Riconoscimento della Palestina come Stato non membro, ma osservatore dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: cosa cambia?

Di sicuro una vittoria prestigiosa  per il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, in una giornata simbolica: ricorre il sessantacinquesimo anniversario dalla risoluzione delle Nazioni Unite del 29 Novembre 1947, che divideva la Terra Santa tra gli Stati arabi ed ebrei, costituendo in pratica lo Stato di’Israele. In questo trionfo però sembra sempre più decisivo Hamas, rispetto a Fatah, ma questa è un’altra storia. Centotrentadue, di centonovantatre Stati membri delle Nazioni Unite riconoscono la Palestina come Stato osservatore. Naturalmente gli Stati Uniti restano alla finestra, con il voto contrario, pensando, come Israele, che tale riconoscimento in qualche modo mina i negoziati di pace. Riconoscimento avvenuto anche da chi non te l’aspetti. L’Italia ha appoggiato la mozione, però il suo Primo Ministro, Mario Monti, ha immediatamente telefonata al Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, per chiarire che il rapporto d’amicizia tra il suo Paese ed Israele è intatto. Sorprese anche dalla Germania, che non ha votato a favore, ma si è astenuta, dando comunque uno smacco al fedele alleato Israele. Il ministro degli esteri tedesco, Guido Westerwelle, ha dichiarato che l’unica via per la sovranità palestinese deve passare attraverso i negoziati. La Germania ha precisato che i dubbi sono legati maggiormente alla possibilità della Palestina di entrare in altre agenzie internazionali come il CIP (tribunale penale internazionale).  Berlino lo scorso anno si oppose alla proposta palestinese di  essere considerato membro dell’Unesco.

Vanno bene tutte queste considerazioni, ma cos’è successo?

In pratica la Palestina è passata, decisiva sarà la mattinata di venerdì, da entità a Stato non membro, come il Vaticano.

In effetti la Palestina dovrà aspettare per entrare in tutte le agenzie delle Nazioni Unite, come appunto la Corte Penale Internazionale (CPI) alla quale i leader politici palestinesi hanno più volte chiesto di far processare Israele per i suoi crimini di guerra.  Questo voto ha in qualche modo evitato di passare per il Consiglio di Sicurezza, nel quale gli Stati Uniti avrebbero fatto valere il proprio veto, mentre nell’Assemblea Generale basta un voto di maggioranza.

Tra i sostenitori europei si è evidenziata anche la Francia, seppure il medesimo ritornello è stato lanciato anche dal Ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, che ha definito imprescindibili, affinché la Palestina possa essere effettivamente riconosciuta come Stato indipendente, i negoziati con Israele. La Gran Bretagna invece ha tenuto il profilo più ambiguo di tutti. Durante i giorni scorsi ha chiesto ai partner europei di astenersi da tale votazione, poi spostando la propria linea, ha proposto un si, ma con restrizioni: impedire alla Palestina di poter ricorrere alla Corte Penale Internazionale, perché organo non ufficiale delle Nazioni Unite. In virtù di ciò le visite di alcuni esponenti del Governo israeliano hanno annullato gli incontri nel  Regno Unito, per dimostrare la paura che il CPI in qualche modo possa iniziare a fare il proprio corso con i politici israeliani all’estero.

Il Primo Ministro israeliano  ha dichiarato che la votazione di quest’oggi non cambia nulla negli equilibri territoriali:  «Finché non ci sarà il riconoscimento delle Stato d’Israele da parte dei leader palestinesi e senza una sicurezza reale per i cittadini israeliani, nessuno potrà legittimare mai la Palestina».

Si sono distinte per il sì anche Portogallo, Irlanda, Malta, Norvegia e Svizzera. La Repubblica Ceca ha optato per un no e la Polonia, in linea con la Germania, si è astenuta. Un commentatore d’eccezione, che fa rumore per il suo appoggio alla decretazione, è stato l’ex Primo Ministro d’Israele, Ehud Olmert, che pensa che tale riconoscimento sia in linea con la soluzione auspicabile, ovvero quella dei due Stati riconosciuti e conviventi.

Dopo sessantacinque anni si festeggia a Ramallah, ma quali sono ancora le difficoltà?     

La prima è sicuramente Gerusalemme, la cui spartizione in due capitali nazionali sembra al momento ancora complicata.

Poi ci sono le frontiere, i coloni israeliani nei territori palestinesi ed i rifugiati palestinesi alle dipendenze israeliane dalla nascita.

I palestinesi oggi però festeggiano perché pensano che questa votazione sia un passo decisivo per il futuro riconoscimento dello Stato in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza.

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