Quando il razzismo va come un treno: le ferrovie francesi e l’accoglienza di Shimon Peres «senza neri né arabi»

Domenico Musella

Lo scorso 8 marzo, in occasione dell’arrivo alla stazione parigina di Gare du Nord del presidente israeliano Peres, una società del gruppo SNCF (le ferrovie francesi) avrebbe selezionato 3 facchini per i suoi bagagli con un criterio discriminatorio: per «motivi di sicurezza» non si poteva correre il rischio che fossero musulmani.

Una storia surreale, anche nel modo in cui viene scoperta. Il 10 aprile il sindacato ferroviario Sud-Rail emette un comunicato che denuncia l’accaduto. Tale documento non trova eco in Francia se non nel portale musulmano d’informazione SaphirNews e solo quando il quotidiano britannico Daily Mail, domenica 14, riporta tra le sue news quanto raccontato da Sud-Rail, la stampa transalpina grida allo scandalo in un Paese alle prese con le magagne finanziarie dei suoi ministri.

8 marzo dicevamo, ore 10.35: il presidente dello Stato d’Israele Shimon Peres, proveniente da Bruxelles, si reca in treno nella capitale francese per incontrare il suo omologo d’oltralpe François Hollande, oltre che altre personalità tra cui imam e responsabili di associazioni islamiche, per parlare di “pace”. «Per il suo arrivo a Gare du Nord, la SNCF ha richiesto 3 facchini alla sua filiale ITIREMIA per occuparsi dei bagagli della delegazione israeliana — scrive il sindacato—. Alla vigilia, il responsabile di sito si era lanciato in uno strano “mercato” tra il personale, escludendo “neri e arabi”, poiché non doveva esserci “nessun dipendente musulmano ad accogliere il Capo di Stato israeliano!”». Il comunicato prosegue riportando che alla richiesta di spiegazioni da parte dei lavoratori, indignati, il responsabile ha risposto attribuendo la misura a «motivi di sicurezza».

Sud-Rail fa poi riferimento non solamente al comportamento società appaltatrice del trasporto di bagagli a Gare du Nord, ma anche ad altri due casi di discriminazione nella stessa giornata. Un controllore «meticcio» sul treno Thalys Bruxelles-Parigi non ha potuto fare il suo lavoro sul vagone dove sedeva il presidente israeliano, mentre a un macchinista di origine maghrebina è stato impedito l’accesso al suo treno nella stessa stazione Nord poiché per recarvisi doveva attraversare la zona in cui stava per scendere Shimon Peres. In effetti il dispositivo di sicurezza dispiegato per l’arrivo di Peres è stato notevole, per alcuni anche eccessivo rispetto agli effettivi rischi (diversi corpi di forze dell’ordine, dai “celerini” francesi alla gendarmerie, accerchiavano la delegazione israeliana, ed anche le due banchine ai lati del binario del treno di Peres erano state fatte evacuare).

I sindacalisti denunciano inoltre che a seguito delle proteste è stata convocata una riunione straordinaria del CHSCT (il “Comitato per l’igiene, la sicurezza e le condizioni di lavoro”, che ogni grande azienda francese ha l’obbligo di avere al suo interno, ndr) dell’ITIREMIA. Il presidente del comitato, che è anche il direttore dell’impresa, ha riconosciuto che la selezione del personale è stata fatta in base ai tratti somatici del personale, adducendo la ridicola giustificazione che alla base di tutto ci sarebbe stato un «principio di precauzione, al fine di proteggere i dipendenti dalle vessazioni che avrebbero potuto subire da parte del Servizio di Protezione del Capo di Stato o dal Corpo Diplomatico» (sic!). Ecco come un episodio di razzismo viene capovolto, diventando una forma di tutela dei lavoratori.

In un articolo di Aziz Zemouri per Le Point Zachée Lapée, rappresentante dei lavoratori nel consiglio di amministrazione ITIREMIA conferma che le istruzioni giunte ai responsabili sono state «molto chiare»: stop ai neri e agli arabi per accogliere la delegazione israeliana. Yacine Chaoui, componente della commissione d’inchiesta del CHSCT che sta accertando la verità dei fatti, raggiunto dallo stesso settimanale francese rincara la dose: «Fino a qualche giorno prima dell’8 marzo si è detto “nessun nero né arabo”. In seguito, avvicinandoci alla scadenza, si è passati a “nessun musulmano”».

Mentre si prova ad accertare da chi sia partito questo diktat discriminatorio, i papabili ovviamente si affrettano a dare le loro smentite e a coprirsi a vicenda. Le ferrovie statali (già tristemente note per il loro ruolo nella Shoah: e ora, tra geopolitica e sensi di colpa, in una sorta di atroce continuità se la prendono con i musulmani, nuovo capro espiatorio al posto degli ebrei) in una breve nota negano di aver dato tali istruzioni alla società appaltatrice del servizio bagagli e di aver ricevuto alcuna pressione in tal senso dall’entourage di Peres o dal Ministero degli Esteri del Quai d’Orsay. La rappresentanza diplomatica di Tel Aviv in Francia dal canto suo ha dichiarato di non aver addirittura mai richiesto alcun servizio per le valigie della delegazione, aggiungendo inoltre che Peres non avrebbe mai discriminato persone di religione musulmana, con le quali per altro si è incontrato a Parigi il 10 marzo. I lavoratori lamentano la mancata collaborazione da parte delle due aziende coinvolte: queste ultime stanno ritardando nel fornire documenti utili all’inchiesta, come ad esempio le fatture e gli ordinativi che vengono emessi ogniqualvolta la SNCF richiede una prestazione alla società appaltatrice ITIREMIA.

Tale selezione dello staff a sfondo razzista, basata sull’aspetto delle persone scelto come criterio per non “sfigurare” davanti a potenti personalità, è tanto più ridicola e vergognosa se si considera che l’azienda ITIREMIA espone in bella vista sul suo sito internet (come del resto le ferrovie francesi) il logo di firmatario della Carta della Diversità (a destra): un documento in base al quale le imprese si impegnano a garantire e rispettare la diversità nel loro operato e con i loro dipendenti, nonché ad evitare discriminazioni sui luoghi di lavoro. Un impegno che resta di fatto lettera morta: un’indagine del sito internet specializzato nella ricerca dell’impiego Qapa.fr mostra infatti che in Francia chi ha origini straniere impiega il doppio del tempo di un francese a trovare un lavoro e deve inviare il 75% in più dei curriculum vitae prima che un datore di lavoro dica sì. La discriminazione nel lavoro è un fenomeno che si fa sentire con forza anche in una società, come quella francese, che da decenni fa i conti con la diversità (senza mai però cercare una reale relazione con essa). A farne le spese sono prevalentemente coloro che professano una religione diversa, soprattutto i musulmani: la Francia è il primo Paese dell’Europa continentale per numero di fedeli di Allah e il rapporto dell’Osservatorio sull’islamofobia citato in un nostro articolo ha considerato il 2012 anno record per numero di atti chiaramente anti-islamici. Vittima di discriminazione è poi chi, somaticamente o anagraficamente, mostra la sua provienenza dai Paesi del Maghreb o dalle ex colonie dell’Africa subsahariana o in generale da Paesi esteri. Oltre a difficoltà legate all’ingresso nel mondo del lavoro, i salari degli stranieri o dei francesi d’origine straniera sono generalmente più bassi, spesso sono consentiti loro esclusivamente alcuni lavori e non altri, frequenti sono i casi di razzismo e altre violenze da parte di colleghi o superiori.

Da segnalare è infine che la SNCF non è l’unica compagnia di bandiera dei trasporti dell’Esagono ad essere coinvolta in scandalosi casi di discriminazione (quando si dice l’unità nazionale e lo spirito patriottico dello Stato francese!). Proprio di qualche giorno fa è la condanna dell’Air France a 10.000 euro di multa ed a 3.000 euro di risarcimento: nell’aprile 2012 aveva costretto un’attivista pro-palestinesi a scendere da un aereo in partenza per Tel Aviv dopo aver verificato che non fosse né cittadina israeliana né ebrea (lo riporta l’Huffington Post francese). Per ostacolare chi è scomodo, oltralpe a quanto pare non fa tanta differenza che si viaggi per terra o nel cielo.

Che dire… sembra proprio che davanti a Israele le autorità e le aziende statali francesi diventino «paranoiche» (questo il termine utilizzato da AgoraVox), eccessivamente «zelanti» nella loro ossessione securitaria, e forse persino più realiste del re.

 

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