Marine Le Pen, gli spauracchi che coprono l’austerity e la moda delle espulsioni

Domenico Musella

Un po’ in tutta Europa è giunta l’eco dello scalpore suscitato in Francia dai risultati del partito di estrema destra Front National e dei relativi sondaggi che lo vorrebbero come primo partito in Francia alle prossime europee 2014. Senza farci prendere da allarmismi e senza entrare nei diabolici meccanismi di condizionamento mediatico, cerchiamo di analizzare la questione.

Innanzitutto ridimensioniamo il fantomatico successo elettorale del partito di Marine Le Pen. La vittoria riguarda il seggio di consigliere generale del cantone di Brignoles, nella regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra (sud-est della Francia). Il “cantone” è un’entità amministrativa del complesso sistema territoriale francese (definibile in italiano “sottoprefettura”), per capirci: un passaggio intermedio tra un’ente simile alla nostra provincia (che in Francia viene chiamata “dipartimento”) e i comuni. In realtà il cantone non ha alcun tipo di potere in quanto ente locale, ma ha il solo scopo di costituire un “seggio” in cui eleggere un consigliere che siederà nel Consiglio di dipartimento (un consigliere provinciale, per dirla all’italiana). Quello di Brignoles (la cui omonima cittadina ha poco più di 16.000 abitanti, nel dipartimento del Var) è un cantone che comprende circa 20.000 aventi diritto al voto, ed il 6 ed il 13 ottobre ha visto celebrare il “rito” elettorale del celebre maggioritario a doppio turno detto, appunto, “alla francese”.

Sia al primo che al secondo turno il Fronte Nazionale, rappresentato da Laurent Lopez, ha avuto la maggioranza dei voti, staccando gli altri candidati: una gaullista, un comunista, un’ecologista e altri due di estrema destra. Quantitativamente, sole 2.718 persone al primo turno e 5.031 al “ballottaggio” hanno reso possibile una vittoria di cui si è parlato in una quantità di giornali di tutto il mondo, dall’Usa New York Times al britannico The Guardian all’italiano Il Fatto Quotidiano. Tutto ciò ha francamente del ridicolo.

Si aggiungano poi altre considerazioni, come il fatto che le elezioni cantonali sono tradizionalmente dominate dall’astensione (che anche nel recente scrutinio di Brignoles ha rappresentato la vera maggioranza della popolazione del cantone: quasi 14.000 al primo turno, circa 11.000 al secondo); che, in questo caso,si trattava di elezioni “suppletive”, essendo state annullate le due precedenti, nelle quali il Fronte Nazionale era già giunto al secondo turno e in un caso aveva anche vinto; e che, infine, la regione in questione è un tradizionale feudo della fiamma tricolore d’oltralpe: basti pensare che la non lontana Toulon è stata la prima grande città conquistata da un sindaco frontista, nel 1995.

Quindi, non è una novità il successo del Fronte Nazionale in queste zone, né lo è nella Francia dell’ultimo periodo. Alle presidenziali del 2012 Marine Le Pen è giunta terza con il 17,9 % delle preferenze dei francesi, il sentimento anti-istituzionale, populista e razzista si diffonde facilmente in tempi di crisi.

Ciò che dovrebbe far scalpore, in Francia come altrove, è la causa di questo “ritorno di fiamma” dei nazionalismi e dei neofascismi: le politiche di austerity dei governi “democratici”. Nell’Esagono la situazione, nonostante un governo sedicente “di sinistra”, sta assomigliando sempre più a quella del resto dei Paesi dell’Europa meridionale: crisi del debito, stretta su diritti e tutele sociali (vedi la riforma delle pensioni), disoccupazione straziante. Con aggiunta di grandi (ma inutili e dannose) opere architettoniche, vedi Nôtre-Dame-des-Landes e la Tav, e la rincorsa a destra su temi come l’integrazione.

Dobbiamo aver paura non solo e non tanto della xenofobia e dell’estrema destra evidenti e dichiarate, come nel caso del Front National (malgrado i tentativi di dédiabolisation del nuovo/vecchio corso di Marine), ma della diffusione delle loro idee e delle loro pratiche anche tra chi teoricamente ne dovrebbe essere immune. Dobbiamo cominciare a temere quando questi atteggiamenti si normalizzano nell’ambito dell’intero spettro politico. Altrimenti cadiamo nel tranello politico-mediatico che ci pone davanti uno spaventapasseri che ci distrae dalle riforme neolibersite e che ledono i diritti che i governi stanno mettendo in atto.

Spaventosi segnali razzisti sono quelli di questi ultimi giorni, di cui le autorità francesi si sono rese protagoniste, in un eccesso di zelo e di disumanità. Il 9 ottobre Léonarda Dibrani (foto), 15enne rom kosovara residente dal 2009 in Francia ed in attesa dell’asilo politico, è stata arrestata mentre si trovava in gita con i compagni della scuola media di Pontarlier (dipartimento del Doubs, regione della Franca Contea) che frequentava. Dopo il traumatico arresto è stata rispedita in tutta fretta a Mitrovica, Kosovo, con tutta la sua famiglia residente in Francia. Il ministro degli interni Manuel Valls, molto rigido sullle tematiche dell’accoglienza e non nuovo a uscite dalle tinte razziste, ha ordinato un’inchiesta sull’accaduto che mette comunque in grande imbarazzo il governo socialista. Sabato 12 è toccato al liceale Khatchik Khachatryan, 19enne di origine armena, essere fermato, espulso e rimpatriato in Armenia. Al suo arrivo a Erevan, per giunta, è stato arrestato poiché, trovandosi in questi anni in Francia, non ha svolto regolarmente i due anni di servizio militare obbligatori nel Paese.

Se un’austerity spietata, che si serve di meccanismi razzisti funzionali a mantenere il controllo sociale, continua a dominare in Europa, non meraviglia l’ascesa di populisti e neofascisti. E ancora, se le forze democratiche e a difesa dei più deboli continueranno a essere disunite e senza un messaggio forte, l’unica potente voce anti-austerità sarà quella dell’estrema destra populista in tutte le sue forme, che fa leva su queste rincorse di stampo razzista (a proposito, vi consigliamo un interessante commento di Alessandro Dal Lago su il manifesto di domenica, che mostra la vicinanza delle posizioni sugli extracomunitari tra la Le Pen e Grillo). In una spirale che può diventare realmente pericolosa.

Rischiamo che le popolazioni si disinteressino progressivamente della politica (non solo non andando a votare, ma non partecipando in generale alla vita della società) o, peggio, preferiscano sempre più l’originale razzista e populista anziché la fotocopia con la facciata democratica. Il risultato sarà però lo stesso.

 

 

 

 

 

 

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