Riflessioni a margine dell’Emergenza Nord Africa

Annalisa Marroni

Con la chiusura dell’Emergenza Nord Africa in quasi tutte le regioni d’Italia (l’ultima in ordine di tempo il Lazio) e le recenti operazioni di soccorso in mare che hanno condotto sull’isola di Lampedusa oltre 500 migranti nel giro di due giorni, è necessario avviare una riflessione su quali soluzioni l’Italia avrebbe potuto adottare per concedere alle persone giunte in Italia dalla Libia una diversa forma di protezione.

I ritardi e i mancati interventi del Governo italiano in questi due anni, infatti, non hanno solo minato i percorsi di integrazione di queste persone ma, come ha sottolineato il Tavolo nazionale asilo, hanno anche messo a repentaglio il futuro dell’intero sistema di protezione per rifugiati e richiedenti asilo in Italia.

Un breve riepilogo

L’inizio del 2011 è stato segnato dallo scoppio di rivolte in diversi Paesi del Nord Africa. A partire dal mese di gennaio, sono arrivati sulle coste italiane centinaia di migranti. Vista l’entità dei flussi, il 12 febbraio il Presidente del Consiglio dei ministri ha dichiarato (ai sensi dell’articolo 5 della legge 225 del 1992) lo “stato di emergenza nel territorio nazionale in relazione all’eccezionale afflusso di cittadini appartenenti ai paesi del Nord Africa”. Nei mesi di febbraio e di marzo, i flussi hanno continuato ad aumentare, facendo precipitare Lampedusa in una situazione estremamente critica. Il governo italiano ha tardato a decidere sulla modalità di intervento da adottare nei confronti di questi migranti e su quale status giuridico attribuire loro. In un primo momento, infatti, le persone che giungevano dal Nord Africa venivano iscritte (in base all’art. 10 bis) nel registro degli indagati con l’accusa di ingresso e soggiorno irregolare.

Con lo scoppio dei disordini in Libia e la sospensione degli accordi stipulati nel 2009 con Gheddafi, la situazione è diventata ancora più drammatica, in quanto nel giro di breve tempo sono arrivati sulle coste italiane migliaia di migranti sub-sahariani. A quel punto il governo ha deciso di riconoscere ai cittadini dei Paesi nordafricani (affluiti nel territorio nazionale dal 1 gennaio 2011 fino alla mezzanotte del 5 aprile) un permesso di soggiorno per motivi umanitari della durata di sei mesi. Le persone che sono giunte in Italia dopo quella data venivano trattate in maniera diversa a seconda del Paese di provenienza: i cittadini tunisini venivano rimpatriati; le persone provenienti dalla Libia, invece, erano indirizzate ad attivare la procedura per il riconoscimento della protezione internazionale.

La scelta di far presentare domanda d’asilo a chi fuggiva dal conflitto libico si è rivelata sbagliata in quanto ha costretto queste persone in un lungo iter per ottenere il riconoscimento di una qualche forma di protezione, che per molti si è concluso solo qualche settimana fa. Dalla Libia, infatti, è giunto un numero esiguo di cittadini libici in fuga dal regime di Gheddafi. Coloro che sono arrivati sulle nostre coste, oltre che dall’ Eritrea e dalla Somalia, provenivano prevalentemente dal Bangladesh, dal Pakistan, dal Mali e dalla Nigeria, anche se si trattava di persone che risiedevano stabilmente in Libia da diversi anni.

 

In linea di principio, ai cittadini originari di questi Paesi non avrebbe potuto essere riconosciuta una qualche forma di protezione internazionale, in quanto nel loro paese d’origine non erano ravvisabili all’epoca quelle condizioni che gli avrebbero permesso di ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria. Aver introdotto oltre 20.000 persone nel sistema d’ asilo senza verificarne i requisiti, ha allungato i tempi di attesa per essere convocati di fronte alle Commissioni territoriali e ha determinato un numero elevatissimo di decisioni di diniego, pari al 60% delle istanze presentate. Per continuare a restare in accoglienza, la maggioranza delle persone ha dovuto avviare i ricorsi giudiziari, allungando ulteriormente i tempi di attesa per poter ottenere una risposta certa sul proprio destino. Tale situazione, oltre a gravare ancor di più sulle casse dello Stato, ha anche allungato i tempi di accoglienza fino al 28 febbraio 2013.

 

Lavorando come mediatrice linguistica all’interno di uno dei centri per l’accoglienza dei richiedenti asilo istituiti dalla Protezione civile, ho potuto constatare fino a che punto l’incertezza sulla possibilità di avere un futuro in Italia ha influito negativamente sulla volontà di queste persone di integrarsi nel territorio italiano. Ottenere il permesso di soggiorno, e con esso la certezza di poter vivere e lavorare in condizione di regolarità in Italia, infatti, è di fondamentale importanza per poter avviare un percorso di inserimento sociale.

Eppure, per molti migranti approdati in Italia nel 2011 la sicurezza di ottenere una forma di protezione, per quanto minima, è arrivata solo nel mese di ottobre 2012. L’enorme ritardo con cui il governo italiano ha provveduto a definire la situazione giuridica di queste migliaia di persone e la modalità scelta per il riesame delle domande d’asilo, hanno ricevuto aspre critiche dalle associazioni operanti nel campo, le quali già da molto tempo avevano sollecitato il ministero dell’Interno ad esprimersi in merito alla soluzione da adottare.

Ad aggravare la situazione di incertezza ha contribuito l’emanazione della circolare del 18 febbraio 2013 da parte del ministero dell’Interno, che ha fissato al 28 febbraio 2013 la fine dell’accoglienza per i 13.000 migranti ancora presenti nei centri. In cambio, il Viminale ha stanziato la somma di 500 euro come “misura di accompagnamento all’uscita” per tutti coloro che hanno già ricevuto il permesso di soggiorno e il titolo di viaggio. Tale somma, però, non verrà utilizzata per sostenere l’inserimento socio-lavorativo di queste persone, ma servirà solo a favorire il loro allontanamento dai centri di accoglienza. Diverse sono le associazioni che hanno lanciato l’allarme in merito alla possibilità che queste persone, una volta fuori dai centri, non riescano a costruirsi un futuro decoroso e finiscano per strada. Infatti, molti migranti che hanno già accettato di uscire dal circuito dell’accoglienza in cambio di una somma in denaro, sono diventati senza fissa dimora; mentre coloro che hanno raggiunto i familiari in un altro Stato membro dell’UE e lì hanno presentato domanda di protezione rischiano di essere riconsegnati all’Italia in base alle norme previste dal regolamento Dublino. Le persone che si sono trasferite in un altro Stato membro senza presentare domanda di protezione, invece, una volta trascorsi i 90 giorni di permanenza, rischiano di essere riconsegnate all’Italia qualora non lasciassero il territorio dello Stato in cui si sono recati. Presumibilmente, il futuro più probabile che attende queste persone è quello dell’emarginazione sociale.

Quali strumenti normativi avrebbe potuto applicare l’Italia per concedere in tempi brevi una protezione a queste persone?

La protezione temporanea prevista dal Testo Unico Immigrazione

L’Italia avrebbe potuto riconoscere ai migranti provenienti dalla Libia la stessa protezione concessa ai cittadini nordafricani (prevalentemente tunisini) giunti in Italia entro la mezzanotte del 5 aprile 2011, cioè la protezione temporanea.

La scelta del Governo di fissare al 5 aprile il termine ultimo entro il quale concedere tale forma di protezione, infatti, non è stata dettata da un miglioramento reale della situazione politica e sociale nei paesi del Nord Africa: poiché il presidente del Consiglio dei ministri, in un decreto emanato nell’ottobre del 2011, ha constatato il perdurare della situazione di instabilità nei Paesi del Nord Africa, non sussistevano i presupposti per l’adozione di un trattamento diversificato nei confronti dei due gruppi di migranti. Inoltre, il riconoscimento della protezione temporanea e, conseguentemente, il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari anche ai migranti provenienti dalla Libia, avrebbe consentito di tutelare le singole esigenze di protezione internazionale. Tale protezione, infatti, non pregiudica per i suoi beneficiari la possibilità di presentare l’istanza per il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria qualora ritengano di essere in possesso dei requisiti di eleggibilità. Allo stesso tempo, però, avrebbe permesso al Governo italiano di evitare l’enorme spreco di risorse dovuto alla gestione emergenziale della vicenda, e di tutelare il sistema dell’asilo che in questi due anni è stato seriamente compromesso. Tuttavia, come ha sottolineato l’Asgi,il riconoscimento della protezione temporanea è “una scelta che la legge configura come derogatoria e di natura politica e che può avere rilevanti effetti anche sugli obblighi comunitari dell’Italia”, quindi spetta al Governo decidere in merito all’opportunità di attivarla o meno.

La protezione temporanea europea

Il rifiuto da parte dell’Unione europea di attivare la direttiva sulla protezione temporanea (direttiva 2001/55/CE) ha rappresentato un’occasione mancata per l’Europa di mostrare un’effettiva solidarietà nei confronti dei migranti fuggiti dalla Libia. I migranti scappati dal conflitto libico sarebbero potuti rientrare nella definizione che la direttiva dà di “beneficiari del regime di protezione temporanea”, in quanto dopo lo scoppio del conflitto armato in Libia rischiavano di subire maltrattamenti e torture o di essere uccisi dai miliziani ribelli nel caso in cui fossero rimasti nel Paese. La maggioranza degli Stati membri dell’Unione ha ritenuto, però, in sede di Consiglio europeo, che non fossero ancora mature le condizioni per procedere con l’applicazione della direttiva sulla protezione temporanea. Con questa decisione, gli Stati europei hanno sicuramente perso una preziosa occasione di applicare per la prima volta nella storia del diritto d’asilo europeo la direttiva sulla protezione temporanea e di sopperire alle mancanze di uno Stato membro nell’applicare direttive precise in merito allo status giuridico da riconoscere a queste persone.

Il permesso di soggiorno per motivi umanitari

Un ultimo istituto che avrebbe consentito al governo italiano di concedere una forma di protezione ai migranti provenienti dalla Libia è il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

L’ articolo 5 del T.U. Immigrazione, che disciplina il permesso di soggiorno, prevede al comma 6 la possibilità per il cittadino straniero di non essere allontanato dal territorio italiano in caso ricorrano seri motivi di carattere umanitario e di ricevere un permesso di soggiorno della durata di un anno. Tale protezione avrebbe potuto essere riconosciuta ai migranti provenienti dalla Libia poiché essi rientrano nella categoria di “persone bisognose di protezione a causa di situazioni di grave instabilità politica, episodi di violenza o insufficiente rispetto dei diritti umani”.Questo istituto avrebbe potuto essere attivato anche dopo aver ammesso questi migranti alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale. Infatti, le Commissioni territoriali hanno la possibilità di trasmettere al Questore gli atti per rilasciare un permesso di soggiorno della durata di un anno se si ritiene che queste persone, pur non rientrando nella definizione di rifugiato o di titolare della protezione sussidiaria, abbiano bisogno di una tutela particolare. Purtroppo, però, nessuna indicazione in questo senso è arrivata né dal Ministero dell’Interno, né dalla Commissione Nazionale per il diritto d’asilo, con la conseguenza che la maggior parte di queste persone non ha potuto ottenere nemmeno questa forma di protezione.

Imparare dal passato per costruire il futuro

Avviare una riflessione costruttiva su quale protezione l’Italia avrebbe potuto concedere ai migranti provenienti dalla Libia è estremamente importante, perché ci permette di capire come potrà comportarsi l’Italia nel caso si riproducano in futuro flussi migratori massicci come quelli del 2011.

In un momento storico come quello attuale, in cui due guerre stanno mettendo in ginocchio le popolazioni di Mali e Siria e l’instabilità politica ed economica continua a destabilizzare i Paesi del Nord Africa, un nuovo scenario di arrivi massicci di persone non è un’ipotesi così remota. Questa volta, però, è necessario imparare dagli errori del passato affinché coloro che giungono nel nostro Paese in cerca di protezione possano ottenerla per poi costruire il loro futuro in Italia.

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