che una volta era stata la più antica fabbrica in zona, la vetreria LeFèvre.

Un posto con enormi potenzialità di riscatto Bagnoli, per una città che da sempre deve riscattarsi (chissà se è davvero mai esistito nella Storia dei napoletani un momento in cui non ci si dovesse “riscattare”…).

Un luogo dove davvero si può costruire un futuro da zero, e un futuro fatto per bene, umano e rispettoso del meraviglioso ambiente che abbiamo. E in più che abbia come cardine la cultura, quel bagaglio di anticorpi che ci rende (o almeno dovrebbe renderci) non manipolabili e non vendibili. Un luogo dove dal letame, dalla monnezza e dall’amianto che oggi ci sono possono nascere dei fiori, dove dalle ceneri può risorgere l’Araba fenice.

Chiunque mi viene a trovare, dall’Italia o dall’estero, e mi chiede di portarlo in giro per la città, ha questo quartiere come tappa obbligata. Per me è imprescindibile: puoi pure evitare il Maschio Angioino, ma se vuoi avere un contatto profondo ed intimo con la Napoli contemporanea e le sue infinite contraddizioni, devi andare a Bagnoli. Non c’è scampo, altrimenti devi cambiare Cicerone: chi mi conosce lo sa. E Bagnoli ora senza la Città della Scienza, praticamente l’unica struttura finora nata dalla trasformazione (più che ventennale e incompiuta) dell’ex area industriale, non è più la stessa.

 

Indignazione, rabbia, dolore, tristezza, e tutta una serie di sentimenti non certo incoraggianti mi hanno colto qualche sera fa vedendo le fiamme e il fumo. Mi sono sentito bruciare anch’io, i piromani sono stati talmente bravi da far propagare il fuoco anche in una parte di me e di tutti i napoletani. E se è successo a me, che non vivo in quel quartiere, figuriamoci ai residenti. Non oso immaginare poi quanto quelle sensazioni che elencavo sopra siano state amplificate per i 160 lavoratori che dedicavano le loro giornate a quel posto. Che grazie a quel lavoro hanno sostentato fino ad oggi le loro famiglie, anche se negli ultimi tempi un po’ a stento, con la fondazione in crisi e gli stipendi in ritardo di vari mesi.

Io non so chi è stato a compiere questo gesto che definire ignobile è francamente riduttivo, non ho la palla di cristallo. Ma come tanti napoletani, so perché l’ha fatto. La costa ovest di Napoli, dove si trova Bagnoli, è l’unica parte di costa non edificata. Lo stabilimento siderurgico con tanto di enorme indotto, quell’Italsider che l’ha avvelenata per un secolo, l’ha anche paradossalmente “salvata” dalla speculazione edilizia. Gli appetiti della malavita legata ad imprenditori senza scrupoli legati alla malapolitica sono grossi e ventennali. Bagnoli, come ironicamente aveva previsto il bagnolese Edoardo Bennato, è diventata territorio di conquista, con gli avvoltoi appollaiati sulle sue spalle fin dalla chiusura della fabbrica. C’è chi Bagnoli la vuol comprare, non solo con i soldi ma con l’arroganza e la violenza.

E un luogo di cultura proprio lì sul mare a via Coroglio dava fastidio. Così come hanno dato fastidio i vari progetti di parchi, spiagge ed aree culturali, artistiche e sportive che avrebbero dovuto seguire una seria bonifica ambientale. Il tutto, ovviamente, rimasto solo sulla carta dal 1991 a oggi.

L’ironico e attualissimo monologo di Massimo Troisi su Napoli

 

Napoli sta vivendo un periodo molto difficile, mai come in questo momento. Sta morendo, dice qualcuno. Disoccupazione e povertà alle stelle, servizi essenziali non sempre garantiti (dai trasporti pubblici, all’assistenza sociale e sanitaria, alla scuola etc.), speculatori e camorristi che sparano sulle macerie. La violenza diventa un problema sempre più quotidiano (la testata Il Mattino ha dedicato tra l’altro al tema un interessante dibattito in settimana).

Le speranze di cambiamento che ho trovato quando sono tornato dal mio soggiorno all’estero (era il periodo della grande mobilitazione popolare che ha fatto vincere il Sì ai referendum su acqua pubblica, nucleare e legittimo impedimento nel 2011: la città cominciava a riempirsi di biciclette, per strada circolava una speranza colorata e una voglia di partecipare e riscattarsi che mi sorprese, una vitalità riscoperta dopo anni) in pochissimo tempo sono svanite.

Siamo tornati ad essere abbastanza egoisti, opportunisti, frammentati e violentemente contrapposti. Orgogli, settarismi, miopie, tra le tante cose, ci tengono disuniti e quindi deboli quando insieme potremmo essere forti. Lo smembramento invece ha ripreso vita, lui. Complice chi vuole del male a questa città perché vuole troppo bene ai suoi affari, ai suoi interessi. Complici tutti noi, quando lo accettiamo come un dato di fatto e vendiamo a buon prezzo la nostra dignità.

Sì, si tratta di uno sfogo, lo leggete. Ci sono tante realtà che fanno sentire la loro voce in direzione ostinata e contraria quotidianamente, e che mantengono viva la città. Ma spesso la voce grossa della violenza e della sopraffazione le sovrasta.

Napoli la vedo come una speranza disattesa (per ora). Napoli è stanca. Ma dobbiamo rialzarci.

E attenzione: come mi piaceva dire con degli amici un po’ di tempo fa, Napoli non ha bisogno di supereroi. Men che meno di capipopolo, urlatori o burattinai. Napoli ha bisogno dei napoletani. Ha bisogno che tanti piccoli gesti della vita quotidiana ci riportino ad una dimensione umana dell’esistenza. Bastano cose anche molto piccole: dal sorridere al vicino, al rinunciare alla competizione sfrenata per accaparrarsi un posto in metro, all’evitare di scannarsi per la precedenza ad un incrocio. Ma anche al farsi sentire se ledono un diritto nostro o di chi sta a fianco a noi, al non tollerare le ingiustizie, al predisporci all’ascolto dell’altro… insomma mi avete capito, l’elenco può essere chilometrico.

 

Tutt”a ricchezza ‘e Napule era ‘o core… 
dice ch’ha perzo pure chillu llà…
(Galdieri-Barberis, Munasterio ‘e Santa Chiara, 1945)

 

Stamattina il flash mob per una “Città della CoScienza” (sotto, qualche scatto dall’evento) in una bella giornata di sole ha raccolto migliaia di persone per dire che non siamo in vendita e che nonostante le scottature non intendiamo arrenderci. Un segnale importantissimo di vitalità, che un po’ di speranza l’ha riaccesa in tutti noi. Ma bisogna continuare, un momento di allegria e unità purtroppo non è sufficiente.

   

    

(cliccare sulle immagini per ingrandirle)

Giorno per giorno dobbiamo riscattarci, ritrovare la coesione e riaffermare la nostra dignità. Dobbiamo interessarci a ciò che è comune, impedire che lo distruggano. Dobbiamo interessarci agli altri, non tirare a campare senza scegliere una direzione migliore. Il cuore, la nostra “ricchezza” come dice una di quelle canzoni classiche partenopee che riescono a cogliere l’anima profonda della città, almeno quello non dobbiamo perderlo.

 

A questo proposito vi segnalo il comunicato dello spazio occupato Bancarotta (che si trova nell’ex banca dell’Italsider proprio a poca distanza dalla Città della Scienza) come ulteriore stimolo alla riflessione.

Inoltre, chi volesse contribuire con donazioni alla ricostruzione del polo scientifico-museale di Città della Scienza può seguire queste indicazioni

 

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