Matti in gabbia

Cominciamo con una domanda: dove va a finire chi commette un crimine in condizioni di accertata malattia mentale? Stiamo parlando degli O.P.G. (ospedali psichiatrici giudiziari), che dopo la legge 180 (questo il testo completo) sulla chiusura dei manicomi, hanno sostituito i cosiddetti “manicomi criminali”. Un grande passo in avanti sul trattamento dei disturbi (anche se personalmente preferisco parlare di “disagi”) mentali che tuttavia è stato compiuto in gran parte solamente sulla carta. Infatti i cosiddetti O.P.G. non hanno segnato una grande svolta rispetto ai vecchi manicomi criminali, nel senso che, nonostante il cambiamento di nome, la sostanza è rimasta la stessa. E a sostegno di questa affermazione esistono diverse testimonianze, prima fra tutte quella fornita dalla Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario
nazionale (questo il testo della relazione presentata al senato e qui il video reportage ) dai cui emerge che “tutti gli OPG presentano un assetto strutturale assimilabile al carcere o all’istituzione manicomiale, totalmente diverso da quello riscontrabile nei servizi psichiatrici italiani”, oltre a una forte carenza di personale che possa garantire degli interventi riabilitativi. Insomma, da questa indagine emerge che gli opg sono delle vere e proprie “gabbie di matti” in
cui la dignità degli utenti viene ripetutamente calpestata. Fortunatamente, poi la Commissione Giustizia del Senato ha approvato all’unanimità l’emendamento per la chiusura degli opg che dovrebbe avvenire entro il 31 marzo 2013. Staremo a vedere.

Ma non basta chiudere gli opg per risolvere la questione. Il problema è molto più ampio e consiste a mio avviso nella riproposizione dell’ormai antica disputa fra anima contenitiva e anima riabilitativa della psichiatria. Mi spiego meglio. Per “anima contenitiva” si intende tutta una serie di interventi volti appunto ad immobilizzare o tranquillizzare il paziente che si trovi in stato di agitazione, sia fisicamente (ad esempio tramite camicia di forza) sia farmacologicamente, tramite psicofarmaci. L’“anima riabilitativa” consiste invece in quegli interventi finalizzati al recupero della funzionalità della persona e del suo equilibrio psicofisico. Dunque, una psichiatria che voglia essere uno strumento efficace per garantire la salute della persona dovrebbe essere caratterizzata da un sostanziale equilibrio fra contenzione e riabilitazione. Cioè, contenere laddove sia strettamente necessario (ad esempio nel caso di crisi psicotiche in cui la persona
perde ogni contatto con la realtà ed è veramente impossibile stabilirci un qualsiasi tipo di rapporto), ma non fermarsi qui. Una volta contenuta la crisi, dovrebbero essere attuati una serie di interventi terapeutici volti a recuperare, come ho già detto prima, la sua funzionalità.

Purtroppo, il codice penale e quello civile sono ancora strettamente legati alla psichiatria come disciplina biologica, che vede appunto il disturbo mentale come una disfunzione organica e quindi come frutto di un’alterata attività cerebrale. È chiaro che con questa concezione, ogni intervento che vada aldilà della somministrazione di psicofarmaci non viene considerato, e quindi si pensa solamente a contenere (e gli opg ne sono un chiaro esempio). Il problema sostanziale è che si continua a guardare il malato mentale come un alieno (non a caso prima della sopracitata legge 180 si parlava di “alienato mentale”), come un uomo che abbia perso la sua umanità, e non come ad una persona che vive delle difficoltà “esistenziali”. In questo senso la psichiatria fenomenologica (a tal proposito vi segnalo i libri dello psichiatra scozzese Ronald D. Laing L’Io diviso e L’Io e gli altri, a mio avviso non troppo incomprensibili per chi è a digiuno di psicologia) ha dato un contributo eccezionale nella comprensione delle esperienze psicotiche (cioè quelle caratteristiche dei disturbi mentali gravi come ad esempio la schizofrenia). In sostanza la psichiatria fenomenologica ci dice che il malato mentale è una persona con delle incertezze, come tutti ne abbiamo. Solo che le sue incertezze sono molto più profonde e si estendono alla sua stessa esistenza; e non si tratta di semplici elucubrazioni mentali (del tipo “che senso ha la mia vita?”), ma di incertezze “sensoriali”, a partire da ciò che si vede con gli occhi, ciò che si sente con le orecchie, fino all’incertezza di esistere, di avere un corpo, di essere al mondo. Ecco, provate a immaginare cosa potrebbe succedere se non foste più sicuri di tutto questo, se a essere messa in dubbio fosse la vostra stessa esistenza. Di sicuro ne deriverebbe una sofferenza che fatichereste a raccontare persino a voi stessi. Per questo il malato mentale ci sembra così lontano da noi; e il fatto che comunque possiamo cogliere squarci della loro sofferenza e farla nostra, sentirla sulla nostra pelle, ci dimostra che non è affatto così, che siamo noi a volerli tenere lontani per non sentire la loro sofferenza.

D’altro canto, loro sono solo dei pazzi criminali. E noi siamo quelli normali…

Di Maurizio Lombardi

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