«Rilanciare l’attacco a un’idea di progresso che devasta e saccheggia», intervista a Niccolò Garufi

Andrea Leoni

Il 26 gennaio scorso, insieme ad altre 46 persone Niccolò Garufi viene arrestato in relazione agli scontri che avvennero il 3 luglio del 2011. A seguito di questa retata ne sono state effettuate altre in relazione ad altri episodi avvenuti in Val Susa (in Trentino gli ultimi arresti). Rispetto ai fatti del 3 luglio 2011, rimangono in carcere ancora due militanti: Maurizio Ferrari (qui trovate l’articolo di Massimo Zucchetti su Il Manifesto rispetto alla carcerazione) e Alessio Del Sordo. Il processo che li vede coinvolti insieme agli altri compagni si aprirà il prossimo 21 novembre.

Al termine del suo percorso processuale, Niccolò Garufi ci ha concesso questa intervista.

Niccolò, che cosa significa per te essere No Tav?

Essenzialmente essere No Tav significa non solo appoggiare una lotta locale contro un’opera inutile e dannosa ma connettersi e rilanciare l’attacco a un’idea di progresso che devasta e saccheggia i territori esclusivamente per generare profitto a favore delle cordate politico-imprenditoriali-mafiose. Scavalcando la volontà popolare. Significa quindi far emergere una contraddizione enorme sulla mancanza di credibilità della democrazia rappresentativa. E, viceversa, praticare nei fatti il significato più puro di democrazia e partecipazione. Come lo si può osservare quotidianamente nelle esperienze di lotta e condivisione della Valle. Significa inoltre riconoscere che quel modello di “sviluppo” è all’opera ovunque: noi a Milano abbiamo un esempio terribile di questo dispositivo nell’expo e nella Tem. Una città devastata dal cemento per anni per alimentare le solite cordate formigoniane e berlusconiane, che infatti in questi giorni stanno crollando miseramente sotto il peso delle loro contraddizioni.

Parlaci della tua esperienza in carcere.

È stata la prima volta che son finito in carcere quindi per me è stata tutta un’esperienza particolare. Fondamentalmente mi porterò dietro per sempre la sensazione di claustrofobia che dà una cella, la follia di pensare che per far riparare a un torto si debba seppellire una persona dentro una gabbia. E poi il rapporto con gli altri detenuti. L’umanità debordante, nel bene e nel male, che affolla il carcere. Con alcuni sono ancora in contatto epistolare. Ho imparato molte cose su come, dentro a spazi così angusti, il significato di ogni gesto assume un valore particolare. E, al di là delle leggende, ho capito che basta essere educati e intelligenti per essere rispettati.

In quanto prigionieri per questioni No Tav, come eravate considerati dagli altri carcerati?

Ho notato fin da subito la “diversità” di noi prigionieri politici. Ho avuto la percezione che questa nostra provenienza fosse vista con curiosità dagli altri detenuti che non sapevano bene come spiegarsi la nostra posizione e uno strano atteggiamento da parte delle autorità del carcere dovuto all’inadeguatezza di strumenti di lettura di un movimento popolare come quello No Tav. Specialmente dai detenuti più anziani poi, c’era una forma di rispetto per i detenuti politici che derivava da passate convivenze carcerarie con i prigionieri della lotta armata e dei movimenti degli anni ’70. Le manifestazioni sotto le mura e le valanghe di posta, poi, aumentavano l’attenzione e il “prestigio”.

Si può parlare di un collettivo coeso anche all’interno del carcere?

Io posso parlare di Milano, nelle altre città, specialmente Torino, era un po’ diverso. A Milano siamo stati arrestati in quattro. Tutti provenienti da realtà estremamente eterogenee, per pratiche e culture politiche. Siamo poi stati in realtà dislocati in settori diversi del carcere per cui gli incontri erano rari e difficili. Quando, a un certo punto, abbiamo deciso di produrre un documento comune in realtà non se ne è fatto niente. Un po’ anche per difficoltà di comunicazione tra di noi. Ricevevamo molta posta di solidarietà e, specialmente con Maurizio (Ferrari, ndr) con cui ero più vicino di cella, riuscivamo a girarcela. Bisogna tener presente poi che almeno a Milano eravamo in quattro e tutti separati. Quindi è andata a finire che, come è giusto e naturale, stavamo con gli altri detenuti.
Poi io sono uscito dopo due mesi e dieci giorni, altri due sono rimasti a San Vittore ancora per molto tempo. Maurizio è ancora prigioniero e lo spostano spesso (ora si trova a Ferrara, ndr) la comunicazione per lo più arrivava dai collettivi e dalle realtà esterne che funzionavano da collegamento. Per esempio, prima della manifestazione del 25 febbraio a Chiomonte, siamo stati contattati tutti dal comitato locale per chiedere di far portare ai nostri familiari e amici le nostre foto in corteo. Analogamente a quanto accade nei Paesi Baschi e in Irlanda. Io e molti altri l’abbiamo fatto, qualcun altro no perché lo associava a una cosa un po’ funerea e lontana dalla nostra cultura politica.

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