Quando le risorse sono una maledizione: l’uranio del Niger e Areva

Il triste destino di molti paesi, africani e non, prende avvio dalla “maledizione delle risorse”. Maledizione perché i ricavi ottenuti non sono utilizzati per migliorare le condizioni di vita della popolazione ma bensì per arricchire altre nazioni.

Questo è sicuramente il caso del Niger, paese dal territorio quasi completamente invaso dal Sahara, privo di sbocchi sul mare. Povero di infrastrutture e colpito da siccità che causano vere e proprie carestie, dalla situazione politica instabile, secondo il rapporto pubblicato nel 2013 dall’UNPD (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) si trova all’ultimo posto nella classifica per indice di sviluppo umano, indicatore che tiene conto di tre fattori quali il PIL (prodotto interno lordo), l’alfabetizzazione e la speranza di vita alla nascita. Oltre la metà della popolazione tenta di sopravvivere con meno di un dollaro al giorno.

 

  In Francia, una lampadina su tre si illumina grazie all’uranio del Niger. In Niger, circa il 90% della popolazione non ha accesso all’elettricità.

 

Per tentare di spiegare questa incongruenza bisogna andare un po’ indietro con gli anni, più precisamente al 1957, quando l’uranio viene scoperto in Niger. Pochi anni dopo arriva Areva, multinazionale di cui lo stato francese è azionista all’80% e leader mondiale nel settore dell’estrazione e produzione di questo minerale. Nel 2013 la società ne produce 9.330 tonnellate, ricavate dalle miniere in giro per il mondo.

La prima miniera sfruttata in Niger è quella di Arlit, nel nord-ovest del paese: attraverso le strade che lì conducono transitano ogni anno circa 3.000 tonnellate di uranio. Attualmente due società (SOMAIR e COMINAK) sfruttano la preziosa risorsa ad Arlit e Akokan, mentre è in fase di completamento l’ambizioso progetto che riguarda la miniera a cielo aperto di Imouraren, che renderebbe il Niger il secondo produttore mondiale d’uranio. Il gruppo Areva è il gestore e principale azionista di queste società.

L’estrazione dell’uranio prevede la scavatura di milioni di metri cubi di roccia, quindi il trattamento con prodotti chimici che permettono di eliminiare le scorie. Così si ottiene l’uranato (yellow cake), che in seguito viene trasportato verso la Francia passando attraverso il porto di Cotonou, in Benin. In Francia subirà anche altre fasi di trattamento ed arricchimento, prima di essere impiegato nelle centrali nucleari.

Areva, attraverso il suo sito internet, assicura che tutte le fasi che riguardano l’estrazione e il trattamento del minerale sono gestite con elevati standard di sicurezza, volti a tutelare la salute del personale e della popolazione. Ampio spazio è dedicato a descrivere i due ospedali, ad Arlit ed Akokan, che forniscono cure mediche gratuite per i dipendenti e i familiari. Inoltre, vengono illustrati anche numerosi progetti nell’ambito sociale, intrapresi in collaborazione con le associazioni locali: microcredito, formazione, miglioramento delle reti elettriche, sostegno nel campo dell’educazione (anche attraverso fondi concessi per la ristrutturazione di alcune scuole), aiuti umanitari in caso di calamità.

Insomma Areva sarebbe un modello da seguire.

Illustrazione di Hobo

Illustrazione di Hobo

Tutto sembra in ordine fino al momento in cui cominciano ad apparire alcuni allarmanti rapporti: quello della CRIIRAD e poi, verso la fine del 2009, quello di Greenpeace, Left in the Dust.

Entrambi denunciano i gravi danni all’ambiente e alla popolazione, causati dall’estrazione dell’uranio. Queste sono solo alcune delle conclusioni di Greenpeace:

 

La concentrazione di uranio e di materiali radioattivi in un campione di suolo raccolto nei pressi della miniera sotterranea di Akokan è risultato circa 100 volte superiore ai livelli normali nella regione, e superiore ai limiti consentiti a livello internazionale.

Per le strade di Akokan, i livelli di radioattività sono risultati essere fino a quasi 500 volte superiore al fondo naturale.Una persona che passa meno di un’ora al giorno in quel luogo per un anno, potrebbe essere esposta a un livello di radiazioni superiore al limite massimo consentito in un anno.

Sebbene Areva sostenga che nessun materiale contaminato provenga dalle miniere, Greenpeace ha trovato diversi pezzi di scarti di metalli radioattivi al mercato locale di Arlit, con indice di radioattività pari fino a 50 volte i livelli normali. Gli abitanti del luogo usano questi materiali per costruire le loro case”.

 

Anche un breve video, girato sempre ad Akokan, mostra come i livelli di radioattività presenti siano ben aldilà di quelli normali e mettano seriamente a rischio la salute della popolazione.

Numerose ONG locali hanno inoltre accusato gli ospedali di Areva di aver nascosto casi di cancro tra la popolazione.

È notizia degli ultimi mesi la rinegoziazione degli accordi sullo sfruttamento dell’uranio tra il gigante francese e il governo nigerino, scaduti alla fine del 2013. In precedenza, Areva avrebbe approfittato di una legge particolarmente favorevole che prevedeva esoneri da dazi doganali, VAT (l’IVA italiana) e tasse sul carburante.

Nel dicembre scorso, la coalizione di organizzazioni della società civile PWYP (Publish What You Pay) ha anche organizzato a Niamey una marcia. Vi hanno partecipato migliaia di cittadini nigerini per chiedere la trasparenza degli accordi che, nel caso Areva cedesse sulle sue posizioni, potrebbero migliorare sensibilmente la condizione dello stato africano.

Per approfondire (in francese):

Areva en Afrique, la face cachèe du nucléaire français – Survie, Réseau Sortir du nucléaire

Niger: à qui profite l’uranium? – Oxfam, ROTAB

Bookmark the permalink.