Oltre la narrazione mainstream della strage di Boston

Annalisa Marroni

Il drammatico evento di cui è stata protagonista la città di Boston (e in cui sono morte tre persone e 183 sono rimaste ferite), etichettato come “attentato terroristico” sin dal giorno seguente, ha già i suoi responsabili: due fratelli ceceni di 26 e 19 anni indottrinati a distanza all’odio di matrice islamica. Nonostante tale narrazione del massacro di Boston sia stata assunta come veritiera dai principali mezzi di informazione del mondo, molti sospettano che la verità sulla vicenda non sia ancora emersa (e forse non emergerà mai).

Solo la settimana scorsa su First Line Press avevamo messo in discussione un certo modo di fare giornalismo che punta più al sensazionalismo della notizia che non alla sua attendibilità. Lo stesso Obama nella sua prima dichiarazione pubblica sul massacro di Boston non ha utilizzato la parola terrorismo per descrivere l’episodio e ha invitato la popolazione a non giungere a conclusioni affrettate prima di conoscere i fatti. Eppure, solo il giorno seguente, nel corso di una conferenza stampa, il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che l’Fbi stava indagando per terrorismo.

Quello che è successo dopo è storia nota: dopo qualche giorno di incertezza in cui si è diffusa la voce del possibile coinvolgimento di un saudita (poi smentita), in seguito ad una sparatoria cominciata all’Università del Mit di Cambridge, l’Fbi ha identificato gli autori dell’attentato nei due fratelli ceceni, Tamerlan e Dzhokhar Tsarnaev, e a Boston è iniziata la caccia all’uomo. Nel corso della notte tra il 18 e il 19 aprile si è svolta la fuga dei due sospettati che hanno lasciato dietro di loro una vittima (un agente dell’Università) e diversi ordigni esplosivi. Nell’inseguimento mozzafiato con gli agenti il fratello maggiore è rimasto ferito, poi è stato travolto dall’auto guidata dal fratello minore Dzokhar ed infine è deceduto all’ospedale per le ferite riportate. Il più piccolo, invece, è scappato facendo perdere le sue tracce. Dopo una rocambolesca fuga in direzione di New York, per sfuggire agli agenti che lo tallonavano, Dzokhar si è rifugiato sanguinante all’interno di un’imbarcazione nel retro di un’abitazione di Watertown dove è stato catturato dalla polizia. Da quel giorno il sospettato attentatore si trova in ospedale in condizioni critiche (presenta ferite alla testa, alla gola, alle gambe e ad una mano), ma sembra essere cosciente ed in grado di comunicare con le autorità per iscritto. Sempre sul letto d’ospedale gli sono stati letti, alla presenza di un magistrato, i capi d’accusa (tra cui cospirazione per l’uso di arma di distruzione di massa) per cui il giovane ceceno rischia il carcere a vita o, addirittura, la pena di morte.

 

Eppure qualcosa non quadra in tutta questa vicenda. Innanzitutto, ancora non si conoscono le motivazioni che avrebbero spinto questi due ragazzi a mettere in atto una carneficina di tali proporzioni. Molti giornalisti (tra cui Ali Abuminah e Glenn Greenwald su The Guardian), infatti,hanno messo in discussione la scelta di etichettare quello che per il momento sembra essere un atto di violenza (come la sparatoria nel cinema multisala di Aurora o il massacro alla scuola elementare Sandy Hook) come terrorismo. Il discrimine tra le due definizioni, infatti, risiede nella volontà (o meno) di colpire obiettivi sociali o politici o, per lo meno, nella necessità che l’atto di violenza sia stato perpetrato con l’intenzione di modificare le decisioni governative in favore di un determinato obiettivo sociale o politico. In questo caso, però, sembrano assenti entrambe le motivazioni. L’unica ragione per cui le bombe di Boston possono essere classificate come attacco terrorista sembra essere l’origine etnica e la confessione religiosa dei due ragazzi (ceceni e musulmani) sebbene non siano ancora chiari i loro legami con l’ideologia islamica o le loro relazioni con i gruppi militanti ceceni.

 

Un’altra ipotesi, invece, suggerisce di non fermarsi alla narrazione ufficiale, fornita dall’FBI e dal governo statunitense, in cui i due giovani ceceni giocano il ruolo dei cattivi ragazzi indottrinati dal jihad e animati dall’odio nei confronti della libertà americana, e di indagare più a fondo nella

vicenda. Sembrerebbe, infatti, che il giorno della maratona si stesse svolgendo un’esercitazione antiterrorismo a Boston in presenza di agenti ecani poliziotto fiuta bombe che si aggiravano lungo il percorso della maratona. La direzione di quest’esercitazione antiterrorismo era stata affidata ai Craft, una squadra paramilitare americana, il cui ruolo nella vicenda di Boston non è ancora molto chiaro. Su diversi siti di informazione alternativi, infatti, si possono trovare le foto di questi “agenti” operativi sul sito della maratona in tenuta da combattimento e con in spalla degli zaini neri. L’Fbi, al posto di chiarire la vicenda, ha deciso di imporre il silenzio sulla presenza di questi mercenari sul luogo dell’esplosione delle bombe, contribuendo ad alimentare i sospetti. Il giornalista brasiliano Pepe Escobar è arrivato addirittura ad ipotizzare, in un recente articolo, la possibilità che quanto accaduto a Boston possa essere il risultato di un’operazione sotto copertura del governo non andata a buon fine per cui è stato necessario trovare dei capri espiatori.

 

Alla luce di quanto scritto, non intendo dare adito a teorie cospirazioniste o fare dietrologia spicciola. Ritengo, però, che il lavoro di giornalista non sia quello di fare una cronaca acritica degli avvenimenti che riguardano i due ceceni, ma di indagare e approfondire la vicenda affinché non sia tralasciata alcuna pista. Mentre scrivo è chiaro che la non colpevolezza dei due fratelli sia ormai difficile da dimostrare: il più grande è deceduto in seguito alle ferite riportate, mentre il minore è ricoverato in condizioni gravissime (pur essendo in grado di comunicare con gli inquirenti e di confermare il proprio coinvolgimento nell’attentato). Eppure nonostante non si sappia quale sia il movente che li avrebbe spinti a piazzare degli zaini contenente delle pentole a pressione piene di esplosivo sul traguardo della maratona, ogni altra pista è stata scartata o insabbiata dagli inquirenti. Possiamo solo sperare che la narrazione mainstream della vicenda di Boston sia effettivamente quella giusta, altrimenti, oltre alle vittime della maratona avremo sulla coscienza anche la morte di due ragazzi marchiati a fuoco con l’etichetta di terroristi solo perché colpevoli di essere musulmani e avremo contribuito a fomentare le incomprensioni e il razzismo nei confronti del diverso e dello straniero, questa volta d’origine cecena.

 

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