Russia, perché l’Ucraina no?

Esiste una relazione tra i conflitti vicino orientali degli ultimi anni e la questione ucraina? Per quale motivo la Russia si è esposta soltanto in difesa dei governi di Damasco e Kiev? Il grande gioco per il controllo del cuore dell’Eurasia continua.

Diversi elementi fanno sospettare che l’attività dei due presidenti statunitensi del nuovo millennio, George W. Bush e Barak Obama, stia perseguendo, pur con differenti modalità, uno stesso progetto strategico.

L’obiettivo? Il controllo sui punti nevralgici del macrocontinente eurasiatico, prima che le nuove potenze emergenti abbiano potenza sufficiente ad impedirlo.

Partendo da Afghanistan e Iraq, infatti, e attraverso la guerra fredda contro l’Iran e gli interventi, diretto, in Libia e, indiretto, in Siria, è possibile ricostruire un filo conduttore che dirige la politica estera statunitense nel terzo millennio e che punterebbe proprio all’Ucraina come prossimo passo.

A tal proposito è bene riesaminare alcune affermazioni proprio di chi, negli ultimi decenni, ha impostato la politica estera degli Stati Uniti.

downloadÈ del 2007 una dichiarazione del Generale statunitense Wesley Clark, secondo cui già nei primi anni ’90 il diplomatico Paul Wolfowitz, in seguito vice-segretario alla difesa sotto il governo di Bush figlio, discettava sulla necessità di “ripulire” il Medio Oriente da una serie di regimi scomodi. Più esplicito sarebbe stato lo stesso Wolfowitz una decina d’anni più tardi, in seguito ai fatti dell’11 settembre, quando in un documento presentato al Pentagono avrebbe suggerito la rimozione di sette governi in cinque anni. Nello specifico Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran, prima dell’emergere di nuove potenze regionali nell’area.

La storia recente dimostra come i governi della lista di Wolfowitz siano stati o rovesciati o fortemente limitati, non certo nelle tempistiche prospettate, ma con costanza, durante i governi di George W. Bush e Obama.

Sul filone di questa tendenza, anche l’Ucraina sembra attrarre le attenzioni di Washington già da lungo tempo. Era il 1998, quando Zbigniew Brzezinski, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense, esponeva nel suo The Grand Chessboard (“La Grande Scacchiera”) le ragioni per cui l’Ucraina costituisse una pedina fondamentale per gli “imperativi geostrategici” degli Stati Uniti.

Da un lato, il consigliere statunitense considerava come la sicurezza europea poggiasse su un Critical Core, un blocco territoriale fondamentale che comprende Francia, Germania, Polonia e, appunto, Ucraina; dall’altro lato, Brzezinski sottolineava come l’Ucraina costituisse per la Russia una testa di ponte fondamentale. Non soltanto per la sua posizione geostrategica, nel cuore del macrocontinente eurasiatico, ma anche perché il controllo dell’Ucraina permetteva alla Russia di incombere sul Mar Nero. Non è un caso che la principale base della flotta russa sul Mar Nero sia stanziata a Sebastopoli, importante città della attualmente travagliata penisola della Crimea.

Di seguito un video sullo scenario in cui si sta svolgendo il referendum

A ben vedere, quindi, la crisi ucraina attuale sembra tuttaltro che non annunciata.

Senza scomodare Brzezinski, risulta alquanto evidente come l’Ucraina interessi a Europa e Stati Uniti d’America per le sue risorse minerarie e per la sua posizione strategica, a ridosso della Russia e del Mar Nero, ma anche per l’importanza strategica che essa riveste per il gigante russo. Una Russia priva del controllo sull’Ucraina priverebbe Mosca della sua “porta” sull’Europa, murando l’influenza russa sul solo continente asiatico.UCRAINA

Alla luce di tali considerazioni, non è un caso che Mosca si sia opposta al cambio di governo a Kiev, agevolato da Europa e Stati Uniti, sebbene con modalità tra loro differenti. Come non è un caso che la Russia si sia opposta, tra il 2011 e il 2013, ad un cambio di regime in Siria, Paese che ospitava un’altra flotta russa sul Mediterraneo, al largo della città siriana di Tartous.

Se nell’ultimo decennio abbondante la Russia ha permesso interventi statunitensi in Afghanistan, Iraq, Libia, diversi Paesi dell’Africa subsahariana e Yemen, nonché l’indebolimento delle strutture socio-politiche in Libano e Iran, nel momento in cui le mire di Washington si sono spostate su paesi di diretto interesse russo, Mosca si è vista costretta a intervenire. In modo diplomatico in Siria, in maniera più diretta, a quanto sembra, in Ucraina (senza dimenticare la parentesi del 2008 in Ossezia del Sud).

Una situazione complessa, che dimostra come, se da un lato i tempi della guerra fredda siano finiti e la Russia abbia rinunciato ad espandere la propria influenza in aree del mondo lontane, dall’altro Mosca non intenda rinunciare a difendere la propria porta di casa e, soprattutto, non sia disposta a mollare le proprie teste di ponte sul versante occidentale.

Giovanni Andriolo

Osservatorio: "Il Grande Gioco: Nord-Africa e Asia Centro-Occidentale". Dal Marocco all'Afghanistan, passando per Iran e Penisola Araba: è questo il terreno in cui si sta combattendo la guerra poco religiosa nel cuore del mondo islamico. La posta in gioco? Egemonia regionale e controllo delle risorse energetiche. Un grande Risiko nella regione cuscinetto tra tre Continenti che coinvolge, più o meno ufficialmente, tutte le maggiori potenze del mondo.
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