Proteste contro il Keystone XL, Obama al bivio tra qualche mese

Negli Stati Uniti le pressioni ambientaliste contro l’oleodotto Keystone XL hanno posto il Presidente Barack Obama alle strette: entro qualche mese dovrà comunicare la sua decisione definitiva in merito alla realizzazione. Un momento difficile, con il quale Obama si gioca la sua credibilità di fronte ad una gran fetta del suo elettorato.

KeystoneIl Keystone XL è un oleodotto adibito al trasporto di 830mila barili giornalieri di sabbie bituminose, e partirà da Alberta, in Canada, per giungere alle raffinerie Gulf Coast in Texas. Le sabbie bituminose sono tra le fonti di petrolio più sporche e inquinanti al mondo. Le grandi compagnie petrolifere stanno direzionando i propri investimenti sulla loro estrazione a causa del progressivo esaurimento di giacimenti di idrocarburi più “puliti”. L’oleodotto in questione è già stato completato nei 780 km del tratto meridionale che unisce l’Oklahoma al Texas. Obiettivo delle lotte ambientaliste è invece la cancellazione dei 1897 km settentrionali che unirebbero Hardisty, in Alberta, a Steele City in Nebraska.

Un rapporto del Dipartimento di Stato molto controverso (alcuni sostengono che all’interno della commissione ci fosse un imprenditore legato alle compagnie che si occupano della costruzione) pubblicato circa un mese fa attesterebbe che i rischi ambientali dell’oleodotto sarebbero pochi, ma tale tesi, oltre a non convincere gli ambientalisti, risulterebbe anche fuorviante rispetto al problema principale: la produzione di CO2 e quindi il rischio di un notevole incremento del surriscaldamento globale. Secondo il climatologo statunitense James Hansen il Keystone XL rappresenta

“la più grande bomba di carbonio del pianeta”

nonché il definitivo

“game over nella lotta contro i cambiamenti climatici”.

Un gruppo di scienziati ambientalisti che hanno pubblicato una lettera congiunta nel 2013 ritengono che l’impatto in termini di CO2 della nuova struttura equivarrà alle emissioni di 40 milioni di automobili, o di 50 centrali elettriche a carbone. BgyThPPCQAAIvAwInoltre gli idrocarburi prodotti non sarebbero per il consumo interno, contribuendo ad una eventuale autonomia statunitense dal petrolio mediorientale, ma sarebbe piuttosto direzionati al mercato estero. La sua raffinazione in Texas è infatti finalizzata al successivo trasporto via mare attraverso il Golfo del Messico.

Per il momento il Presidente Obama ha preso tempo, in attesa di analisi ufficiali sull’impatto sul clima dell’oleodotto. Impossibile, per lui e per il suo elettorato, dimenticare le promesse ambientaliste passate: nel 2009 il presidente promise una riduzione delle emissioni di gas negli Usa pari al 17% entro il 2020. Ed è del giugno dello scorso anno il Climate Action Plan con cui furono fissate soglie limite alle emissioni delle industrie statunitensi, provocando forti proteste tra i Repubblicani. Gli ultimi dati della Iea (International Energy Agency) sul cambiamento climatico, presentati nel novembre 2013 non erano affatto rassicuranti.

“Al 2035, si prevede un innalzamento del 20% delle emissioni di anidride carbonica legate all’energia, lasciando il mondo sulla traiettoria coerente con un aumento a lungo termine della temperatura media di 3,6° C, molto al di sopra del climate target di 2° C concordato a livello internazionale” .

Ed i costi dei cambiamenti climatici sono alti anche negli Stati Uniti. Nel 2006 l’Atlantic Hurricane Outlook della National Oceanic&Atmospheric Administration governativa mise in evidenza il rischio crescente di un aumento della potenza distruttiva degli uragani tropicali, per il riscaldamento degli strati bassi dell’atmosfera. Gli effetti sociali sono devastanti: per i paesi in via di sviluppo i costi degli eventi estremi variano dal 3 al 7% del Pil, mentre negli Usa l’uragano Katrina ha prodotto quasi 1500 morti e oltre 100 miliardi di $ di danni.

Per ora Obama cerca di recuperare la sua immagine green promettendo un miliardo di $ per il fondo Climate Resilience destinato alla ricerca che aiuti le comunità vittime dei danni prodotti dai cambiamenti climatici. Ma quest’azione non potrà compensare l’approvazione del Keystone il cui impatto sul clima è per gli ambientalisti innegabile.

“Non c’è un lenzuolo abbastanza grande per coprire l’elefante nella stanza”

ha commentato Jamie Henn del gruppo 350.org a tal proposito. Ma il Presidente si è preso il tempo in virtù di un nuovo processo di revisione di tre mesi che dovrebbe verificare se la costruzione dell’oleodotto possa rappresentare un interesse nazionale. Poi tra maggio e giugno dovrebbe esprimere la sua decisione definitiva.

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