Nucleare iraniano: la chiave di volta della questione siriana?

Accordi nucleari, scontri regionali, il nuovo ruolo diplomatico della Russia. Il Vicino Oriente ruota attorno alla crisi siriana e all’interlocutore che ancora manca per una sua soluzione: l’Iran. A piccoli passi si parte da Vienna.

È finita giovedì scorso la tre giorni di colloqui nella capitale austriaca tra l’Iran e le sei potenze internazionali sulla questione del nucleare.

Chi si aspettava un accordo è rimasto deluso, analogamente a chi credeva che l’incontro di Ginevra II, una settimana prima, avrebbe risolto la crisi siriana.

“Un buon inizio”, così lady Ashton, l’Alto Rappresentante per gli affari esteri dell’UE, ha definito l’esito dei colloqui di Vienna. A quanto pare, le cinque potenze più uno (nella fattispecie, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania) e l’Iran avrebbero quantomeno identificato, nel corso dei tre giorni di colloquio, le questioni salienti che devono trovare soluzione e hanno fissato una serie di incontri per i prossimi quattro mesi.

I più ottimisti ritengono che un accordo possa essere abbozzato per il prossimo luglio, quando scadrà, di fatto, la sorta di tregua accordata durante i colloqui di Ginevra dello scorso novembre.

I più realisti, tuttavia, ritengono che la strada dei piccoli passi sia molto più lunga, data l’importanza dei nodi da sciogliere. Secondo diversi analisti, infatti, le questioni principali da chiarire riguardano la determinazione del livello di arricchimento dell’uranio che si vorrà permettere all’Iran, la chiusura di alcuni importanti reattori, primo tra tutti quello di Arak, in costruzione, la possibile dimensione militare dell’utilizzo del nucleare.

Cautamente, i paesi coinvolti escludono di imporre a Teheran la chiusura del programma nucleare, come richiesto da diversi “falchi” in Israele, Arabia Saudita, ma anche negli stessi Stati Uniti. Piuttosto, la strategia delle 5P+1 si sviluppa come una sorta di Giano bifronte: con una faccia “politicamente corretta”, verso un accordo controllato e condiviso con Teheran sull’entità dello sviluppo del nucleare iraniano; ma, al contempo, con una malcelata espressione di realpolitik, i sei grandi intenderebbero con questi accordi rallentare lo sviluppo di tali piani e ritardare il più possibile la produzione di un arsenale nucleare.

Da parte sua, il presidente iraniano Rouhani non si trova certamente in una posizione facile: sul versante esterno, deve avvicinarsi al tavolo dei negoziati per poter alleggerire il peso delle sanzioni e per rimediare all’isolamento in cui si trova l’Iran in seno all’OPEC; in questo modo, direbbero i maliziosi, l’allentamento delle pressioni internazionali permetterebbe a Teheran di proseguire i piani di sviluppo del nucleare; sul fronte interno, deve gestire le voci dei “falchi” iraniani, che lo accusano di voler compromettere gli sviluppi nucleari finora raggiunti.

Incombe sullo sfondo di Vienna, tuttavia, una situazione regionale tuttaltro che lineare. Il fulcro è rappresentato sicuramente dalla crisi siriana, che necessita, come Ginevra II ha dimostrato, della presenza dell’Iran al tavolo dei negoziati affinchè questi possano dare risultati.

Frattanto, l’attività diplomatica collaterale è in fibrillazione. È il caso della Russia, tradizionale sostenitore del governo siriano, che prima dell’incontro ginevrino ha ricevuto a Mosca il leader del Consiglio Nazionale Siriano, Ahmad Jarba, oppositore di Assad, dimostrando così di essere l’unica potenza in grado di dialogare con entrambe le parti.

Il tutto, mentre gli Stati Uniti erano occupati a “contenere” l’esuberanza dei propri alleati. È il caso di Pakistan e Arabia Saudita, a cui Washington avrebbe chiesto di interrompere gli scambi di tecnologia nucleare (da Karachi verso Ryad), per rispetto dei negoziati di Vienna. O, sempre per restare in Arabia Saudita, la sostituzione del capo dell’intelligence saudita, il principe Bandar bin Sultan, con il principe Mohammed bin Nayef, il primo molto vicino al premier israeliano Netanyahu (!) nella sua critica ai negoziati con l’Iran, il secondo più congeniale alle attuali posizioni della Casa Bianca.

E mentre a Vienna si discuteva di nucleare, nelle retrovie della guerra siriana, in Libano, le Brigate Abdullah Azzam, gruppo radicale sunnita nel Paese dei Cedri, facevano detonare due ordigni nei pressi del centro culturale iraniano a Beirut, uccidendo quattro persone. Un evento tuttaltro che casuale, dopo che, lo scorso novembre, lo stesso gruppo aveva colpito l’ambasciata iraniana nella capitale libanese, proprio mentre a Ginevra si svolgeva il primo round di colloqui tra Iran e 5P+ 1. Una rappresaglia, secondo le rivendicazioni, in risposta al supporto dato da Teheran a Hezbollah e ad Assad in Siria.

Come in quell’occasione, anche in quest’ultima l’Iran non ha permesso che l’attacco disturbasse i negoziati; tuttavia, il concatenarsi degli eventi dimostra come la soluzione della questione siriana presenti un carattere di urgenza per la stabilità degli equilibri regionali.

A questo proposito, risulta auspicabile che l’accordo con Teheran sul nucleare sia concluso al più presto e che l’Iran, ormai interlocutore essenziale, sia reintegrato nei processi negoziali internazionali. Come quello di Ginevra II sulla Siria, a cui i rappresentanti iraniani non erano invitati.

L’alternativa, altrimenti, sta scritta sulle pagine di storia internazionale degli ultimi trentacinque anni.

Giovanni Andriolo

Osservatorio: "Il Grande Gioco: Nord-Africa e Asia Centro-Occidentale". Dal Marocco all'Afghanistan, passando per Iran e Penisola Araba: è questo il terreno in cui si sta combattendo la guerra poco religiosa nel cuore del mondo islamico. La posta in gioco? Egemonia regionale e controllo delle risorse energetiche. Un grande Risiko nella regione cuscinetto tra tre Continenti che coinvolge, più o meno ufficialmente, tutte le maggiori potenze del mondo.
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