Se anche Facebook censura i curdi

Ieri è stata chiusa la pagina ufficiale turca del BDP, partito che si fa portavoce della questione curda nel Parlamento di Ankara. Il motivo: aver scritto in un post la parola “Kurdistan”.

A riportarlo è, tra gli altri, Hürriyet-Daily News. Lo scorso 24 ottobre è stata invece oscurata la fanpage della sezione provinciale di Istanbul della forza politica in questione. Stessa sorte è toccata negli ultimi mesi ad un gran numero di pagine del più diffuso social network del mondo con contenuto relativo ai curdi, non solo politico, ma anche culturale, artistico e letterario.

Il quotidiano in lingua curda Yeni Özgür Politika, diffuso in tutta Europa, ha visto nello stesso periodo scomparire i suoi account facebook. A tal punto che nell’estate scorsa degli attivisti internazionali pro-curdi come Mark Campbell del blog Hevallo hanno lanciato con questo giornale una petizione e una campagna mediatica contro quella che sembra una precisa tattica dalle tinte censorie e limitative della libertà di espressione.

A settembre una delegazione in rappresentanza del giornale, degli attivisti e del BDP è stata ricevuta nel quartier generale di Londra del colosso informatico, a colloquio con il responsabile per l’Europa ed il Medio Oriente del sito. Come si legge nel resoconto dello stesso Campbell su Hevallo, l’azienda è sembrata disponibile ai reclami, senza però poter promettere nulla circa il cambiamento della loro politica sul controllo dei contenuti, che hanno assicurato essere dettata solo dagli standard di sicurezza del sito, e non da motivazioni politiche. Effettivamente, hanno fatto notare gli attivisti, il comportamento di Facebook sembra essere molto ambiguo anche rispetto a queste linee di condotta: sono state lasciate in rete immagini relative a violenze e a decapitazioni, mentre danze popolari curde o manifestazioni in Kurdistan hanno subìto la cancellazione essendo state giudicate lesive della sensibilità degli utenti.

All’ennesimo episodio successo ieri, il BDP ha risposto con un comunicato stampa in cui condanna il non nuovo comportamento di Facebook e pone l’accento su due questioni. Innanzitutto, la probabile stretta collaborazione del social network con il governo turco a guida AKP. Secondo le linee guida sul contenuto dei post, l’eliminazione di contenuti non adatti può essere richiesta su richiesta di una parte offesa, che in questo caso sarebbe stata proprio l’esecutivo turco, con il supporto del partito di maggioranza. Dietro questa accondiscendenza a Recep Tayyip Erdoğan ci sarebbe la volontà di ingraziarsi le autorità al fine di avere una via preferenziale per la raccolta pubblicitaria e per una sede dell’azienda nel Paese.

Altro punto affrontato nel comunicato è il legame non casuale tra questo attacco indiretto per via informatica e il rinnovato atteggiamento repressivo dello Stato turco nei confronti dei curdi. In Turchia, negli altri Paesi abitati da curdi e persino nella diaspora la linea dura di Erdoğan non sembra cambiata, e gli strumenti di pressione si sono anzi affinati dopo l’esperienza del governo contro il movimento #OccupyGezi. Le speranze di distensione che sembravano prefigurare sia i segnali mandati inizialmente da Ankara che l’ultimo discorso del Newroz del leader del PKK Ocalan sembrano definitivamente tramontate. Censure e arresti indiscriminati si sono fermati, in realtà, solo per un brevissimo periodo.

A ciò si somma ora il comportamento della società di Zuckerberg, evidentemente più sensibile agli interessi economici e alla ragion di Stato che all’autodeterminazione dei popoli. Come se l’azienda di Palo Alto fosse soggetta alla severissima e discriminatoria legislazione turca, che di fatto censura  la stampa e le minoranze, e ad esempio proibisce l’uso del curdo e la pronuncia di parole come “curdi”, Kurdistan o qualsiasi riferimento a Öcalan.

Nella speranza che la diffusione di questo articolo sul popolare social network non venga anch’essa bloccata, a quando l’obbligo su Facebook di utilizzare esclusivamente il termine ”turchi delle montagne“?

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