Riot. Intervista ad Augusto Illuminati

foto e testo di Andrea Leoni @andrea9161

Ritorniamo, come promesso, sulle mobilitazioni studentesche (e non solo) italiane, lo facciamo con la voce autorevole di Augusto Illuminati. Non penso abbia bisogno di presentazioni, ma se non siete stati suoi allievi, se non avete letto i suoi libri o i suoi articoli, magari avete visto la recensione del suo ultimo libro “Tumulti” su qualche scudo dei book-block. 

Oggi si parla di tumulto, riot, una pratica di protesta che sta prendendo piega per rigettare le  politiche neoliberiste proposte dai governi europei. Quale potrebbe essere il suo excursus storico? Quali sono i rimandi teorici a questa pratica?

Il termine “tumulti” è usato in particolare da Machiavelli, come ho ricordato in un recente libro omonimo scritto insieme a Tania Rispoli, e non a caso si associa a quello di “moltitudine”. Entrambi si riferiscono a un’epoca storica anteriore alla grande narrazione della Sovranità, tutta imperniata sullo Stato, sul popolo sovrano (in quanto rappresentato) e sulla controparte  ”rivoluzione” –il rovescio della sovranità. Ancora libero da quelle che diventeranno le figure dell’Uno, Machiavelli è in grado di apprezzare non solo la legittimità dei tumulti, ma anche il loro carattere costituente, in riferimento al ruolo che essi svolsero nella repubblica romana per istituire il contropotere dei Tribuni della Plebe. Il richiamo ai tumulti è risuonato nei momenti di contestazione reale e simbolica al potere assoluto instaurato nei Cinque-Seicento (dalla rivoluzione inglese a Masaniello e alle pagine di Spinoza), torna oggi a conclusione del ciclo storico della sovranità e della sua dispersione in una governance non meno oppressiva, cui si  accompagna la disillusione per le rivoluzioni dei due ultimi secoli, che in ogni caso non appaiono riproponibili in quei termini e con quelle strutture operative. La pluralità moltitudinaria si esprime in tumulti e lascia aperto il grosso problema del loro livello di continuità e di organizzazione.

Il 14 dicembre 2010, il 15 ottobre 2011, il 14 novembre 2012 hanno segnato qualche punto di partenza e/o di arrivo per il movimento in Italia? La mobilitazione studentesca di quest’anno (c’è stato poi il 24N e il 6D) che nelle pratiche ha rispolverato i book block come può radicarsi e quali passi dovrebbe fare per essere incisiva? Cosa pensa delle mobilitazioni in tutte le piazze piuttosto
che solo a Roma?

E’ appunto il problema della continuità delle ondate di movimento. Il 14.10.2010 e il 14.11. 2011 (sorvoliamo sulle contraddizioni tutte interne del 15 ottobre) hanno segnato il punto alto di un’insofferenza del precariato e delle giovani e giovanissime generazioni di fronte ai colpi ripetuti inferti dal capitalismo finanziario alle condizioni di vita delle classi subalterne. I problemi che hanno alimentato quelle rivolte non sono stati risolti né in termini generali né nello specifico di Scuola, Università e assetto del mercato del lavoro. Torneranno quindi a manifestarsi e approfondirsi in un contesto di complessivo impoverimento e declassamento della struttura sociale italiana. Il discredito del ceto politico e i nefasti effetti dell’austerità montiana che si sono
assommati alle pagliaccesche rovine dell’epoca berlusconiana completano il quadro. Le prossime elezioni non porteranno certo stabilità e benessere, saranno la vera fine del mondo una volta passata la scadenza Maya…

Differenti Stati, differenti pratiche Grecia ed Italia, per esempio, è così difficile portare il conflitto in piazza in Italia, nonostante la lotta di classe inversa –per dirla come Gallino– che anche il nostro Paese subisce?

Per stare alle più recenti esperienze, le lotte vigorose degli studenti medi non hanno risvegliato le masse universitarie e solo simbolicamente si sono unite alle resistenze operaie e al disagio del ceto medio declassato, super- tassato e precarizzato negli impieghi e nei servizi, alla faccia della conclamata “società della conoscenza”. E tuttavia solo la coalizione di queste forze e la loro mobilitazione attiva (non solo l’autonomia elettorale, che pure sarebbe significativa dopo la sfortunata adozione da parte del Pd-Sel dell’agenda Monti) potrà in futuro gettare le premesse per una riscossa democratica e sociale, sul modello di Syriza in Grecia. Verso condizioni greche stiano
sempre più rapidamente scivolando, ma con grande ritardo nei riflessi di resistenza e contrattacco.

I riots metropolitani: Berlino, Atene, Londra e i vari saccheggi in supermercati e catene di abbigliamento. Cosa significano veramente queste azioni?

Che la gente ha fame e sta sempre peggio. Ancor più significative sono le occupazioni che mirano al mantenimento del posto lavoro, della casa e dei servizi del welfare, in primo luogo degli ospedali. Una violenza minima a paragone di quella esercitata con sadismo sui poveri, i declassati, i malati, i giovani in cerca di impiego e di educazione.

Qualche parola sul comportamento della polizia e su quali sarebbero i nuovi metodi di repressione.

La repressione violenta è l’unico metodo di contenimento del conflitto che è rimasto dopo l’abbandono degli strumenti dello Stato sociale. Questo vale per tutti i paesi e per tutti i livelli di repressione, poco importa che gli stessi agenti della repressione siano essi stessi messi in difficoltà dalla crisi. Le responsabilità sono dei gruppi dirigenti, certo poi in piazza il contatto avviene
con gli esecutori: è inevitabile. In Italia l’impunità dei poliziotti non-identificabili corrisponde all’immunità dei loro capi militari (pensiamo al multi-partisan De Gennaro, scampato perfino alle condanne per gli altri dirigenti PS per Genova) e soprattutto dei loro mandanti politici. Tanto più forte ed enfatizzata (l’Italia è l’unico paese occidentale dove non ci si può avvicinare ai palazzi del potere, piazza Montecitorio è più blindata di Tien An Men) quanto più è in crisi la rappresentanza e bassa la stima pubblica per i partiti.

Cliccando qui trovate tutte le foto del 14 novembre romano

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