Riconciliazione palestinese: una storia di documenti

Diffondiamo un articolo del nostro partner Palestina Rossa, tradotto dal giornale egiziano al-Ahram, che ricostruisce attraverso i documenti la storia della riconciliazione tra Fatah e Hamas, dopo il recente annuncio di un nuovo tentativo in tal senso.

 

La scorsa settimana i funzionari delle fazioni palestinesi rivali hanno annunciato un accordo di riconciliazione nazionale. Non è la prima volta che viene fatto questo annuncio. Per quasi un decennio, i vari accordi che promettevano la fine della divisione tra Hamas e Fatah sono andati e venuti, lasciando deluse le speranze e provocando un’aspra apatia. Questa volta sarà diverso?

 

L’ improvvisa morte di Yasser Arafat l’11 novembre 2004 ha segnato l’inizio di un conflitto feroce fra due principali fazioni politiche – il movimento politico islamico conosciuto come Hamas e la vecchia guardia di Fatah, amministratrice dell’Autorità Palestinese (PA) che ha sede in Cisgiordania. La lotta per il potere nell’era post-Arafat è paragonabile alla guerra di trincea. Ogni fazione rimane inamovibile nella propria posizione, incapace di sopraffare l’altra, e irremovibile nelle numerose sfide interne ed esterne che sono periodicamente emerse.

Dopo aver vinto le elezioni democratiche nel 2006, Hamas è sopravvissuto a un tentativo di colpo di stato, a una sospensione di aiuto monetario arabo e internazionale, a molteplici invasioni militari israeliane, a un inasprimento del blocco israelo-egiziano e alla rapida ascesa e caduta dei Fratelli Musulmani egiziani, questo per citare solo alcuni eventi significativi. Eppure Hamas riesce ancora a governare la Striscia di Gaza assediata.

D’altra parte, Fatah, nelle vesti dell’Autorità Palestinese (PA), è sopravvissuto a una serie di incursioni militari israeliane, a un’esplosione di colonizzazione sionista, ad una diminuzione della legittimità e al malcontento palestinese per una serie di scandali, corruzione diffusa e capitolazioni. Eppure Fatah mantiene ancora il controllo delle terre che governa nella Cisgiordania che si riduce sempre di più. In mezzo ai due poteri si trova il popolo palestinese – intrappolato a Gaza, e sotto occupazione nelle enclave in Cisgiordania, e i rifugiati nella regione e all’estero. Questi sono paralizzati da questa frattura, e guardano impotenti gli incessanti tentativi di unità nazionale vedendoli vacillare uno dopo l’altro.

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Un momento ufficiale dell’ultimo accordo di riconciliazione palestinese tra i rappresentanti di Fatah e Hamas (aprile 2014)

Per capire veramente le possibilità del successo di questo ultimo accordo di unità nazionale annunciato da Hamas e dall’OLP il 24 aprile 2014, si deve intraprendere un viaggio storico che esamina l’evoluzione della lotta Hamas-PA dal punto di vista degli atti e degli accordi realizzati nel corso di questo triste decennio.

La tempistica e la localizzazione di tali accordi riflettono non solo le mutevoli dinamiche di potere politico tra le fazioni palestinesi, ma mettono anche in luce i fattori regionali in gioco.

Nel marzo 2005, 13 gruppi palestinesi, uniti da ministro degli esteri siriano Walid Mouallem, si sono riuniti al Cairo. L’incontro è avvenuto più di un mese dopo il vertice di Sharm el Sheikh che si tenne tra il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas e l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon e che proclamò la fine della seconda intifada.

Accordo del Cairo (2005) 

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I palestinesi portavano il bruciore della morte e della devastazione durante la rivolta contro l’occupazione israeliana; gli israeliani intensificarono la loro colonizzazione ed occupazione con la costruzione di un muro che serpeggiava in Cisgiordania, appropriandosi di ancora più terra e risorse idriche, oltre ad attuare una vasta gamma di atti di oppressione. Oltre all’aumento dell’oppressione israeliana, la morte di Yasser Arafat nel novembre 2004, ha creato un enorme vuoto di potere provocando scontri tra le varie fazioni palestinesi.

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Dialoghi di riconciliazione Fatah-Hamas al Cairo, 2005

Al centro del conflitto interno palestinese c’è stata la crescita di appelli di Hamas verso il pubblico palestinese. Come movimento si era guadagnato una reputazione favorevole: aveva sfidato l’occupazione israeliana ed era nettamente in contrasto con gli Accordi di Oslo, comunemente visti come catastrofici per i diritti dei palestinesi. Hamas è stato anche visto come una valida alternativa a Fatah, che era stato accusato di inefficienza e corruzione di massa ai suoi livelli superiori.

Naturalmente, il movimento islamista è diventato un considerevole rivale di lunga presa di Fatah in merito alle questioni politiche palestinesi, in particolare all’interno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), e gradualmente ha chiesto ha più voce nel processo decisionale. Tutto questo ha portato agli accordi del Cairo del 2005.

Il linguaggio degli articoli dell’Accordo del Cairo del 2005 riflette il desiderio di Hamas di aprire l’OLP alle altre fazioni, come si vede dagli articoli 4 e 5, in cui si chiedeva la riforma dell’apparato politico al fine di includere tutte le fazioni palestinesi prima delle elezioni parlamentari previste per l’estate.

In più, ha riaffermato il linguaggio della resistenza, il diritto a resistere e il diritto al ritorno, come indicato dalla franchezza del primo articolo che aderisce alle “costanti palestinesi”.

L’Accordo del Cairo del 2005 chiaramente, non ha messo fine alle tensioni, ma ha permesso un momento di tregua per le fazioni palestinesi che si sono trovate in contrasto mentre la seconda intifada volgeva al termine. L’attenzione era rivolta alle elezioni parlamentari previste, e alla costruzione di armi per la successiva battaglia.

Il documento del prigioniero (2006)

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Il Documento del prigioniero, annunciato in maggio ed emendato il mese successivo, è stato scritto da cinque detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, ciascuno in rappresentanza di cinque partiti palestinesi: Hamas, Fatah, Jihad islamica, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina.

Pochi mesi prima, Hamas aveva vinto le elezioni legislative, raccogliendo 74 seggi su 132, mettendo fine a decenni di monopolio politico di Fatah. Uno dei leader politici di Hamas, Ismail Haniyeh, è stato scelto come primo ministro per formare un nuovo governo.

Poco dopo la comunicazione dei risultati delle elezioni, sono state attuate sanzioni contro il nuovo governo da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea. Israele ha ulteriormente limitato la mobilità nei territori occupati e trattenuto entrate fiscali che dovevano andare all’Autorità Palestinese; ha anche accelerato la costruzione di blocchi di muro dell’apartheid e di colonie. Per Israele e i suoi alleati occidentali, Hamas rappresenta un’organizzazione “terroristica” che non vuole capitolare di fronte alle esigenze e agli interessi dell’occupazione. La sua ascesa politica ha segnato un enorme ostacolo per Israele e gli interessi dell’Occidente.

Alla fine, i tentativi di unità sono crollati sotto il peso della faida tra Hamas e Fatah, in particolare per la questione su chi debba comandare le forze di sicurezza.

Poco dopo le elezioni, Hamas aveva formato la Executive Force, un gruppo paramilitare che era in opposizione militare alle Guardie Presidenziali della PA appoggiate dall’occidente. Subito sono arrivate condanne da Mahmoud Abbas sul piano costituzionale, condanne che Hamas ha ignorato.

In questo contesto, il Documento del prigioniero ha tentato di alleviare l’attrito tra le parti, anche perché le aggressioni israeliane stavano raggiungendo il loro apice.

Il Documento fa riferimento all’Accordo del Cairo del 2005 come il fondamento principale per l’unità. Come l’Accordo del Cairo, il documento del prigioniero ha chiesto la riforma e l’espansione dell’OLP, così come di altri apparati politici e di sicurezza. Ma a differenza del precedente accordo, il Documento del prigioniero ha anche chiesto un fronte militare congiunto per combattere l’occupazione.

Inoltre, il linguaggio del documento del Prigioniero ha fatto molta fatica a colmare il divario ideologico tra Hamas e Fatah riconoscendo sia il diritto di resistere che di negoziare.

Di grande interesse per gli autori del documento è stata la situazione di migliaia di prigionieri palestinesi all’interno delle carceri israeliane. Hanno chiesto il loro immediato rilascio, oltre all’accoglienza per i rifugiati palestinesi – che sono rimasti senza voce – e più rappresentanza nel processo decisionale. Queste richieste sono cadute nel vuoto.

L’Accordo della Mecca (Febbraio 2007)

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La Dichiarazione del prigioniero non è arrivata a molto, probabilmente a causa del fatto che è stata scritta da detenuti palestinesi nelle carceri israeliane che non sono in grado di influenzare le forze in Cisgiordania e Gaza.

Mentre il 2006 volgeva al termine, il dibattito sulla condivisione del potere, in particolare su chi avrebbe avuto l’autorità sulla sicurezza, si andò intensificando, allargando le divisioni tra i due gruppi politici.

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Negoziati tra Fatah e Hamas mediati dal re saudita Abdullah (Mecca, 2007)

A metà dicembre, Mahmoud Abbas ha chiesto elezioni anticipate, una tattica che Hamas considerò come un tentativo di invalidare i risultati elettorali. I raduni pro-Hamas scoppiati in Cisgiordania vennero repressi dalle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese. Uomini armati di Fatah fedeli a Mohammed Dahlan a Gaza cercarono, nello stesso periodo,di assassinare Ismail Haniyeh.

Intensi combattimenti scoppiarono all’interno della Striscia di Gaza tra gruppi legati ad entrambe le parti, interrotti da momenti di cessate il fuoco che crollarono con la stessa rapidità con la quale vennero iniziati.

Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita cercava di riaffermare il suo potere regionale e la sua legittimità dopo che era stata schiacciata dal sostegno alla guerra di Israele contro il Libano nell’estate del 2006; cercava inoltre di sedare la crescente influenza finanziaria dell’Iran tra i gruppi della resistenza palestinese. I principali leader palestinesi hanno risposto ai tentativi della monarchia saudita con la richiesta di un incontro. Mahmoud Abbas e Mohammed Dahlan, in rappresentanza di Fatah, hanno incontrato Ismail Haniyeh e Khaled Meshaal per Hamas, alla Mecca il 1° febbraio e negoziato con loro per otto giorni.

Il risultato è stato una promessa di porre fine alla violenza e di istituire immediatamente un governo di unità nazionale, delineato in maggior dettaglio entro otto sotto-sezioni che è stato reso pubblico dopo che l’accordo è stato annunciato.

I ministeri sarebbero stati divisi tra Hamas e Fatah. Hamas avrebbe tenuto i seggi del primo ministro, i ministeri dell’istruzione e dell’insegnamento superiore, il diritto islamico, il lavoro, il governo locale, la gioventù e lo sport, la giustizia, le telecomunicazioni, l’economia e un posto extra come ministro di Stato. Ad Hamas doveva essere concessa anche la possibilità di nominare personalità indipendenti per il ministero degli interni, la pianificazione, e un’altra persona come ministro di Stato.

D’altra parte, Fatah teneva ancora il ramo esecutivo, la sede del vice primo ministro, e i ministeri della salute, degli affari sociali, lavori pubblici, trasporti, agricoltura, gli affari dei prigionieri, e gli affari esteri.

Resistenza e negoziati sotto forma di trattati internazionali già sottoscritti sono stati entrambi riconosciuti come mezzo legittimo per ottenere i diritti dei palestinesi, hanno ribadito alcuni precedenti documenti di riconciliazione nazionale, così come le riforme promesse in seno al Consiglio legislativo palestinese nel campo della sicurezza e in quello giudiziario. Per motivi di sicurezza – un punto molto conteso – l’accordo vagamente suggeriva la formazione di un consiglio di sicurezza nazionale che si limiterebbe a seguire le decisioni della classe politica, ritardando la decisione finale dopo la costituzione di un governo di unità nazionale.

Al 17 marzo è stato formato un governo di unità nazionale. E’ durato solo tre mesi.

L’iniziativa Yemenita (Febbraio 2008)

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Nonostante l’Accordo della Mecca e la formazione di un governo unitario, le ostilità tra Hamas e Fatah per definire chi avrebbe gestito le forze di sicurezza sono continuate.

Secondo una fuga di notizie dai Palestine Papers, Israele, gli Stati Unito e l’uinione Europea stavano lavorando con i loro alleati come l’Egitto e la Giordania per supportare l’apparato militare di Fatah con lo scopo di rovesciare Hamas a Gaza. Milioni di dollari sono stati spesi in equipaggiamento e formazione in un piano capeggiato dal coordinatore della sicurezza USA Lt. Gen. Keith Dayton. Nel frattempo, Hamas ha ingrandito la dimensione e la portata della sua Executive Force per stare al passo con icambiamenti militari di Fatah. Il risultato è stato un continuo conflitto e scontro tra le due fazioni, specialmente in Cisgiordania dato che le forze di sicurezza della PA hanno dato un giro di vite sui movimento della resistenza armata contro Israele.

La lotta interna raggiunse l’apice in un conflitto di cinque giorni, nel mese di giugno, conosciuto come la Battaglia di Gaza. Tutti gli ufficiali militari e politici di Hamas e Fatah si colpirono a vicednda occhio per occhio, mentre le lotte si diffondevano su tutta Gaza. Una volta calmate le acque, Hamas aveva guadagnato il controllo completo del territorio.

Il governo di unità nazionale venne dissolto e Abbas annunciò lo stato di emergenza, dismettendo Haniyeh dalla carica di primo ministro e sostituendolo con Salam Fayyad. In risposta, Hamas ha condannato Abbas e Fatah per avere cercato di rovesciare il governo. Una spaccatura de facto – politica e fisica – fu creata tra Gaza e la Cisgiordania.

Da quel momento in poi, entrambe le parti hanno attivamente cercato di sradicarsi e reprimersi l’una con l’altra attraverso severi provvedimenti, arresti, torture e retorica antagonistica. Scontri sono dilagati ovunque. Oltre a questi eventi, il blocco serrato di Israele su Gaza e il sostegno finanziario internazionale sfuggiva alle istituzioni governative sotto il controllo di Hamas, andando solo a Fatah.

Con questa situazione, Ali Saleh, dittatore dello Yemen, si buttò nella mischia diplomatica. Funzionari di Hamas e Fatah vennero chiamati nella capitale yemenita, Sana, e rapidamente venne siglato un altro accordo che prometteva la riconciliazione.

L’iniziativa Yemenita ha chiesto un ritorno allo status quo pre-giugno 2007, la formazione di una commissione regionale per supervisionare gli sforzi di unità nazionale palestinese e un rinnovato impegno per gli accordi del Cairo e l’Accordo della Mecca. Il documento ha ribadito ancora una volta la necessità per le istituzioni politiche palestinesi di includere tutte le fazioni.

Ma come nei precedenti tentativi, da nessuna delle due parti c’era alcuno sforzo attivo per attuare le promesse dell’iniziativa Yemenita. L’acceso dibattito è scoppiato poche ore dopo che l’iniziativa è stata annunciata, il perno della contesa era su come e quando si sarebbero verificati i negoziati tra le fazioni.

Mentre le tensioni continuavano, durante l’inverno del 2008 Israele ha scatenato un devastante assalto di tre settimane a Gaza – che Fatah ha sottilmente sostenuto – noto come Operazione Piombo Fuso. Più di 1.400 palestinesi sono stati uccisi e gran parte delle infrastrutture civili è stata annientata.

Ancora adesso Hamas ha mantenuto il controllo del territorio, mentre Fatah, con l’aiuto di Israele e il supporto straniero, ha la presa in Cisgiordania.

Gli Accordi del Cairo (Maggio 2011)

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Oltre all’Accordo della Mecca, negli Accordi del Cairo 2011 in qualche modo è stata delineata la struttura e la natura di ciò che comporterebbe un governo di unità nazionale.

L’accordo, mediato dall’intelligence egiziana, è nato durante il primo anno delle rivolte arabe. Sia Fatah che Hamas, sentivano la pressione sia nel loro interno che esternamente e sono stati probabilmente motivati ​​da un meccanismo di autoconservazione.

Fatah aveva perso un importante alleato nella persona del dittatore egiziano Hosni Mubarak, che è stato rimosso dal potere dopo 18 giorni di intense proteste in tutto l’Egitto. L’organizzazione era già vacillante e la sua legittimità è fallita completamente così come il processo di pace con Israele.

Hamas, da parte sua, non sicuro di quale posizione prendere riguardo le proteste in Siria, sulla scena politica egiziana si sentiva più forte grazie all’impennata dei suoi fratelli spirituali e ideologici, i Fratelli Musulmani. Per un istante sembrava che il blocco paralizzante su Gaza sarebbe finito, e con esso l’isolamento di Hamas.

Gli Accordi del Cairo del 2011, formalmente firmati da Abbas e Meshaal il 4 maggio, riflettono queste dinamiche in gioco. In particolare, il tono del documento è più diplomatico e conciliante e mostra un leggero cambiamento nella posizione di Hamas contro Fatah: accetta che Abbas rimanga come capo di stato, oltre ad aver accettato di lavorare nell’ambito del quadro giuridico istituito dagli accordi di Oslo, che sanciscono come l’OLP può operare nei territori palestinesi.

Eppure, come fondatore ed editore di Electronic Intifada, Ali Abunimah ha osservato nella sua analisi degli accordi, che gran parte delle convenzioni era piena di clausole vaghe ed erano state del tutto abbandonate le richieste precedenti di riformare l’OLP. Preoccupa molto il fatto che il documento stesso rappresenti una trasformazione politica di Hamas, straordinariamente evidente rispetto ai temi sollecitati dagli accordi del Cairo del 2005.

Questo accordo inoltre non fa menzione dei diritti dei palestinesi, della lotta contro l’occupazione e del diritto al ritorno.

Probabilmente, gli Accordi del Cairo del 2011 sono stati un ritorno al punto di partenza in quanto sostanzialmente non viene spiegato come i ministeri e gli altri apparati di governo dovevano essere condivisi -come era stato delineato dall’Accordo della Mecca. Le decisioni finali per i posti ministeriali, nonché l’amministrazione della sicurezza, sono stati semplicemente lasciati al “consenso” senza molta chiarezza.

La dichiarazione di Doha (Febbraio 2012)

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La Dichiarazione di Doha fu scritta all’apice del potere regionale del Qatar. Durante il corso del primo anno delle rivoluzioni arabe il Qatar aveva tenuto un gioco aggressivo.

L’Emirato aveva scagliato tutto il proprio peso alle spalle della Fratellanza Mussulmana in Egitto mentre questa guadagnava con successo la tenuta dei rami esecutivo e legislativo del governo egiziano.

Doha inoltre giocò un ruolo decisivo nel rovesciamento del dittatore libico Mu’ammar Gaddafi e fu nel mezzo del progressivo supporto ai vari gruppi di opposizione in lotta con il regime siriano.

Inoltre Hamas aveva deciso il trasferimento del proprio ufficio politico da Damasco a Doha, segno che era disposto a riconsiderare le alleanze e ristrutturare la propria ideologia in un epoca nella quale il Qatar sembrava avesse la supremazia.

La Dichiarazione di Doha fu un tentativo di rinvigorire gli Accordi del Cairo del 2011 che erano in stallo a causa dei disaccordi su chi dovesse condurre il governo di transizione.

Fatah propose salam Fayyad come candidato, prontamente criticato da Hamas, e non era propenso ad offrire una scelta alternativa.

La repressione dei membri di Hamas all’interno della Cisgiordania e dei membri di Fatah in Gaza stava proseguendo e i piani per le elezioni parvero irraggiungibili a causa del fatto che elezioni democratiche sotto l’occupazione israeliana, che applicava restrizioni ai movimenti e arrestava i candidati che si opponevano, era impossibile.

La Dichiarazione di Doha non offrì nulla di fondamentalmente nuovo a parte l’impegno a liberare prigionieri di Hamas in Cisgiordania, mentre Hamas promise di contraccambiare con il permesso di tenere le elezioni nella striscia di Gaza.

Ma la Dichiarazione fu ostacolata dalla riluttanza di ciascuno a fare il primo e necessario passo. Circa quattro mesi dopo un altro Accordo fu siglato al Cairo; accordo che cercava di promuovere la Dichiarazione di Doha attraverso l’inizio del processo di registrazione degli elettori nella striscia di Gaza e preparando gradualmente le fondazioni per un governo ad interim.

L’Accordo di Gaza (aprile 2014)

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Sin dalla Dichiarazione di Doha, e dagli Accordi del Cairo che seguirono, le tensioni tra Hamas e Fatah diminuirono considerevolmente.

Tentativi di riconciliazione furono inoltre motivati da un altro assalto israeliano su Gaza, conosciuto come Operazione Pilastri della Difesa (Operation Pillar of Defense) nel novembre 2012 e dal successo dei funzionari della PA nell’upgrading della Palestina nel dicembre 2012.

riconciliazione palestinese Hamas leader Khaled Meshal and Palestinian President Mahmoud Abbas

Il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas, detto Abu Mazen (Fatah) stringe la mano al leader di Hamas Khaled Meshaal

Entrambi i partiti diminuirono le rispettive misure restrittive e permisero manifestazioni in supporto dei loro rivali all’interno dei propri territori. Discorsi sulla riconciliazione furono annunciati con il sostegno del presidente egiziano Mohammed Mursi.

Nuove sfide si sono alzate durante quest’anno, sfide che forse forzarono i partiti a prendere le questioni seriamente.

Dopo un periodo di armonia, con l’Egitto sotto il breve governo dei Fratelli Mussulmani, Hamas fu contrastato da un aggressivo apparato militare egiziano – il quale ha ottenuto potere in un colpo di stato che ha deposto la Fratellanza – che minacciava di attaccare Gaza. Il blocco rimase a tutti gli effetti e divenne ancora più rigido.

Fatah, da parte sua, ebbe a che fare con un Governo israeliano di estrema destra condotto da Benjamin Netanyahu che semplicemente non era interessato a far progredire il processo di pace. Esso ha significativamente incrementato gli insediamenti all’interno del West Bank e pubblicamente dichiarato il proprio rifiuto per l’esistenza di uno Stato palestinese libero e sovrano.

Questi e altri fattori culminarono nell’annuncio di un altro accordo di riconciliazione nazionale il 24 aprile 2014 siglato a Gaza. I colloqui cominciarono solo due giorni prima e la velocità con la quale si arrivò all’accordo è indice del senso di disperazione di entrambe le parti per riuscire ad ottenere un urgente e necessario successo.

Mentre quest’ultimo accordo riciclò le promesse di dar seguito ai precedenti, particolarmente agli accordi del Cairo del 2011, differisce dagli altri specificando la formazione di un governo tecnocratico entro cinque settimane e arrivando alle elezioni legislative ed esecutive dopo sei mesi, piuttosto che un anno come stabilito precedentemente.

Come le precedenti dichiarazioni, l’Accordo di Gaza ha rinnovato la richiesta di riforma immediata dell’OLP con l’obiettivo di includere Hamas e i suoi alleati nel processo decisionale formale, così come la rapida attuazione di altri articoli presentati all’interno degli Accordi del Cairo 2011.

Non appena gli Accordi di Gaza furono annunciati gli americani li condannarono come deludenti e non utili alla pace, mentre Israele scatenò una serie di attacchi a Gaza. Questa è una routine retorica e tattica di americani e israeliani ogni volta che la riconciliazione tra le fazioni palestinesi sembra a portata di mano.

In un certo senso, potrebbe essere un ritorno a difficoltà simili affrontate dalle fazioni palestinesi dopo le elezioni del 2006, in cui è stato dato libero sfogo a sanzioni straniere, attacchi militari, e minacce di isolamento.

Nonostante queste sfide sia Fatah che Hamas sembrano desiderosi di far avanzare gli accordi quest’anno, più probabilmente a causa di una convergenza d’interessi nel rimanere rilevanti e legittimati davanti al pubblico palestinese.

Ciò nonostante non c’è chiarimento in relazione ad affrontare le intrinseche differenze in riferimento ai negoziati, né propone contingenze di fronte al rifiuto di occidentali e israeliani alla riconciliazione palestinese, né l’accordo è chiaro su come si impegnerà per la causa palestinese – in particolare il diritto al ritorno.

Prima era una questione politica e di sicurezza che abitualmente metteva fine all’impulso della riconciliazione.

Oggi, il recente fallimento degli sforzi per la riconciliazione palestinese potrebbe dipendere da la domanda più importante: i tentativi di Hamas e Fatah di riconciliazione e formazione di un governo unificato sono obsoleti e separati dagli obiettivi principali della causa palestinese?

di Yazan al-Saadi 

Fonte: Al-Akhbar

Traduzione a cura di PalestinaRossa

Palestina Rossa

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