Il nuovo governo serbo: staffetta, continuità, accelerazione

La Serbia dopo le elezioni ha ufficialmente un nuovo governo: capo dell’esecutivo serbo è Alexander Vucic, ex numero due di Ivica Dacic, che invece oggi è il suo vice. Un’analisi delle sue caratteristiche e degli scenari che si aprono

Lo scorso 28 Aprile si è tenuta la prima riunione dell’appena insediato governo della Repubblica di Serbia: il fatto in sé non fa notizia, se non per il valore molto “politico” che stavolta si può assegnare a una iniziativa di rito della seduta inaugurale, vale a dire il ritiro dalla procedura parlamentare di tutti i provvedimenti normativi, incardinati in parlamento prima delle elezioni legislative e il cui iter non è più proseguito.

Si tratta del primo atto con cui il governo mostra, anche simbolicamente, l’intenzione di imprimere un segno nuovo alla vita pubblica del Paese e di accelerare lungo il cammino delle “riforme” gradite alla comunità economica e finanziaria internazionale, in primo luogo il Fondo Monetario, la Banca Centrale Europea e l’Unione Europea. Con tutti questi “portatori di interesse” il governo ha infatti numerosi conti in sospeso: la conferma di un nuovo prestito da parte del Fondo Monetario, lo sviluppo dei negoziati di adesione all’UE, l’armonizzazione legislativa con la normativa comunitaria, la continuità dei rapporti con la Russia, la normalizzazione di quelli con il Kosovo.

Si è detto di una “staffetta”: era stata smentita da tutti, nella fase delle trattative tra i partiti per la formazione del nuovo governo; è stata ovviamente realizzata attraverso una serie di postazioni-chiave. L’ex vice-premier Alexander Vucic diventa premier: e questa era l’unica certezza della vigilia, visto il successo travolgente del suo SNS alle elezioni politiche del 16 Marzo, il cui 48% (158 su 250 seggi in parlamento) ha perfino rese poco più che formali le consultazioni del Presidente della Repubblica con i leader delle diverse formazioni politiche. L’ex premier Ivica Dacic diventa vice-premier: e conferma un certo appeal internazionale, soprattutto presso le cancellerie europee, diventando Ministro degli Esteri, dopo avere condotto in prima persona i negoziati a Bruxelles che hanno portato alla firma degli Accordi di Pacificazione (da non confondere con Riconciliazione) con il Kosovo, poco più di un anno fa (19 Aprile 2013) e ancora da implementare. Attestandosi poco sotto il 14% (44 seggi su 250) il suo SPS diventa la seconda forza politica del Paese e conferma quella singolare alleanza tra socialisti (moderati) e nazionalisti (conservatori) la cui bussola minaccia di diventare sempre più intensamente la modernizzazione, in senso neo-liberale e dello slogan “meno Stato e più mercato”, del Paese.

 

Conseguito l’accordo anche con i partiti delle minoranze etniche (in particolare il Partito di Azione Democratica del Sandjak e la Lega degli Ungheresi della Vojvodina), quattro sono le altre figure-chiave del governo: Zorana Mihajlovic, originaria di Tuzla, Bosnia, dell’SNS, alle Infrastrutture; Kori Udovicki, già funzionaria del FMI per tutti gli anni Novanta, alla Funzione Pubblica; Dusan Vujovic, già dirigente della Banca Mondiale e consigliere di USAID, all’Economia; Nebojsa Stefanovic, giovane dirigente dell’SNS, agli Interni.

Tutto politico anche l’equilibrio raggiunto (peraltro promesso già in fase di consultazioni) dal neo-premier Vucic: un governo aperto agli alleati, con una forte impronta SNS e un’ altrettanto forte connotazione tecnocratica. Le intenzioni sono chiare, ampiamente confermate anche nel discorso di insediamento del nuovo governo che, per bocca dello stesso premier, è stato dedicato per i due terzi all’economia, segno che la svolta neo-liberale sarà davvero il “nuovo corso” che l’esecutivo intende imprimere al Paese. I pilastri del programma sono già in fase di avanzata declinazione: diminuzione degli stipendi del settore pubblico del 10%; riduzione delle protezioni e dei sussidi sociali; sostegno all’imprenditoria privata, in particolare alle piccole e medie imprese, sia attraverso investimenti diretti, sia attraverso la leva fiscale; riduzione della spesa pubblica e della spesa sociale (ancora durante la fase delle consultazioni Vucic avrebbe confermato l’intenzione di abbattere la spesa senza però ammazzare il Paese), riforma del settore pubblico, della giustizia, del mercato del lavoro (all’insegna della moderazione salariale e della espansione della flessibilità).

 

La prima prova è alle porte: il prossimo 14 Maggio scadrà il termine di attività della garanzia statale per i debiti accumulati dalle aziende in crisi o in ristrutturazione. Si tratta di circa 150 aziende (tra cui alcune molto importanti, come il complesso minerario Bor, la fabbrica di autobus Ikarbus, l’industria farmaceutica Galenika, la fabbrica chimica Petrohemija, l’impresa editoriale Politika, la compagnia telefonica Telekom Srbija), con oltre 50.000 persone, molte delle quali in “esubero”, che rischiano di perdere il posto di lavoro e la protezione sociale. Alcune saranno chiuse, altre sostenute da partner strategici.

Parte una vasta stagione di privatizzazioni, in Serbia, piena di incognite e di minacce.

 

Gianmarco Pisa

Osservatorio "La terra dell'inaccessibile". Un punto di vista alternativo, e di prima mano, su aspetti, vicende e contraddizioni dell’Europa del Sud-est, i Balcani appunto, per etimologia, “terra dell’inaccessibile”, eppure così vicini e determinanti anche per le storie di casa nostra e le vicende dell’integrazione e del senso stesso dell’Europa.
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