Myanmar: tra processi democratici e tensioni etniche. Intervista a William Schabas

Lorenzo Giroffi

Nei mesi scorsi ci siamo occupati del genocidio in corso in Myanmar (conosciuto in passato come Birmania) del popolo rohingya (minoranza etnica di religione musulmana, che vive nel Rakhine State, in una perpetua condizione di astio etnico-religioso) , che seppur ininfluente nei giochi di potere dell’Asia che conta, ha al passivo un numero impressionante di vittime. Qui (con dati e riferimenti geografici) scrivemmo degli squilibri etnici presenti in Myanmar, in un Paese dove un Parlamento militare in questi ultimi anni sta lasciando spazio a processi democratici non di certo per amore della giustizia, ma per lotte popolari sempre più influenti ed anche per le pressioni della Comunità Internazionale, con in testa gli Stati Uniti che in qualche modo tentano di sostituirsi all’egemonia cinese presente nella zona. Washington appoggia la più nota battaglia di democratizzazione nel Paese, portata avanti da Aung San Suu Kyi. Nello scorso articolo focalizzammo la nostra attenzione proprio su quest’ultimo personaggio: interrogativi inerenti a chi lotta per i diritti, non sposando però tutte le battaglie da combattere nel Paese. In Myanmar, Aung San Suu Kyi gode del sostegno di una componente consistente dei monaci buddhisti, che invece nella vicenda dei rohingya sono i protagonisti-aggressori della pulizia etnica nel Rakhine State.

La minoranza musulmana, che in Myanmar non gode di alcun riconoscimento di cittadinanza, di fatti è apolide, sembra non meritare attenzioni, per non initaccare possibili consensi. Intanto il genocidio continua, con il Myanmar che vede anche altre minoranze esplodere, come le rivendicazioni tornate in voga nei Kachin.

Su tutto tutto ciò restano i sospetti di supporto alle destibilizzazioni da parte della Cina affinché la politica in Myanmar possa ritornare sui propri passi, evitando l’invasione di campo statunitense. Tuttavia Pechino resta il principale partner economico del Paese e Washington, a parte il supporto di Barack Obama ad Aung San Suu Kyi, non ha proferito parola sulle vicende dello sterminio dei rohingya e degli altri disordini. Qualsiasi analisi dunque sembra azzardata: inutile esultare per il processo democratico proclamato dal presidente Thein Sein, che comunque porta avanti un Parlamento dove il peso maggiore è ancora detenuto dalla Giunta militare; troppo presto per capire le prossime egemonie internazionali nel Paese; doveroso invece un monitoraggio sulla negazione dei diritti umani in alcune regioni.

Analizziamo la vicenda con una voce autorevole nel campo del diritto internazionale: William Schabas, professore di diritto internazionale alla Middlesex University di Londra, che alle spalle ha anni di campagne contro la pena di morte in zone differenti del mondo, con studi storici sulle cause di alcuni genocidi; presidente dell’Internatoinal Association of Genocide Scholars; autore di “The abolition of the Death penality in International Law”, nel quale ha rivisto il concetto di genocidio in parallelo a quello di pulizia etnica; in passato è stato consulente delle Nazioni Unite. Sicuramente il professore Schabas, nell’intervista che segue, si è dimostrato pronto a prendere per buono tutto quello che il “nuovo” corso politico in Myanmar ha messo in programma. Vista la credibilità, gli studi, l’impegno e la grossa conoscenza in materia di William Shabas è necessario partire dalla sua analisi per poi continuare ad osservare, nei prossimi mesi, quanto si possano placare le violenze ai danni dei rohingya.

Come è cambiata nell’ultimo periodo la situazione in Myanmar? Quanto è lunga la strada per una reale democrazia in questo Paese?

<<Penso che il corso democratico iniziato non sia ancora ultimato. Sicuramente tra le cose irrisolte ci sono i diritti da riconoscere alle minoranze, in particolar modo ai rohinya. Certamente si è registrata una stranezza, perché proprio nel momento in cui sono inziate le riforme politiche di democratizzazione si sono intensificate le persecuzioni etniche>>.

Cosa sta succedendo nel Rakhine State? Quale è il reale significato della lotta tra i monaci buddhisti ed i musulmani?

<<Io non vedo lotte tra gruppi etnici, ma tensioni dettate da anni di criminalizzazione. Minoranze che da molte generazioni sono vittime di discriminazioni divenute poi questioni nazionali>>.

Perché i rohinya sono apolidi?

<<Lo sono perché il Governo del Myanmar non ha mai affrontato la questione. Vivono lì da intere generazioni, sempre ferme nella discriminazione come unica forma di vita. Tutto ciò è successo perché è un ottimo elemento per controllare possibili rivendicazioni>>.

Quali sono le prospettive per questo Paese e per le sue minoranze? 

<<Io sono ottimista. Spero che le violenze possano arrestarsi per i rohinya ed altre minoranze. Sono però anche preoccupato dello scenario attuale di tensione, soprattutto rivolta verso questa minoranza musulmana. Tuttavia confido nel fatto che la politica stia cambiado, in virtù anche delle aperture presidenziali. Bisogna essere ottimisti perché mi sembra che l’oscuro passato possa essere presto sostituito da un presente con più libertà, più rispetto per i diritti umani e più democrazia. Vedendo ciò che sta succedendo in Myanmar credo che il processo democratico possa continuare, incoraggiato magari da attori della comunità internazionale. Il più grosso problema di questo procedimento è legato alle sue relazioni internazionali ed al fatto che i suoi processi di democratizzazione debbano tener conto di queste. D’altra parte mettere a rischio l’alleanza con la Cina vuol dire anche perdere qualche certezza per la propria sicurezza territoriale. Però la riuscita del processo di democratizzazione del Myanmar è legata proprio ai rapporti con la Cina>>.

 

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