Mobilitarsi per i beni comuni: qualche lezione dall’Italia

12 aprile e movimenti italiani: un contributo alla riflessione dal giornale online ROAR Magazine, tradotto in italiano in esclusiva per First Line Press

 

La protesta di sabato a Roma è stata l’ultima di una serie di azioni legate ad un progetto comune. Cosa possono imparare gli attivisti stranieri dai movimenti italiani?

 

Decine di migliaia di persone hanno manifestato a Roma questo sabato per protestare contro le misure di austerità e le riforme economiche del nuovo governo di Matteo Renzi e per riaffermare le loro richieste: reddito, casa e dignità per tutti. In decine sono rimasti feriti negli scontri scoppiati al termine del corteo e la polizia ha caricato violentemente la folla, picchiando indiscriminatamente i manifestanti e calpestando chiunque si è trovata davanti. Ciò che la polizia non ha potuto calpestare, tuttavia, è stata la determinazione dei movimenti ad intensificare la loro resistenza sulla scia della sollevazione generale (in italiano nel testo, NdT) dello scorso 19 ottobre, che ha portato centinaia di migliaia di persone nelle strade della capitale.

Gli eventi di sabato sono particolarmente degni di nota per due ragioni: prima di tutto, i movimenti italiani si sono dimostrati piuttosto deboli nel rispondere alla crisi europea del debito all’inizio del suo scoppio, nel 2010-11. A parte una manifestazione di massa a Roma il 15 ottobre 2011, rapidamente degenerata in violenza senza senso, l’ondata degli indignados-Occupy ha solo minimamente sfiorato il Paese, nonostante fosse salito al potere un governo tecnocratico e non eletto guidato dall’ex consulente di Goldman Sachs Mario Monti. Questa storia recente rende le mobilitazioni che adesso sono in corso molto importanti, specialmente dal momento che la crisi abitativa e occupazionale si è significativamente aggravata.

Il secondo motivo per cui dovremmo guardare con attenzione all’Italia, invece, ci riguarda molto più da vicino. La manifestazione di sabato si è verificata in controtendenza rispetto ad un clima di relativa smobilitazione nel resto d’Europa e in Nord America. Proprio quando i movimenti anti-austerity altrove sembrano sulla ritirata, i movimenti italiani stanno gradualmente incrementando la loro resistenza. Questo fa sorgere un interessante quesito: abbiamo qualcosa da imparare dai processi dal basso attualmente in corso in Italia? Credo che la risposta sia “sì” — e penso che dovremmo prestare particolare attenzione alla variegata composizione sociale e al “progetto comune” che sottende questi processi di base.

Rilanciare la resistenza

Ma prima facciamo un passo indietro. La scorsa settimana ho brevemente accennato ad alcune sfide che i movimenti internazionali hanno davanti a loro in questa fase attuale di relativa smobilitazione. Ho proposto l’ipotesi che alcune delle principali ragioni dell’ “assenza di protesta” al giorno d’oggi abbiano a che fare con (1) l’atomizzazione sociale indotta dalla natura sempre più precaria del lavoro in tempi di crisi e più in generale nel capitalismo finanziarizzato; (2) gli effetti “isolanti” dell’ansietà generata da un neoliberismo che richiede di essere costantemente connessi e perennemente produttivi, combinati alla repressione della polizia e al suddetto aumento della precarietà; (3) il senso di inutilità dominante provato da una larga fetta della popolazione. A questi fattori, un lettore ha giustamente aggiunto l’esaurimento mentale e fisico derivato da forme di attivismo insostenibili.

Ora, se altrove i movimenti hanno interesse nel ravvivare la resistenza, io credo che dovranno trovare dei modi per affrontare direttamente questi fattori interconnessi — e i movimenti italiani possono fornirci se non altro un’idea da cui partire: sedersi insieme intorno a un tavolo ed elaborare accuratamente un progetto comune dietro il quale i gruppi politici più disparati, i movimenti autonomi e i singoli individui possano unirsi. Ciò che è necessario è uno slogan unico, capace di tenere insieme attorno ad una serie di princìpi e obiettivi condivisi una coalizione popolare ampia. In Italia questo progetto si riferisce a Una sola grande opera: casa e reddito per tutti (in italiano nel testo, NdT). Questo progetto a sua volta si fonda su dieci anni di esperienze locali organizzate attorno al “diritto al comune” (per un’utile introduzione al tema, si veda questa relazione di Michael Hardt).

Mobilitarsi per il “comune”

Il concetto di “comune” ha acquisito popolarità negli ambienti attivisti di tutto il mondo negli ultimi anni, ma forse viene sottolineato nella maniera più esplicita proprio nel ciclo di lotte che ha luogo in Italia in questo periodo. Come il mio amico e collega ricercatore dell’IUE Alfredo Mazzamauro ha recentemente evidenziato in un eccellente articolo per ROAR, l’elemento significativo della sollevazione generale del 19 ottobre 2013 è stato precisamente l’aver oltrepassato le linee di frattura che per così tanto tempo avevano mantenuto la sinistra italiana e i suoi movimenti sociali in uno stato di divisione e lotta reciproca. È stato principalmente attraverso l’identificazione di un nemico comune (il capitalismo neoliberista) e l’elaborazione di un progetto condiviso (incentrato su casa e reddito) che questi gruppi disparati sono riusciti a unire le forze e adesso stanno cominciando a delineare una strategia politica autonoma dal basso.

Che questa narrazione ruoti fondamentalmente attorno alla casa e al reddito non è una coincidenza: il 40% dei giovani italiani è senza lavoro e nel solo 2013 circa 68.000 famiglie hanno ricevuto l’ingiunzione di sfratto, il 90% delle quali perché non sono riuscite a pagare il loro affitto o mutuo a causa di un reddito insufficiente. Ma la richiesta “unificante” di reddito e casa non è semplicemente un appello riformista moderato di fronte a una crisi devastante. Quando i manifestanti a Roma reclamano il reddito, la maggior parte di essi si riferiscono al salario minimo garantito; e quando parlano di casa intendono non solo un diritto umano, ma un bene comune. Questo significa che i movimenti non stanno semplicemente facendo una richiesta al governo. Piuttosto, stanno riaffermando l’obiettivo rivoluzionario di affrancare le necessità umane del riparo e del sostentamento dalla dipendenza sociale dal lavoro salariato e dai mercati. Ciò costituisce una radicale “re-immaginazione” del valore in sé e per sé.

 

Reddito minimo, case popolari

La considerazione della casa come bene comune e del reddito come sussidio universale ha perciò la potenzialità di allargare enormemente i nostri orizzonti politici. Prima di tutto, la nozione di reddito minimo manda in frantumi l’idea sfruttamentista secondo la quale la gente comune dovrebbe vendere il propria forza-lavoro a qualche essere umano più fortunato (il suo datore di lavoro) solo per la sopravvivenza. Essa riconosce il fatto che le nostre società (almeno in Europa e America del Nord) hanno accumulato nel tempo un capitale ben più che sufficiente a garantire ad ognuno almeno il soddisfacimento dei bisogni basilari di un’esistenza dignitosa. E inoltre fornisce un’alternativa concreta per lottare contro il profondo senso di ansietà provocato dalla precarietà del lavoro. Si badi bene: rompere la dipendenza dal lavoro salariato per i bisogni vitali genererebbe profondi cambiamenti nelle relazioni sociali e nella natura stessa della nostra vita quotidiana.

In secondo luogo, come David Harvey ha più volte evidenziato negli ultimi anni (anche nella sua recente conferenza alla London School of Economics), la nozione di casa come bene comune ha ripercussioni altrettanto radicali sull’economia capitalista, fin nelle sue fondamenta. Risolvendo la contraddizione tra valore d’uso e valore di scambio, il concetto di casa come bene comune riconosce il primato dei bisogni fondamentali del tetto e della sicurezza sul valore improduttivo e totalmente fittizio dell’investimento speculativo nel settore immobiliare. In questo modo, esso permette di sbarazzarsi dell’idea fondamentalista del mercato secondo cui una casa è prima di tutto e soprattutto un valore di scambio: una convinzione completamente irrazionale che ha prodotto un mondo nel quale allo stesso tempo esistono milioni di persone senza casa e milioni di case senza persone.

Costruire coalizioni ampie

In Italia inquadrare esplicitamente la lotta in questi termini ha permesso la costruzione di una larga coalizione che mette insieme alleati inaspettati come i movimenti delle occupazioni e dei centri sociali delle grandi città e il movimento radicalmente autonomo dei NO TAV (che lotta per la difesa delle comunità locali e dei beni comuni ambientali contro la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità in Val Susa) con i precari della logistica e i disoccupati italiani e migranti che rischiano di essere cacciati dalle loro abitazioni. Come afferma Alfredo Mazzamauro, «insieme [questi gruppi] hanno reso evidente la contraddizione di spendere oltre 26 miliardi di euro di denaro pubblico nella costruzione di una ferrovia che sta destabilizzando intere comunità e che si rivela di discutibile utilità per le classi a basso reddito nella regione, mentre allo stesso tempo si rifiuta di approntare un piano straordinario per risolvere l’emergenza abitativa».

Delle larghe coalizioni simili si sono formate in altri contesti nel corso del 2011, ma nella maggioranza dei casi non si sono tenute insieme, avendo esaurito in breve tempo la loro energia e, soprattutto, avendo fallito nell’articolare una visione condivisa e un progetto politico concreto in cui i contestatori potessero impegnarsi positivamente e attorno al quale continuare ad organizzarsi. In assenza di un tale progetto comune, le coalizioni del 2011 hanno assunto, in larga parte, una forma piuttosto effimera o transitoria: un nemico comune è stato identificato (Mubarak, Wall Street, Erdoğan), ma al di là della fondamentale re-invenzione dell’assemblea popolare sono stati compiuti pochi passi per costruire un immaginario politico alternativo e una strategia rivoluzionaria a lungo termine.
Differenziare le tattiche

Sviluppare un progetto politico comune del genere non è la stessa cosa che ammucchiare alla rinfusa la moltitudine delle forze sociali e degli immaginari politici in una singola struttura unificata. Ancora più rilevante è che non si tratta di dar vita a un nuovo partito politico a partire dal patchwork dei movimenti sociali, come i più tradizionali tra quelli di sinistra insistono nel dire che dovremmo fare. Al contrario, l’esempio dei movimenti italiani è istruttivo perché mostra come varie tendenze della sinistra possano con successo mantenere salda una coalizione, restando al contempo fedeli alle proprie convinzioni politiche. Alcuni gruppi all’interno dei movimenti si stanno dedicando al lavoro politico, organizzandosi in partiti (preesistenti o nuovi), mentre altri rivendicano la loro autonomia (moderata o radicale) dal sistema politico, focalizzandosi invece sulla costruzione di istituzioni alternative partendo dal basso.

A tal proposito, andrebbe sottolineato ancora una volta che un progetto comune non è lo stesso che un programma politico. Rivendicare casa e reddito per tutti non è lo stesso che domandare casa e reddito per tutti. Quasi nessuno dei manifestanti di Roma era tanto ingenuo da pensare che il governo Renzi avrebbe prontamente dato attuazione a queste richieste radicali. Per questo motivo la varietà delle tattiche resta molto importante: per realizzare obiettivi sia immediati che a lungo termine, i movimenti devono essere strategicamente determinati, ma tatticamente flessibili. L’azione diretta del movimento delle occupazioni, per esempio, sta già liberando degli spazi abitativi per le persone che sono state sfrattate e che non possono permettersi di aspettare le future riforme o rivolte. Nel frattempo, il lavoro organizzativo a lungo termine degli altri gruppi può gettare le basi per vittorie su più larga scala attraverso canali più istituzionali, come è successo per la clamorosa vittoria dei movimenti nei referendum del 2011, nei quali il popolo italiano ha respinto a stragrande maggioranza la privatizzazione dell’acqua — un altro bene comune.

Differenziazione delle tattiche significa anche che gli attivisti più militanti non dovrebbero mettere in pericolo la sicurezza e l’incolumità dei manifestanti pacifici (come invece hanno fatto durante le azioni militanti controproducenti del 15 ottobre 2011), mentre i pacifisti interni al movimento dovrebbero allo stesso tempo concedere uno spazio all’azione militante e a tattiche più aggressive. In Italia, questo sviluppo informale di una varietà di tattiche all’interno del più ampio blocco delle forze sociali ha portato ad un risvolto interessante. Nell’ottobre 2011, i contestatori più militanti hanno sconsideratamente indotto dei pacifici manifestanti a violenti scontri con la polizia, mentre i manifestanti pacifici hanno impudentemente bloccato i più militanti, consegnandoli agli stessi poliziotti. Nell’ottobre 2013, al contrario, gli attivisti più militanti si sono stabiliti davanti al Ministero dell’Economia e hanno protetto la maggioranza pacifica dall’assalto della polizia. Il giorno dopo, la maggioranza pacifica si è schierata al fianco degli elementi più militanti per chiedere il rilascio di sei attivisti arrestati negli scontri. È in questo modo che un movimento deve serrare i suoi ranghi e disarmare efficacemente le tattiche del divide et impera messe in piedi dagli apparati ideologici e repressivi degli Stati.
Adattarsi al contesto

Non serve dirlo, ogni movimento si sviluppa nel suo particolare contesto e di conseguenza avrà bisogno di concepire le sue specifiche narrazioni, tattiche e strategie per costruire ampie coalizioni attorno al bene comune. Ci sono segnali promettenti che questo sta già accadendo in alcuni posti. In Europa e Nord America, i movimenti spagnoli sono probabilmente i più avanzati in questo senso. Prendiamo lo stimolante esempio della Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH), che riunisce consumati attivisti e avvocati insieme con migranti, lavoratori e disoccupati, e che combina l’azione diretta (blocco del pignoramento degli appartamenti, occupazione di sedi delle banche e organizzazione di escraches davanti alle abitazioni dei politici) con tattiche di pressione più tradizionali per far abrogare provvedimenti anti-sociali o far passare legislazioni a difesa degli inquilini. Parallelamente, la PAH lavora in stretta cooperazione con altri gruppi e movimenti nelle varie coordinadoras nazionali. Come “Una sola grande opera” in Italia, la PAH propone di considerare la casa un diritto umano e un bene comune, e allo stesso modo rivendica il salario minimo.

In America del Nord e in altri Paesi europei coalizioni simili a queste sono possibili se gli attivisti riescono a identificare le cause comuni sulle quali è possibile far leva per riunire diversi gruppi di persone che altrimenti non parlerebbero lo stesso linguaggio politico e non sarebbero tanto inclini a cooperare. La chiave sta nell’individuare i punti deboli del sistema e definire con precisione le rivendicazioni quotidiane che sono all’origine dei nostri malesseri sociali e alla base della continua riproduzione del capitalismo. Ciò permetterebbe ai movimenti di mettere alla prova le relazioni di potere che fondano il sistema, attraverso interventi estremamente mirati il cui impatto possa essere direttamente sentito — si pensi ad esempio ai movimenti di Cochabamba che hanno vinto la Guerra dell’acqua in Bolivia. Va detto che alcune di queste idee stanno già plasmando alcune lotte in altri Paesi, come nel caso di Save Greek Water, la campagna contro la privatizzazione dell’acqua ad Atene.

Certamente il caso italiano non va troppo esaltato. Se i processi dal basso sembrano promettenti, la Sinistra italiana sta ancora combattendo — come ovunque, del resto — una battaglia “in difesa” contro un’offensiva neoliberista che è invece sempre più intensa. Anche da questo, a mio avviso, possiamo ricavare un importante messaggio: forse un modo per superare la paralisi in cui molti movimenti ora si trovano sarebbe cominciare ad elaborare una visione più chiara sul dove davvero si vuole andare. Alcuni chiameranno questa visione anarchia, altri potranno chiamarla socialismo o comunismo, la maggior parte delle persone probabilmente non vorrà darle alcun nome. Ma solo cominciando a tradurre questi concetti contestati in obiettivi concreti che possano realmente unirci, piuttosto che in astrazioni dogmatiche che continuano a separarci, potremo compiere un primissimo passo verso il superamento delle nostre innumerevoli differenze, per allargare i nostri orizzonti politici e ritrovare una direzione che ci orienti nei duri anni che ci aspettano.

 

Jérôme Roos

Jérôme Roos è un dottorando in Economia Politica Internazionale all’Istituto Universitario Europeo (Firenze), redattore e fondatore di ROAR Magazine.

 

Traduzione di Domenico Musella

 

Pubblichiamo per gentile concessione di ROAR Magazine

Articolo originale a questo link

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