Nasce il Museo delle Migrazioni di Lampedusa

Uno spazio senza confini per non dimenticare le migliaia di persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo

Vestiti, scarpe, libri, cibo in scatola. E ancora banconote, fotografie, passaporti, quaderni ricchi di appunti, vocabolari, diari. Migliaia di oggetti smarriti sui fondali del Mediterraneo, destinati a diventare spazzatura, che i volontari dell’associazione Askavusa (“a piedi scalzi” nel dialetto lampedusano), hanno raccolto nel Museo delle Migrazioni di Lampedusa. Un viaggio attraverso frammenti di vita che raccontano cosa resta di quei viaggi della speranza che ogni anno, milioni di persone, in fuga dal proprio Paese (43.7 milioni, secondo le ultime stime dell’UNCHR), intraprendono alla ricerca di una vita migliore.

Il progetto di raccolta e catalogazione di questi preziosi oggetti è stato voluto e incoraggiato anche dal sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, e da altre associazioni, tra cui Amm, Legambiente e l’Università Orientale di Napoli. L’obiettivo di questo spazio senza confini – come lo definiscono i volontari dell’associazione – è testimoniare il passaggio di culture, storie, persone che, per pochi giorni, sono approdate sulle rive dell’isola o che, forse, non ci sono mai arrivate. La collezione include anche i legni delle barche – recuperati sulle spiagge lampedusane – e appartenenti alle imbarcazioni che sono arrivate negli ultimi anni; legni che sono serviti per costruire le mensole su cui gli oggetti ritrovati sono stati esposti.

18.673 i morti dal 1988 al 2012 per arrivare in Europa; 6.449 gli annegati nel canale di Sicilia dal 1998; 494 i morti soffocati o assiderati durante il viaggio; 4.201 i migranti respinti dall’Italia solo nel 2010. Cifre che nascondono storie, sofferenze di uomini, donne e bambini che continuano in queste ore a sbarcare sulle nostre coste.

È di qualche girono fa la notizia di un barcone approdato a Lampedusa con circa 300 persone e di  uno in Sicilia con a bordo 107 migranti, quasi tutti siriani di cui 37 minorenni e 2 neonati, in fuga da uno dei più atroci conflitti, che continua a seminare morte e disperazione. Profughi e rifugiati che, con il miglioramento delle condizioni climatiche, continueranno a sbarcare in Italia come nel resto del Mondo, in cerca di protezione. Persone che forse non riusciranno a farcela, ma che con questo museo continueranno, in un certo modo, a  vivere

Un museo vivo, in continua evoluzione, pensato  per essere arricchito di anno in anno e che magari potrà essere consultato in rete da chi, quella calda sabbia di Lampedusa l’ha davvero calpestata. Per non dimenticare quelle migliaia di persone morte nel Mediterraneo, ad un passo da noi.

Qui l’archivio delle memorie

di Mariarita Cardillo

Mariarita Cardillo

Sono nata in un Paese in cui avere il colore della pelle diverso è ancora un problema. In una Terra che mescola parole con pregiudizi, dove immigrato è sinonimo di clandestino, e clandestino è troppo spesso uguale a sfruttamento, lavoro nero, schiavitù. Scrivere di immigrazione non è facile. Non ho nessuna pretesa, solo raccontarvi cosa succede dove gli altri non guardano.
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