Okinawa, la base della discordia.

I cittadini giapponesi di Nago, a Okinawa, preferiscono la sovranità ai soldi del governo e si oppongono alla base militare americana. Rieletto il 19 gennaio il sindaco contrario al progetto, tra l’imbarazzo del primo ministro Abe e l’irritazione degli Stati Uniti.

I cittadini di Nago, sull’isola giapponese di Okinawa, hanno detto NO al progetto della nuova base militare USA: lo hanno fatto il 19 gennaio con la rielezione a sindaco di Susumu Inamine, il candidato che rappresentava l’opposizione alla presenza delle truppe statunitensi nonché al nuovo progetto di spostamento della base aerea da Futenma a Henoko, nella città di Nago. Tale conversione era in cantiere dal 1996: secondo i progettisti infatti il polo di Futenma, stagliato al centro della città di Ginowan, risultava scomodo sia da un punto di vista economico che logistico. Tuttavia il nuovo progetto non prometteva un minor impatto ambientale o sociale: per la nuova pista aerea sarebbe necessaria la cementificazione di parte della costa, con gravi conseguenze per l’ecosistema marino.La base militare americana di futenma

Consapevole dell’impopolarità dell’opera il primo ministro giapponese Shinzo Abe aveva previsto una serie di misure compensative per gli abitanti dell’isola ed in particolare per quelli di Nago. Il suo candidato di riferimento Bunshin Suematsu, all’apparenza il favorito alla vittoria, prometteva ai cittadini la costituzione di un fondo di 50 miliardi di yen per l’economia locale. Inoltre al Governatore dell’isola erano stati promessi ulteriori 346 miliardi di yen per il prossimo anno fiscale e circa 300 miliardi di yen l’anno fino al 2021. Per i cittadini tali contributi si sarebbero tradotti in sussidi, contributi agli affitti e sconti nell’acquisto di alimenti.La protesta a Okinawa contro la base militare

Nonostante ciò il voto di scambio non è stato accettato, e con la vittoria di Inamine i cittadini hanno espresso agli stessi Stati Uniti la ferma volontà di riassumere il controllo e la sovranità sulla propria isola. L’opposizione alla presenza straniera è infatti fortemente radicata tra la popolazione locale, nonostante la base rappresenti per molti la principale fonte di reddito. Le ragioni sono diverse: tornando indietro nella storia bisogna innanzitutto ricordare che l’isola di Okinawa è stata teatro di una delle battaglie più sanguinose nonché delle sconfitte più dure della seconda guerra mondiale. Ci furono 100mila vittime civili, uccise in parte dall’esercito americano, in parte da quello imperiale che impose a molti il suicidio assistito per non cadere in mano al nemico. Poi dal 1972 avvenne l’occupazione militare dell’isola a “protezione” del Giappone, venti anni dopo la fine dell’occupazione del Paese stesso, lasciato dagli Stati Uniti nel 1952: 34 basi e circa 28 mila soldati americani con relative famiglie sono diventati una presenza costante per questo popolo orgoglioso. E questa presenza si è velocemente tradotta in elemento di insicurezza: dal 1972 si contano, solo tra quelli denunciati, ben 120 casi di violenze sessuali ad opera dei militari. Lo stupro nel 1995 di una dodicenne segna un momento di picco nella protesta locale contro la militarizzazione e al caso si interessano le attiviste del Women’s International League for Peace and Freedom e dell’ International Women’s Network Against Military.

Mappa delle basi americane  della Prefettura di OkinawaNonostante l’opposizione la base rimane salda nel tempo in virtù della sua importanza geopolitica: si tratta di un’area strategica per il controllo USA sul Pacifico e sul rivale economico cinese, anche per l’estrema vicinanza alle isole Senkaku, il cui possesso è negli ultimi anni diventato motivo di scontro tra Cina e Giappone. Tuttavia il risultato elettorale rappresenta un elemento di difficoltà per la realizzazione del progetto, nonché un motivo di imbarazzo per il nazionalista Abe e un segnale del suo indebolimento politico alle soglie delle elezioni amministrative di Tokyo del 9 febbraio. L’elezione di Inamine non assicura però la cancellazione del trasferimento, né tanto meno l’abbandono dell’isola da parte dei militari, ma sicuramente comporterà una nuova serie di difficoltà amministrative per i progettisti. Quel che è certo rappresenta la stanchezza di un altro Paese nei confronti della mancata sovranità sul proprio territorio, a vantaggio del “fratello maggiore” americano. Un fenomeno in comune con l’opposizione siciliana al Muos di Niscemi, che racconta una presa di coscienza popolare contro il colonialismo “soft” subito.

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