Referendum per l’indipendenza: il Veneto come la Catalogna?

Sebbene sia spesso propensa ad occuparsi delle spinte centrifughe altrui, l’opinione pubblica italiana ha pressochè snobato il referndum online istituito da varie associazioni culturali, movimenti politici ed  identitari riuniti nel Comitato “Veneto Indipendente”. Il fatto che, invece, gli osservatori internazionali abbiano affrontato quest’iniziativa con molta più serietà ed attenzione dovrebbe indicare una maggiore cautela nel rapportarsi con dei risultati per una certa misura soddisfacenti.

Gianluca Busato

Non essendo stato riconosciuto costituzionalmente, non si hanno dei dati certi sul  numero dei votanti del sondaggio commissionato da Demos e sebbene la forbice tra le cifre dei votanti sia importante (secondo gli organizzatori sarebbero oltre 2 milioni mentre secondo altre fonti si sarebbero superate di poco le 100mila unità), il dato  inoppugnabile è che la stragrande maggioranza, circa l’89%, si è espressa inequivocabilmente a favore dell’esistenza di una repubblica veneta indipendente e sovrana.

Quasi la metà della popolazione attiva dichiara di aver votato o di essere comunque favorevole allo scenario profilato dall’esito del referendum; com’era facilmente immaginabile l’identikit degli autonomisti, circa il 55% della popolazione, è allo stesso tempo vario, ma ben definito: si tratterebbe principalmente di imprenditori, operai e lavoratori autonomi, ossia quelle categorie sociali che da anni ormai costituiscono la spina dorsale del blocco elettorale di centro-destra che, sull’asse Lega-FI governa incontrastato la regione. Favorevole anche larga parte del M5S, probabilmente anche perchè una larga parte dell’elettorato della compagine pentastellata, proviene proprio dai delusi accumulatisi nelle fila del partito di  Maroni. Di contro, gli sfavorevoli all’ipotesi secessionistica, quantificabili in poco meno del 40%, sarebbero in maggior parte  giovani, studenti ed elettori del centro-sinistra in generale.

Il volto  più famoso della protesta è quello di Gianluca Busato, trevigiano, imprenditore nel campo dei software, uno dei principali promotori del referendum che, visibilmente entusiasta per le proporzioni bulgare del risultato, da Piazza dei Signori, nella sua Treviso dichiarava addirittura decaduta la sovranità italiana sul popolo e sul territorio veneto così come decadute sarebbero le relative magistrature politiche dichiarando così contestualmente l’indipendenza del popolo veneto e del suo territorio.

Nonostante il Presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia, si sia prodigato sin da subito per sminuire il valore di questo passaggio definendolo non un vero e proprio referendum, ma tutt’al più un sondaggio, quello che sta succedendo in Veneto merita di essere trattato in maniera seria. Infatti, gli indipendentisti sembrano intenzionati a capitalizzare il successo ottenuto e si dicono già pronti ad organizzare una consultazione ufficiale per staccare la regione dal resto d’Italia, approvando il progetto di legge regionale 342 e poi organizzando il referendum su tutto il territorio, cercando una sponda tra gli assessori regionali. Proprio questo è uno dei nodi principali della questione: nonostante le rassicurazioni di Zaia, é indubbio che l’elettorato leghista (ed anche diversi quadri del partito) sia particolarmente sensibile alle sirene secessioniste e come rimarca anche il Comitato “Veneto Indipendente” ritiene il partito, un imprescindibile punto di riferimento per il popolo veneto.

Nonostante la tendenza proveniente dal resto dello stivale sia quella di attendere nell’indifferenza che quest’ennesimo furore secessionista si plachi, probabilmente la distanza tra il popolo veneto e Roma non è mai stata così marcata come ora, anche a causa della crisi economica che ha colpito ferocemente la regione toccandone i nervi scoperti. Non è un caso infatti che il Veneto sia la regione col più alto numero di aziende fallite in questi ultimi anni e col più alto tasso di suicidi tra gli imprenditori. Statistiche impietose e fattori che hanno dato a questo referendum l’aspetto di un grido di rabbia nei confronti dello stato centrale e della sua burocrazia; tanto da far pensare a molti osservatori che aldilà dei proclami di rito, il primo vero atto concreto che farà seguito a questa consultazione sarà la “legittimazione” a non pagare le tasse al governo centrale.

Il fatto che, dopo molto tempo, si sia abbandonato il concetto, per la verità abbastanza astratto, di patria padana, per concentrarsi sulla specifica regione veneta, dovrebbe essere un primo importante rivelatore del fatto che potrebbe essersi innescato un processo analogo a quello che sta accadendo in Catalogna, nelle Fiandre ed in Scozia (mentre quello che succede in Kosovo, ed ancora di più in Crimea che pure qualcuno ha scomodato nei paragoni, costituirebbero dinamiche essenzialmente diverse).

Potrebbe sembrare paradossale che proprio nell’epoca in cui gli stati nazionali stanno cedendo il passo ad entità ancora più vaste, di contro ci sia un ritorno in auge dei particolarismi municipali e delle piccole patrie. Ma in fin dai conti, questi fenomeni costituiscono due facce della stessa medaglia di sconvolgimento dell’ordine internazionale preesistente, e se ciò succede in stati molto più antichi, stabili e con meno problemi dell’Italia, non dovremmo certo dormire sogni tranquilli.  Proprio per questo, sarebbe un errore sottovalutare questi fenomeni e non recepire gli insegnamenti della storia che non conosce il termine “eterno”

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