L’Unione Europea, Erdoğan e l’elogio dell’ipocrisia

Domenico Musella

Si sa, la politica istituzionale ci ha abituati da tempo al suo dire una cosa mentre fa l’esatto opposto. Scopriamo l’acqua calda. Ma quando l’ipocrisia è troppa e palese, diventa inaccettabile. Rasenta la presa per i fondelli.

È questo il caso del teatrino avvenuto lo scorso 7 giugno ad Istanbul, durante la cerimonia di apertura di una conferenza sul “futuro comune di Turchia ed Unione Europea di fronte alle sfide globali”, organizzata dal Ministero per gli affari europei di Ankara.

Nell’occasione, il Commissario europeo per l’allargamento e la politica di vicinato Stefan Fuele è intervenuto dando innanzitutto un suo doveroso commento su quanto succedeva appena fuori le mura della conferenza, tra piazza Taksim e il parco di Gezi. Giusto, direte voi. D’accordo. Ecco la sua dichiarazione più importante, all’interno di un discorso che potete leggere per intero sul sito dell’Unione:

«L’uso eccessivo della forza da parte della polizia contro chi manifesta pacificamente il suo dissenso non trova spazio in una democrazia»

Ad una prima lettura, verrebbe da esclamare “Bravo!”, “Finalmente una presa di posizione dell’Europa” — direte voi, e l’hanno detto anche i titoli di alcuni giornali e agenzie, uno fra i tanti La Stampa di Torino che titola «L’Europa sferza la Turchia». D’accordo. Ma fermiamoci un attimo a riflettere, volgendo lo sguardo verso il recente passato, e anche verso il presente. Ecco che sorge imponente un interrogativo:

Di quale Europa è commissario Fuele? La stessa in cui viviamo noi o un’altra inventata?

Basta dare un’occhiata, anche di sfuggita, agli aggiornamenti quotidiani che vi forniamo su questo sito. Credo sia abbastanza evidente quanto quell’«uso eccessivo della forza da parte della polizia contro chi manifesta pacificamente il suo dissenso» sia non un’eccezione, ma la regola in tutti i Paesi europei, e non solo. Solo prendendo in considerazione il caso italiano, il catalogo degli abusi contro i manifestanti potrebbe essere infinito. Dall’apoteosi della violenza repressiva del G8 di Genova del 2001 (di cui ancora oggi ci sono strascichi), fino alle morti evidentemente causate dalle forze dell’ordine e rimaste impunite (Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e tanti altri), per finire con episodi più recenti in una galleria assolutamente non esaustiva.

(cliccare sull’immagine per ingrandirla)

Come ricorda anche la nostra vignettista Hobo nello schizzo a fianco, la Spagna non è da meno: sia nei confronti dei manifestanti indignados del movimento #15M che agiscono su diversi temi, dagli sfratti all’austerity, sia contro il popolo basco in un annoso conflitto.

Di fronte alla massiccia mobilitazione, sia nei Paesi mediterranei cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) che nel resto del Continente, di persone che scendono in piazza per rivendicare i propri diritti o chiedere un cambio di rotta rispetto alle politiche di tagli ed austerity che i governi da anni stanno imponendo come un nuovo mantra per (a detta loro) risolvere una crisi di cui essi stessi sono la causa, sempre di più quella repressiva è diventata la risposta prevalente. Un mix di recessione e repressione che Lorenzo Giroffi e Andrea Leoni hanno provato a illustrare in uno dei primi reportage di First Line Press.

Con questo non dico che Stefan Fuele avrebbe dovuto tacere di fronte alle ingiustizie commesse dal governo turco. Anzi. Dire con chiarezza che un tale tipo di comportamento non è accettabile significa porre dei paletti e ha l’effetto di una sanzione, visto che tocca gli interessi della Turchia, che da anni spinge per entrare in Europa. A maggior ragione se a farlo è il commissario che di questo si occupa. Tuttavia un minimo di onestà intellettuale avrebbe richiesto un po’ di autocritica, almeno accennando a ciò che succede nel Vecchio Continente in quanto a repressione. Altrimenti, tutto lo sforzo suona come falso e ipocrita.

E non ce l’ho solo con il povero Fuele. La Commissione tutta avrebbe potuto fare concretamente qualcosa per gli abusi e le violenze che si vivono qui da noi quasi all’ordine del giorno. Se davvero ci si tiene ai diritti umani e alla nonviolenza, lo si deve dimostrare con la pratica quotidiana. I diritti umani non sono solo una bandiera da sventolare. E non sono validi solo in Medio Oriente o in Africa (un atteggiamento che sa molto di neocolonialismo). Con richiami non accompagnati da atti concreti si fa fatica a non legittimare quanti (strumentalmente o a ragion veduta) rifiutano la Dichiarazione Universale perché troppo basata sull’uomo occidentale e strumento politico delle grosse potenze dell’Ovest. Detto così, con la palese smentita nel comportamento effettivo, il richiamo perde di forza. Sembra pretestuoso, ed è debole, una voce fioca. Anzi, fa quasi il gioco di tutta quella parte ultraconservatrice dell’Europa che dice No all’ingresso della Turchia per motivazioni di carattere simbolico-religioso (è un paese islamico e perciò non avrebbe le carte in regola per far parte di un’Europa con “radici giudaico-cristiane”!). O di quella che si limita, con eccessivo riduzionismo e semplificazione, a dare del “barbaro” per delle (assolutamente reali) questioni di diritti umani senza guardare, però, la sua trave nell’occhio. Rifiutando a priori, senza cercare di dialogare o intervenire per porre fine alle pratiche violente.

Di fronte a tutto ciò, Recep Tayyip Erdoğan ha avuto gioco facile nel denunciare il double standard europeo, dal palco della stessa conferenza a poca distanza dall’intervento del commissario ceco. Il primo ministro turco ha fatto riferimento al medesimo uso della forza da parte delle forze dell’ordine dei Paesi europei, dalla Gran Bretagna alla Grecia alla Germania. Se questa parte del suo discorso è incontestabile, nel prosieguo Erdoğan ha eguagliato Fuele sul piano dell’ipocrisia. Ha affermato di essere «contrario alla violenza» e di avere «il cuore aperto a qualsiasi richiesta democratica». Smentendo poco dopo queste affermazioni sia con i gas lacrimogeni ed i cannoni ad acqua utilizzati per sgomberare piazza Taksim e colpire i manifestanti asserragliati nel parco di Gezi (il bilancio di due settimane di proteste è di migliaia di feriti, alcuni morti e decine di attivisti, giornalisti e avvocati arrestati); sia con discorsi dal tono ben diverso, in cui incitava i sostenitori del suo partito AKP a «dare una lezione» ai «vandali e terroristi». Usando, per etichettare chi era in piazza, un linguaggio violento non molto diverso da regimi come quello siriano di Assad.

Va poi ricordato che lo Stato turco, tanto citato come modello di democrazia del Vicino Oriente, ha molte lacune relativamente a diritti e standard democratici. La Turchia detiene il record di giornalisti arrestati e incarcerati (Dov’erano Fuele e la Commissione europea quando questo succedeva?). La Turchia è storicamente un Paese che attraverso lo Stato centrale reprime le sue minoranze etniche e religiose, dai curdi agli aleviti agli armeni etc. ed il codice penale consente numerosi abusi da parte di polizia e magistratura e una diffusa criminalizzazione del dissenso (Ancora, Fuele e la Commissione cos’hanno detto finora su questo? Avranno forse chiuso un occhio dando la priorità alle relazioni economiche?).

Come nel logo del Ministero turco  per gli affari europei (a lato), che mette fianco a fianco le stelle dell’Unione Europea e la mezzaluna turca, i due discorsi rappresentano due facce della stessa medaglia. La doppia morale dell’Unione Europea (con i suoi “fate i bravi” validi per gli altri, a dispetto di quanto succede al suo interno) e il “predicare bene e razzolare male” della Turchia di Erdoğan si sono incontrati a Istanbul per un dialogo stucchevole tra due ipocriti. Entrambi rappresentanti di una politica che si ostina ad essere falsa ed arrogante, e che volta le spalle alle popolazioni ed alle richieste di diritti. Una premessa che di sicuro, vista da chi sostiene un’Europa dei diritti, non fa ben sperare riguardo al futuro “matrimonio” tra Bruxelles ed Ankara.

 

 

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