Profughi dal Nord Africa, una brutta storia italiana

Domenico Musella

Fabrizio De André forse l’avrebbe definita una «storia sbagliata». Una storia complicata, che comincia nei primi mesi del 2011 sull’onda lunga della rivolta in Tunisia e della guerra civile in Libia. Delle persone fuggite dai due Paesi spesso su imbarcazioni di fortuna, 200 tunisini non risultano più rintracciabili (qui il reportage di Presa Diretta), c’è chi dice siano stati inghiottiti dal Mediterraneo insieme a chissà quanti altri. Circa 60.000 riescono invece ad arrivare a Lampedusa. Fortunati, sicuramente, ma fino a un certo punto. Se i primi quasi 40.000 arrivati dalla Tunisia riescono a spostarsi in Francia e nel resto d’Europa, i restanti 20.000 si imbattono in un’odissea che per molti ad oggi non è ancora giunta al termine. Stiamo parlando di una massa di profughi molto modesta, se li si compara ad esempio al numero di rifugiati accolti negli altri Stati del vecchio continente, ma l’Italia nonostante ciò li considera un «eccezionale afflusso», un’emergenza. Anzi, una vera “calamità naturale”, se si pensa che per ironia della sorte il 6 aprile 2011 la Conferenza Unificata (composta da Stato centrale, Regioni e autonomie locali) affida il compito dell’accoglienza alla Protezione civile. La quale è competente in materia come le Poste lo sono per le cure mediche o l’Inps per gli asili nido, per intenderci.

 

Protezione incivile

Il suddetto ente — che secondo quanto previsto all’inizio avrebbe dovuto avere un ruolo solo temporaneo nella vicenda — vara il Piano di Emergenza umanitaria Nord Africa (Ena). Si stabilisce lo “smistamento” di queste persone, come si trattasse di pacchi, tra le varie Regioni e province autonome dello stivale. Tocca poi agli enti locali, sempre in coordinamento con la Protezione civile, provvedere all’accoglienza e all’assistenza di base dei migranti e dei profughi, nell’attesa che la loro situazione venga regolarizzata. Per regolarizzazione della situazione l’allora ministro dell’Interno Maroni e il Governo intendono il ricorso generalizzato alla richiesta d’asilo per tutti i profughi del Nord Africa, ma attraverso l’iter tradizionale (e stavolta non “emergenziale”) che prevede l’esame di ogni singolo caso da parte delle Commissioni Territoriali che si occupano della protezione internazionale per chi fugge da guerre o persecuzioni. Il problema sorge dal momento che la stragrande maggioranza di chi è fuggito dalla guerra civile libica non era cittadino libico coinvolto negli scontri, bensì a sua volta lavoratore immigrato dell’Africa subsahariana o addirittura dell’Asia. In questi casi è molto più complesso verificare l’effettivo diritto alla protezione umanitaria. Aldilà del fatto che la procedura per ottenere lo status di rifugiato è di per sé lenta e macchinosa nel nostro Stato che, in barba a trattati e convenzioni internazionali cui pure ha aderito, non ha una regolamentazione chiara e organica sul diritto d’asilo. Risultato: dopo mesi di attesa e di stallo, a una percentuale bulgara di quelli che si presentano davanti alla commissione viene negato il diritto d’asilo, e partono i ricorsi.

 

Questo albergo non è una casa

Nel frattempo, l’accoglienza e l’assistenza promesse dal Piano Ena nella maggioranza dei casi non diventano realtà. Nella più assoluta fretta e nella noncuranza delle regole, parte una vera e propria “corsa all’accoglienza”, in cui alberghi, strutture non meglio identificate e associazioni nate dalla sera alla mattina, che non sono in grado di fornire i servizi necessari ai profughi, fanno a gara per ricevere i finanziamenti. Vale a dire 40 euro giornalieri a persona per vitto, alloggio, assistenza sanitaria e mediazione culturale; più ulteriori 6 euro per assistenza legale, sociale e psicologica, formazione lavoro e il “pocket money” di 2,50 euro. Sommando tutto, otteniamo quasi 1.400 euro che lo Stato investe ogni mese per ciascun profugo da ormai un anno e mezzo. Con la stessa cifra (più alta dello stipendio mensile standard di operai, impiegati o precari anche italiani) lo Stato avrebbe potuto far lavorare dignitosamente ciascuna di queste persone, concedendo in maniera immediata e generalizzata un permesso umanitario straordinario. Permettendo loro di integrarsi, stabilirsi, e anche contribuire alle sorti del Paese “in crisi” con le loro energie.

[Sul lavoro degli immigrati, potete vedere qui il video-reportage di Lorenzo Giroffi «Energie alternative».]

E invece, no. Si è preferito elargire a pioggia danaro, anche a soggetti incompetenti che nel migliore dei casi non hanno offerto nient’altro che un piatto di pasta e un posto letto. Ma che molte volte hanno abusato (e abusano tuttora) vergognosamente di questa situazione non fornendo nessun tipo di servizio; maltrattando i migranti; costringendoli a stare stipati in locali angusti o addirittura a “lavori forzati” di ristrutturazione o di altro tipo, come dimostrano svariate testimonianze soprattutto nel meridione. Migliaia di persone sono state costrette praticamente ad uno stato di libertà condizionata, non potendo né lavorare, né spostarsi, in alcuni casi neanche sentire la famiglia, vestirsi o altro. Ignari del proprio futuro, soggetti per mesi al lento verdetto della burocrazia, privi di gente che insegnasse loro la lingua o spiegasse loro i diritti, sono spesso caduti nelle reti del caporalato e della criminalità organizzata. Molti di loro sono fuggiti dalle strutture e lavorano a nero. Molti sono in luoghi come Rosarno vittime dello sfruttamento.

 

Emergenza biennale

Il 31 dicembre 2012 il piano volge al termine. L’indirizzo che pare voglia prendere il nuovo Governo è quello di concedere a tutti un permesso di soggiorno per motivi umanitari, con la rinuncia alle procedure per l’asilo politico. Tuttavia questo dopo quasi 2 anni non risolverà la situazione: avremo solamente 20.000 persone con i documenti a posto ma allo sbando, senza un posto per dormire dopo che saranno cacciati dalle strutture che finora li hanno “accolti” e con mesi e mesi di alienazione alle spalle. Si parla di investimenti in corsi di formazione per 5.000 persone, ma questo non assicura nulla, neanche ai più fortunati che in questo lasso di tempo sono riusciti a godere di diritti come la mediazione culturale, l’assistenza legale, l’insegnamento della lingua.

Per l’ennesima volta un Paese con una lunga storia di emigrazione e con una tradizione secolare di accoglienza e di scambi intermediterranei, si rinnega piegandosi al misero interesse di pochi. A questi pochi non conviene che la nostra terra sia un luogo di diritti e di civiltà, tutt’altro: a loro fa comodo avere a disposizione persone vincolate ad un documento, rese artificialmente “illegali” e “clandestine”, potenzialmente ricattabili e facilmente schiavizzabili. Tutte cose che si ottengono, appunto, evitando di occuparsi con raziocinio e umanità di temi come le migrazioni e il diritto d’asilo.

 

First Line Press di fronte a questo prende l’impegno di non dimenticarsi delle storie, dei volti e delle persone che si celano dietro i numeri dell’”emergenza”. Seguiremo l’evoluzione della vicenda nel prossimo periodo con servizi speciali e interviste ai protagonisti. Il più possibile dalla prima linea.

 

Nel frattempo, vi consigliamo:

 

Il video-reportage di Lorenzo Giroffi «Energie alternative»

Il trailer del documentario «Accoglienza a 5 stelle» sui profughi “albergati” in Campania (Diego Nunziata, Daniele Pallotta, LESS Onlus, CISS Ong, 2011)

Il videodocumento «Rights and documents now!» sui migranti in una ex caserma gestita dalla Croce Rossa a Bologna (Centro sociale Tpo, Globalproject.info, 2012)

 

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