Processati da tribunale militare gli attivisti saharawi

Durante le scorse settimane ci siamo occupati dei saharawi dimenticati del Sahara occidentale, in cerca di una propria autodeterminazione, strozzata e poco mediata dalle autorità marocchine.

Parlarne in questo periodo vuol dire legarsi al processo che il Tribunale militare di Salé ha dibattuto contro ventiquattro militanti saharawi, tutti accusati di devastazione e terrorismo contro il campo di Gdeim Izik, risalenti ai fatti dell’Ottobre 2010. Quello che successe a Gdei Izik è stato definito da più parti, anche da Naom Chomsky, come la prima miccia di quella che poi è divampata come Primavera Araba.

Dal 9 Ottobre 2010 alcune migliaia di cittadini saharawi iniziarono una forma di protesta, consistente nell’auto-esilio a pochi chilometri da Layoune (capitale non riconosciuta nel Sahara Occidentale), dove si costruirono insediamenti di tende, simbolo delle proteste. Da lì ad un mese, a seguito per lo più di manifestazioni pacifiche, i saharawi furono attaccati dall’esercito marocchino, che distrusse il campo di Laayoune, causando morti e feriti. Dati certi su quella repressione non sono stati rinvenuti per poca disponibilità delle autorità, con tante denunce inascoltate degli attivisti saharawi circa la sparizione di molti compagni.

Il processo in questione è contestabile perché nell’ordinanza a carico degli imputati non vengono menzionati i loro nomi, oltre alle denunce dei familiari degli accusati circa i maltrattamenti e le torture subite.

L’Osservatorio Internazionale per i diritti ha chiesto che gli imputati vengano giudicati in maniera civile ed imparziale e non da un tribunale militare.

Le condanne giunte per i venticinque saharawi sono: nove ergastoli, quattro condanne a trenta anni, otto a venticinque e due a venti anni. Solo due le persone che hanno beneficiato della scarcerazione.

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