Professione artista. Gioie e miserie di un giovane talento – parte 1

L’arte come lavoro in Italia: riflettiamo sull’argomento, anche con l’aiuto di Giancarlo Politi della rivista di arte contemporanea Flash Art

 

Quanto è difficile per un giovane artista riuscire ad entrare nel sistema dell’arte?

La si potrebbe definire una mission impossible… L’impresa è rischiosa, il cammino è lungo e per la maggior parte dei casi porta ad un sicuro fallimento.

Le difficoltà iniziano subito, da quando un ragazzo fresco di diploma superiore e con attitudini artistiche comunica alla famiglia la ferma intenzione di andarsene di casa per iscriversi all’Accademia di Belle Arti. Lui avverte già le prime diffidenze in quegli sguardi scettici che ostacolano, contrattano e infine accettano con riserva la sua scelta, considerandola una vera perdita di tempo e sperpero di denaro, cercando di evitare al figlio delusioni e giorni frustranti pieni di silenzio e voglia di riscatto all’insegna della creatività.

Perché la “vita d’artista è una vita da cani, senza una lira per settimane…” come cantava in una vecchia canzone il buon Sergio Cammariere e se non si è assolutamente certi di avere il talento e l’ostinazione per intraprendere questa strada, allora meglio rinunciare fin da subito, perché si parte già vinti.

In Italia ci sono circa cinquantamila persone che si dichiarano artisti, ma per esserlo davvero bisogna entrare nel sistema dell’arte e ciò implica avere una galleria potente, che ti possa rappresentare. Vuol dire lavorare con curatori e critici di punta, avere dei collezionisti che investono sul tuo lavoro – sono loro che determinano l’andamento del mercato con le proprie scelte – partecipare alle fiere d’arte e essere pubblicati sulle riviste di settore più note. Di quei cinquantamila artisti arriveranno al successo una decina scarsa e purtroppo alcuni di talento rimarranno al palo per diversi motivi, tra i più comuni la difficoltà di autofinanziare la propria ricerca nell’attesa della grande opportunità o semplicemente perché nonostante i successi e i premi vinti hanno smesso di crederci.

Andy Warhol, visionario precursore dei tempi, già negli anni Sessanta era di questo avviso, lo si legge nel libro “Pop” in cui spiega nel modo più semplice cosa serve ad un artista per farcela:

“Per avere successo come artista bisogna esporre in una buona galleria. È soprattutto una questione di marketing. Si vuole comprare qualcosa che aumenterà di valore e l’unico modo per farlo è affidarsi ad una buona galleria che trovi l’artista, lo promuova e faccia sì che il suo lavoro sia mostrato nel modo giusto alla gente giusta. […] Non importa quanto sei bravo, se non ti promuovono nel modo giusto, il tuo nome non sarà tra quelli che verranno ricordati”.

 

Le domande che ogni giovane dovrebbe farsi per capire se l’arte è la sua strada -  quella che Damien Hirst definisce “la grande arte che non si può evitare, che ti blocca sui binari e che tocca chiunque” -  dovrebbero essere:

“Il mio lavoro è talmente intenso da scuotere la gente…sono interprete del mio tempo?” E ancora “Ci sono delle lacune imbarazzanti nella mia cultura? Ho vissuto lo zeitgeist di New York, Londra, Berlino, Parigi per assorbire quell’esplosione artistica, quella gigante bolla multiculturale che Michelangelo Antonioni definirebbe il nuovo “blow up”?”.

 

Non è un caso se Mark Kostabi in un’intervista dice che per avere successo basterebbe rispettare sei semplici regole:

“fai grande arte; abita a New York; frequenta party; sii professionale; abbi una tua storia; trova dei bravi artisti che lavorino al posto tuo”.

 

Dimenticate dunque l’artista bohémien chiuso nel suo studio che odora di trementina e olio, non è un ritratto veritiero, questo cliché appartiene ad altri secoli che non rispecchiano il nostro. Oggi l’artista è sì interprete sensibile che riesce a cambiare il suo modo di vedere una linea, dunque in grado di regalare un’esperienza all’osservatore, ma è soprattutto promotore di se stesso. Si avvale di assistenti in studio, ha un suo ufficio stampa, non ripudia le nuove tecnologie, tiene workshops e corsi universitari, è una persona di grande cultura e lui stesso collezionista. Ma cosa più importante, ha grande tenacia e non molla mai, è all’altezza del ruolo che ha ottenuto all’interno della società e fa in modo di stringere le giuste collaborazioni.

Ritornando a Damien Hirst, ad esempio, ancora studente alla Goldsmiths College incaricava gli amici di andare a prendere in moto o in taxi personalità come Norman Rosenthal per portala alle sue prime mostre e molti secoli prima Leonardo Da Vinci,  appena trent’enne artista affermato e alla ricerca di nuovi stimoli, inviò a Ludovico Sforza quello che oggi si potrebbe definire un curriculum, una lettera d’assunzione in cui elencava tutte le sue doti. Conquistò così il duca con il progetto della macchina bellica la bombarda.

Ciò che fin qui è stato scritto potrebbe far storcere il naso al lettore e mi rammarico se così fosse, perché non è un punto di vista, bensì una testimonianza per esperienza diretta di cosa vuol dire avere un obiettivo nella vita e perseguirlo con tutte le forze, di cosa vuol dire sentire l’arte come unica necessità e non riuscire a vivere di arte, di conquistare anno dopo anno un certo riconoscimento senza però uscire ancora dall’anonimato. Le gioie e le miserie di un giovane talento sono amiche fidate della quotidianità. La paura di svegliarsi una mattina e capire di essere stati lasciati al palo per aver smesso di crederci è il peggior inganno che ci si possa infliggere.
Abbiamo chiesto a Giancarlo Politi, fondatore e storico direttore di Flash Art, la rivista d’arte contemporanea più influente in Italia, di dare qualche consiglio ai giovani che vogliono intraprendere la carriera. Nel suo stile pungente e senza retorica ci regala un ritratto disincantato dell’Italia.

 

Cosa deve fare un giovane artista per promuovere il proprio lavoro?

«Raggiungere la più alta qualità possibile, confrontarsi assiduamente con i propri colleghi e cercare una galleria che possa rappresentarlo. Ma come si fa a trovare la galleria? Occorre tanta fortuna e molta determinazione e perspicacia. Attraverso internet, ma soprattutto grazie alle fiere: capire quale può essere la galleria affine al proprio lavoro. Quindi visitarla (mai in fiera), inviare documentazione. E Buona fortuna».

Cos’è che invece non dovrebbe mai fare per non rischiare di “bruciarsi”?

«Partecipare a mostre o premi di basso profilo e inutili. E se si è ambiziosi, mai esporre in gallerie amatoriali».

Quante probabilità ha di farcela un’artista di talento che opera in provincia? Tu conosci degli artisti che pur vivendo lontani da Milano o Roma ce l’hanno fatta?

«A mio avviso le possibilità sono minime, quasi inesistenti. Diciamo del 5%. Personalmente non conosco alcun artista che vivendo e operando in periferia sia riuscito ad emergere. Mi auguro ci possano sempre essere delle eccezioni».

Come può un artista non ancora entrato pienamente nel mercato riuscire a sopravvivere con il proprio lavoro?

«Tutti gli artisti italiani, ad eccezione di una ventina, non sono autosufficienti, dunque sono mantenuti da mamma e papà, dalla fidanzata che lavora, oppure debbono cercarsi un lavoro. D’altronde Julian Schnabel faceva il lavapiatti a New York…»

Quali sono gli attori del sistema dell’arte che determinano il successo di un giovane artista?

«La qualità del lavoro direi. Poi i critici e curatori che lo seguono. Ma soprattutto le gallerie e i collezionisti. E naturalmente i media che danno visibilità al lavoro».

Cosa pensi delle accademie italiane rispetto a quelle anglosassoni/americane?

«Le Accademie d’arte italiane sono un vero disastro. Ostaggio di artisti frustrati e falliti, sono istituzioni obsolete, senza qualità. Gli stessi direttori, direi tutti, sono artisti inesistenti che dovrebbero andare in pensione. Nelle Accademie anglosassoni insegnano tutti gli artisti più interessanti: da Damien Hirst a Peter Halley, da John Baldessarri a Gerhard Richter, a suo tempo Joseph Beuys. E in Italia? Solo mediocri pittori in cerca di un posto di lavoro statale».

Qual è l’approccio dell’Italia nei confronti dell’arte contemporanea, cosa fa per favorirne la crescita e la divulgazione?

«Io credo che le istituzioni, grazie al livello di incultura e di clientelismo che le hanno sempre caratterizzate,  non abbiano mai rappresentato un riconoscimento. In Italia lo Stato sa fare solo danni. Dunque meglio se sta tranquillo».

I concorsi artistici, mi riferisco solo ai più noti, andrebbero aboliti oppure sono un buon trampolino di lancio?

«Io ritengo che alcuni premi, quelli riconosciuti come i più seri, siano una buona opportunità per mettersi in evidenza per qualsiasi artista. Ma questi premi sono pochissimi. Gli altri sono delle vere prese in giro».

Quali pensi che siano le gallerie italiane più attente alla giovane arte?

«In questo momento nessuna. Per sopravvivere tutte le gallerie debbono rivolgersi al mercato, dunque tutte, chi più chi meno, si affidano al mercato secondario. E tutte, vicino all’artista giovane, propongono opere di Calzolari, Bonalumi, Castellani, Dadamaino…»

Quando un artista dovrebbe rendersi conto che sta vivendo solo un’illusione?

«Tutti gli artisti vivono un’illusione. Per qualcuno, il sogno si realizza, per altri, il 99.9%, resta una chimera».

 

La seconda parte verrà pubblicata nel prossimo numero del nostro bimestrale, FLP Magazine

 

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