Salam Islam: un libro di storia, cronaca, pregiudizi e diritti da raggiungere per la comunità musulmana in Italia

Lorenzo Giroffi @LoreGiro

Se la funzione di un qualsiasi libro è quella cartesiana, d’immedesimazione in una freccia diretta verso l’estrema urgenza di comunicazione, allora “Salam Islam”, di Pasquale Nuccio Franco, è un modello da prendere a riferimento per questa intenzione.

Il libro utilizza le fondamenta di una conoscenza storica dell’Islam, con la sottolineatura sulle differenze applicate all’interno della stessa religione, ma mettendola anche a confronto con le architetture dei culti religiosi che magari al lettore medio italiano sono più conosciute. Il testo si sposta poi su di un taglio quotidiano, quello vissuto dalla comunità musulmana che vive in Italia: cronaca di disagi e tentativi d’integrazione. Un bagaglio che appunto rispecchia il percorso di Pasquale Nuccio Franco, studioso di Storia e Diritto islamico, oltre che giornalista freelance, vincitore anche della sezione narrativa inedita del Premio letterario “Firenze per le culture di Pace 2010” dedicato a Tiziano Terzani.

Quanto le stesse radici storiche potrebbero rendere tutto più semplice, questo ciò che emerge nella cronaca di una comunità musulmana sempre più grande in Italia, ma considerata a tutt’oggi ancora come un’ala staccata e mai d’incontro, tanto dalle istituzioni, quanto dalla società civile. Il Ramadan di questi giorni è appunto raccontato, anche dalla stampa, solo come un evento di colore e mai con l’accezione di una ricorrenza con cui interagire. Domenico Musella dalle pagine di First Line Press ha più volte raccontato del fenomeno dell’islamofobia, con un focus particolare sull’Europa, dunque il lavoro di Pasquale Nuccio Franco sembra essere un bel ponte, per trovare soluzioni di contrasto.

Tra le riga di “Salam Islam” ci sono spunti in merito alla finanzia islamica, ad un uovo concetto di prestito, alla possibilità di aprirsi a nuovi scenari alimentari, ma soprattutto s’individua una possibilità di arricchimento nel caso in cui potesse realmente funzionare la miscela di culture.

Dalle riflessioni scaturite dalla lettura, pongo alcune domande all’autore del libro (acquistabile qui).

Perché è ancora così complicato in Italia, ma più in generale in Europa, affrontare un dibattito sereno sulla presenza delle comunità musulmane? Perché sono ancora lontane le reali soddisfazioni di un’integrazione anche con il sistema istituzionale italiano, come illustrato nel Suo libro?

<<L’Islam non è un monolite ma un qualcosa di variegato e complesso, difficile da comprendere e, come spesso succede, ciò che non si conosce è visto con sospetto se non con paura. Ciò è frequente in alcuni Paesi (il nostro in particolare) più che in altri, dove la cultura migratoria e del multiculturalismo ha già una storia ben radicata. Dunque si tratta di una mera questione culturale, nell’accettare la presenza del “diverso”.Questo vale anche dal punto di vista istituzionale e politico dove si va avanti con sole dichiarazioni d’intenti. Si parla di Islam, si costituiscono comitati, consulte ma, alla fine, non cambia nulla in virtù di una logica gattopardesca che rappresenta un freno intellettuale difficile da allentare>>.

Perché appunto l’Islam è ancora percepito come un arto slegato dal resto della società ed anche gli ormai molti casi di conversione sono visti come casi isolati o da analizzare solo con la morbosità dello stupore? Tutto ciò quando rientrerà nella percezione quotidiana di tutti, come componente assodata del contesto?

<<Morbosità e stupore rispetto a certe manifestazioni fanno parte del nostro dna. Eppure ci troviamo di fronte ad un fenomeno, come quello dei “ritornati” all’Islam considerevole e che secondo alcune fonti (Ucoii) conta, ad oggi, circa 70.000 tra uomini e donne. Non sporadico, dunque ma che rappresenta un filone da tenere in considerazione. Quando si accetterà, senza pregiudizi, ma con cognizione di causa, il fatto che un uomo o una donna, con il loro bagaglio di esperienze, possa decidere di dare un’impronta diversa alla propria vita, anche sotto l’aspetto spirituale a seguito di un consapevole percorso personale, ecco, allora si sarà fatto già un notevole passo in avanti. Lo stesso vale per l’integrazione della comunità: l’accettazione dell’altro, il reciproco riconoscimento>>.

Nel viaggio di “Salam Islam” quali sono state le criticità che ha riscontrato per chi musulmano si ritrova a vivere in Italia e quali invece le realtà che più interagiscono col territorio?

<<Le criticità consistono nella propensione (a volte anche non razionale) ad isolare una comunità che vive e lavora in Italia semmai da generazioni e che produce reddito, per paura dell’altro, di una islamizzazione della nostra cultura paventata anche da una certa stampa o da alcuni settori della politica. Ciò comporta un ulteriore rischio, ossia quello di una graduale, ulteriore chiusura della comunità in se stessa che potrebbe creare terreno fertile al fanatismo. La difficoltà di essere accettati sul posto di lavoro perché si indossa un velo, l’essere guardati con sospetto a causa della barba o di alcuni capi di abbigliamento, la necessità di procedere alla revisione delle norme sulla cittadinanza sono criticità forti. Esse vanno affrontate e risolte con urgenza e buon senso. Quanto alle realtà che interagiscono maggiormente con il territorio, penso all’associazionismo, in particolare quello delle seconde generazioni, parte integrante del nostro tessuto sociale, che piaccia o no>>.

La scia lunga dello stereotipo forzato dell’11 settembre quanto ancora incide nell’accoglienza dell’Islam in Occidente e dopo quell’episodio cosa è cambiato all’interno delle stesse comunità musulmane?

<<I fatti dell’11 settembre hanno comportato l’inasprirsi dei rapporti con la comunità musulmana creando situazioni limite ed indotto a guardare l’“altro” come estraneo e pericoloso. La tesi che l’episodio relativo alle Torri Gemelle non avrebbe rappresentato un punto di non ritorno per quanto concerne l’idea che si ha dei musulmani ma, al contrario, un momento in cui comportamenti già in atto si sono radicalizzati e rafforzati, mi trova assolutamente d’accordo. Quanto successo non ha fatto che alimentare uno stato di nevrosi collettiva inducendo a guardare il musulmano come potenziale terrorista, a convincersi che ciò che già si pensava fosse stato confermato. E’ cambiato probabilmente l’atteggiamento della comunità, sempre più cauta in quanto consapevole di un certo pensiero>>.

Finanza islamica, macellazione della carne differente, quotidianità della preghiera, quanto è utopistico pensare che tutto ciò possa interagire un giorno con i modelli di riferimento occidentali e viceversa?

<<E’ ovvio che la difficoltà ad interagire con i modelli a noi noti e familiari esiste. Più che di interazione mi limiterei a parlare di tolleranza. Per quanto riguarda la finanza islamica, da essa si potrebbero trarre alcuni spunti molto positivi, soprattutto in questo periodo di difficile congiuntura economica. Purtroppo, tranne rari esempi pilota, la nostra legislazione non è in grado di recepire le modalità attraverso le quali essa si estrinseca. Per ciò che concerne il resto basterebbe porsi in una condizione di accettazione della legittimità di una visione diversa da quella occidentale, senza entrare nel merito, senza pregiudizi. Già questa sarebbe un’interazione, uno scambio culturale positivo senza necessariamente pretendere di modificare i rispettivi usi e costumi>>.

 

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