L’Unione Europea e il «cortile di casa» balcanico

Il modo come la “nozione” d’Europa precipita sui Balcani Occidentali e sull’atteggiamento stesso che adottiamo nel relazionarci ad essi è pieno di inciampi ed incongruenze, di pregiudizi ed ozi del pensiero.

Pensiamo solo ad alcuni tra i più abusati luoghi comuni: da quando la nozione stessa di Europa ha cominciato a diventare “patrimonio comune” (o, per lo meno, designazione di un patrimonio comune o di una coscienza condivisa) dei popoli d’Europa, a far data almeno dalla caduta di Costantinopoli del 1453, i Balcani Occidentali, in quanto macro-area geo-politica, sono stati, di volta in volta, la “porta d’Oriente” e l’“estremo baluardo della Cristianità”, “confine” e “minaccia”, periferia slava e “altro dal” cuore della civiltà e della cristianità che, invece, si andava esprimendo, specie nella stagione dei grandi imperi, nell’Europa Occidentale.

 

Il percorso istruito dall’Unione Europea per predisporre l’adesione dei singoli Paesi dei Balcani Occidentali alle istituzioni euro-comunitarie è perfino imbarazzante. Giusto per fermarsi alla superficie del fenomeno, sembra il marchingegno impazzito d’un apprendista stregone che, incapace di coordinare un processo, impone soluzioni differenziate ad adesioni capricciose, ora della Slovenia, quindi della Croazia, forse della Serbia, mentre già si manifesta disponibilità ad un Kosovo non ancora riconosciuto come Stato dalla Comunità Internazionale, certamente anche il Montenegro, in prospettiva la Macedonia, forse l’Albania, e chissà quando toccherà alla Turchia. Andando in profondità, non si può far a meno di notare come questa modalità di relazione tradisca un profondo euro-centrismo e, in definitiva, il solito atteggiamento imperialista dell’Europa.

 

Robert Kaplan, nel suo Balkan Ghosts, scrive:

«Solo l’imperialismo occidentale – anche se a pochi piacerà chiamarlo così – può adesso unire il continente europeo e salvare i Balcani dal caos».

 

Michael Ignatieff imputava all’assenza dell’arbitro imperiale europeo la ragione dei conflitti nei Balcani, imperversati, evidentemente, da stirpi ferine che

«non frenate da mani più forti, si sono aggredite l’un l’altra per la resa dei conti finale a lungo rimandata per la presenza dell’impero».

 

Per non parlare dell’editorialista del Guardian, Julian Borger, il quale, dalle colonne del giornale, riteneva

«necessaria allo sviluppo democratico in Bosnia l’esistenza di un regime coloniale benevolo».

 

Non a caso, Étienne Balibar vedeva, già nel 1999, due alternative:

«Da un lato, vedere nella situazione balcanica non una serpe in seno, uno «strascico» patologico del sottosviluppo, ma piuttosto un’immagine della sua storia e prendere a confrontarvisi mettendosi in gioco e trasformandosi. Solo allora l’Europa ricomincerà a essere possibile. Dall’altro, rifiutare di affrontare e continuare a vedere il problema come un ostacolo esterno da superare con mezzi esterni, neo-colonizzazione inclusa».

 

La “prova del nove” è più a portata di mano di quanto si pensi. Guardiamo ai processi effettivamente neo-coloniali oggi in corso nei Balcani: le modalità di articolazione dell’adesione serba all’Unione Europea, la transizione istituzionale in Bosnia Erzegovina e la presenza internazionale in Kosovo. Quest’ultimo è, di fatto, un protettorato politico-militare euro-atlantico: ospita la più grande base militare nord-americana dell’Europa centro-orientale, privatizza tutto il privatizzabile a uso e consumo delle potenti cordate statunitensi (talvolta esplicitamente legate a vecchi esponenti dell’amministrazione statunitense, da Dick Cheney a Wesley Clark a Madeleine Albright, come si vede senza distinzione di colore e di interessi tra democratici e repubblicani), viene già considerato alla stregua di Stato in alcuni bandi e programmi euro-comunitari (inducendo di fatto le organizzazioni euro-comunitarie a creare le condizionidi fatto del suo riconoscimento formale prima ed a prescindere dagli esiti del dialogo in corso tra Belgrado e Pristina e dalle risoluzioni delle Nazioni Unite).

 

Insomma, è davvero impossibile rendere i Balcani più “accessibili” al nostro immaginario se li si continua a trattare alla stregua di colonie e altrettanto impossibile rendere l’Unione Europea più “democratica” se continuerà a sfruttare il retaggio coloniale per i suoi interessi.

 

di Gianmarco Pisa (IPRI-Istituto Italiano di Ricerca per la Pace, rete CCP-Corpi Civili di Pace)

 

 

 

 

Gianmarco Pisa

Osservatorio "La terra dell'inaccessibile". Un punto di vista alternativo, e di prima mano, su aspetti, vicende e contraddizioni dell’Europa del Sud-est, i Balcani appunto, per etimologia, “terra dell’inaccessibile”, eppure così vicini e determinanti anche per le storie di casa nostra e le vicende dell’integrazione e del senso stesso dell’Europa.
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