Resoconto della videoconferenza per la scrittura partecipata della Carta di Lampedusa

In seguito alle ennesime “stragi di Stato” occorse nel canale di Lampedusa nei mesi scorsi, una proposta di azione e rielaborazione collettiva dal basso, lontana da cappelli e teatrini istituzionali, era a dir poco doverosa. Su invito di Melting Pot, già promotrice di una petizione per l’apertura di un canale umanitario, più di settanta realtà associative si sono connesse il 29 novembre scorso in diretta a una videoconferenza nazionale tesa a gettare le basi per la costruzione di una rete che, in uno sforzo condiviso e partecipato, rediga la Carta di Lampedusa da presentare a fine gennaio durante un evento nodale sull’isola, la cui organizzazione si dipanerà in maniera altrettanto plurale.

Un inquietante preambolo introduttivo è stato offerto da Giacomo Sferlazzo dell’associazione Askavusa, il quale ha tracciato brevemente il quadro di un’isola iper-militarizzata per aria, terra e acqua, senza precedenti nella storia degli ultimi decenni di sbarchi e, in particolare, dall’accordo Italia- Libia. Non solo sarebbe stata da poco installata una nuova antenna presidiata da due tende militari che, in virtù di obiettivi secretati, resterà operativa per un anno, ma verrebbe anche predisposta la costruzione di un secondo potente radar. Come costruire, quindi, un incontro a Lampedusa che non sia l’ennesima insignificante passerella inconcludente?

Prima ancora di provare a rispondere a questo interrogativo, il moderatore Nicola Grigion, esponente di Melting Pot, evidenziava il grande salto in avanti rappresentato da una videoconferenza che ambisce a servire da nuovo spazio di discussione in cui costruire, in tanti e senza deleghe di segreterie, un’alternativa allo scenario a dir poco barbaro delle politiche nazionali e comunitarie in materia di asilo, immigrazione e integrazione, da cui non si preannuncia alcun progresso sostanziale. Se è vero, infatti, che persino le autorità hanno dovuto imbellettarsi con immagini di commiserazione, inchinandosi davanti alle bare piuttosto che gridare all’invasione o invocare il pugno di ferro in alto mare, sui negoziati intergovernativi in corso trapelano indiscrezioni secondo cui sulle navi che pattugliano le acque internazionali potrebbero esserci nel prossimo futuro agenti libici. Il valore aggiunto di incontri e confronti del genere risiederebbe, inoltre, proprio nella ricchezza di lotte vissute e vinte da una molteplicità estremamente eterogenea di soggetti della società civile, dalle associazioni cattoliche ai centri sociali, dai sindacati alle organizzazioni internazionali. Il limite maggiore, tuttavia, di movimenti simili sarebbe il confinamento delle conquiste ai territori, senza codificazioni nell’ordinamento giuridico, senza trasposizione in nuovi diritti. Altro punto fondamentale, continuava Grigion, è rappresentato dalla necessità che l’incontro di Lampedusa, lungi dall’essere autocelebrativo, abbia un respiro non soltanto europeo, ma ampiamente euro-mediterraneo, in connessione con reti che altrove nella regione perseguono gli stessi obiettivi.

La Carta di Lampedusa, quindi, non sarà una nuova organizzazione né una rete che firma dichiarazioni; sarà, piuttosto, un patto, una convergenza di intenti che sia spinta propulsiva per un cambiamento rapido e reale. Si procederà, innanzitutto, con la creazione di un wikiblog in cui gli aderenti possano contribuire alla scrittura dell’enunciazione di principi e proposte che insistano su alcuni temi generali:

1. Frontiere → Pattugliamenti, ingesso di cittadini extracomunitari, cooperazione intergovernativa e accordi bilaterali con paesi nordafricani;

2. Asilo → Contrapposizione arbitraria tra migrati economici e richiedenti asilo: distinzione adoperata sistematicamente per frammentare e opporre dinieghi.

3. Accoglienza → Sistema SPRAR, sistema di CARA, CIE e CPA, nodi Dublino e Schengen, storie di migliaia di persone ingabbiate.

4. Detenzione amministrativa → Da quindici CIE, istituzioni di stigmatizzazione, criminalizzazione e arricchimento, si è passati a circa cinque attualmente funzionanti in Italia: come arrivare a non avere più l’istituto della detenzione, come sventare le incarcerazioni “per ciò che sei”.

5. Sfruttamento e discriminazioni → Le frontiere non producono solo morte, ma con le schedature incidono pesantemente sulla libertà di circolazione nel continente di migranti regolarmente e irregolarmente sfruttati e discriminati.

6. Diritti di cittadinanza → Come dare un nuovo senso al concetto di cittadinanza, non più legato alla nazionalità, ma alla residenza?

https://www.youtube.com/watch?v=JBCc389Iyz4
Spazio, quindi, è stato dato agli interventi dei convenuti, generando una pioggia di interessanti commenti e spunti di riflessione. Dalla “burocrazia del disprezzo” con cui spesso si confrontano migranti e rifugiati in Italia, riprodotta da funzionari pubblici di scarsa preparazione e competenza che applicano una sorta di nuovo diritto non scritto, l’accento è stato posto sulla denuncia del ruolo dell’esercito nella gestione delle emergenze, sui trecento milioni di soldi pubblici accordati a Finmeccanica per la costruzione di un sistema di radar in Libia; dall’istituzione il 2 Dicembre di Eurosur, nuova agenzia che, forte di altri Stati europei membri della NATO, affiancherà Frontex nelle operazioni di pattugliamento delle frontiere esterne, all’imperativo di collegare le lotte antirazziste con quelle anti-austerity che si oppongono alle derive post-democratiche in corso; dalla costruzione di un evento che sia anche occasione di liberazione per gli stessi isolani di Lampedusa dai problemi sociali, economici e infrastrutturali sofferti da tempo, all’intransigenza sulla piattaforma di rivendicazioni, nella consapevolezza dell’impossibilità di “umanizzare i centri di detenzione”; dall’obbligo morale di mobilitarsi per la chiusura immediata delle ultime “galere etniche”, come il mega-CARA di Mineo, il più grande centro di segregazione in Europa, alla denuncia di un furto di effetti personali perpetrato di recente dall’equipaggio della Nave Chimera della Marina Militare Italiana ai danni di alcuni profughi gambiani e siriani; dall’abolizione della legge Bossi-Fini e dell’odioso nesso permesso di soggiorno- contratto di lavoro, all’importanza di un parallelo sforzo di pressione sulle istituzioni comunitarie e, in particolare, sugli organi di cooperazione internazionale dell’Unione Europea affinché l’azione diretta e indiretta di progettazione si rivolga alle società civili dei paesi terzi di provenienza dei migranti. I convenuti sono stati invitati, tra l’altro, a partecipare il 5 Dicembre alla Marche des Sans-Papiers a Parigi e di mobilitarsi il 18 Dicembre per il Global Action Day on Migrations.

Prossime tappe organizzative tanto per la redazione della Carta di Lampedusa, quanto per l’evento previsto sull’isola dal 31 Gennaio al 2 Febbraio 2014, saranno quindi:

– Pianificazione concreta dell’arrivo a Lampedusa e articolazione dell’evento;

– Gruppo di lavoro che dia all’evento una dimensione europea, diffondendone la convocazione in maniera virale;

– Wikiblog da tradurre in quante più lingue possibile, diviso per aree e filoni tematici;

– Indizione di una seconda videoconferenza dopo l’Epifania per fare il punto della situazione;

– Contributi finanziari, con le realtà associative impegnate nella raccolta fondi tanto per la costruzione dell’evento in generale, quanto per il viaggio dei propri delegati.

Chiunque volesse partecipare ai lavori può scrivere all’indirizzo redazione@meltingpot.org  chiedendo di aderire alla mailing list per la Carta di Lampedusa lacartadilampedusa@gmail.com

di Alessandro Paolo

 

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