Se la Banca d’Italia vuole distruggere le banche cooperative e popolari

Ricordiamocelo ogni tanto: la famosa crisi di cui sentiamo parlare tutti i giorni e che sta giustificando in Europa i peggiori stravolgimenti degli Stati di diritto, della democrazia, della sovranità, delle Costituzioni, non è una calamità naturale. Ha dei responsabili con nomi e cognomi, come tentiamo di ripetere spesso su questo giornale.
Si tratta del risultato di anni di accondiscendenza (e persino incoraggiamento) degli Stati alla speculazione finanziaria. I grandi gruppi d’interesse, le grosse società e i grossi istituti di credito hanno potuto liberamente “giocare” con i soldi di lavoratori e risparmiatori europei, arrivando a prendere potere nelle istituzioni e a soggiogarle alle loro decisioni. L’Italia è esemplare sotto questo punto di vista: il governo Monti e quello in carica (Letta-Alfano-Napolitano) hanno avuto e hanno anche esponenti del mondo finanziario tra i loro membri. Il ministro dell’Economia Saccomanni era fino a pochi mesi fa il direttore generale della Banca d’Italia: l’istituto che stampava la moneta nazionale ma che da diverso tempo è diventato interamente privato (è controllato dalle principali banche private).

Anche nel resto d’Europa è così: le banche centrali sono l’espressione delle principali banche private dei vari Paesi. Il problema è che hanno delle funzioni di controllo sulle attività delle altre banche, e non solo. L’insieme delle banche centrali nazionali dà luogo alla Banca Centrale Europea: l’organismo che, di fatto, detta la politica economico-finanziaria dell’Unione Europea, pur non essendo elettivo e quindi non essendo espressione della volontà dei cittadini europei.

Proprio la BCE, guidata dall’italiano Mario Draghi, sta imponendo drastiche “cure” di tagli ai servizi offerti dagli Stati affinché questi appianino il debito pubblico. Si è fatto scrivere persino nelle Costituzioni degli Stati dell’Eurozona che va data priorità al “pareggio del bilancio” (con il cosiddetto Fiscal Compact). Peccato non si senta spesso dire che gran parte di quel “debito” è stato creato per coprire i buchi creati da banche e società finanziarie, che hanno speculato con i denari raccolti dal risparmio.

Solo una parte del settore bancario non si è lanciata in queste operazioni e di conseguenza non ha avuto necessità di chiedere agli Stati somme ingenti per il proprio salvataggio: perlopiù banche locali, popolari, etiche e cooperative. Si tratta di realtà strettamente legate al territorio, che assolvono pienamente il compito per cui nasce una banca: raccogliere il risparmio e utilizzarlo per prestiti a cittadini e imprese che producono ricchezza, innescando quindi un circolo virtuoso. Non è loro interesse “scommettere” il risparmio in borsa o in investimenti ad alto rischio in cui si possono realizzare in un attimo grandi profitti ma anche enormi perdite.

Questo tipo di istituti di credito costitutiscono un grande patrimonio sociale, umano e culturale. Sono animate e gestite (almeno per statuto: poi non mancano, come dovunque, casi di malaffare e cattive intenzione) da soci, le decisioni vengono prese in maniera democratica e non guardando chi ha la quota più alta. Un po’ in tutto il mondo vengono tutelate in maniera particolare proprio perché fondamentali per il tessuto sociale di un Paese. Danno importanza alla fiducia ed ai rapporti tra le persone, che infatti, per citare solo il dato italiano, affidano loro i propri risparmi nel 40% dei casi.

Il problema, però, è che nella logica dei grandi gruppi privati e di un’economia tutta votata alla finanza, queste realtà danno fastidio. Durante il suo governo Margaret Thatcher, paladina del neoliberismo, addirittura cancellò le banche cooperative dal sistema britannico. Una simile operazione, ma giocata meglio a livello d’immagine, è quella che avrebbe in mente la Banca d’Italia. Il governatore Ignazio Visco (foto) nel suo intervento all’ultima assemblea degli associati dell’Abi (Associazione Bancaria Italiana, che riunisce le più grandi banche private del Paese) è infatti tornato a far pressione sul governo e sul parlamento per una legge che imponga alle banche popolari e cooperative di diventare società per azioni (SpA).

Tale proposta, oltre che palesemente incostituzionale, è sostanzialmente “di portata eversiva”, come commenta Salvatore Bonadonna in un articolo pubblicato su il manifesto alcuni giorni fa. Rappresenta infatti la volontà, da parte dei grandi gruppi bancari e finanziari di accaparrarsi queste realtà virtuose e costringerle a comportarsi come i diktat mainstream della finanza speculativa impongono. L’obbligo di trasformazione in SpA significherebbe privare di senso le banche popolari e cooperative, che funzionano appunto con altre logiche, non con supermanager e grandi azionisti che ne fanno il bello e cattivo tempo. Le renderebbe, inoltre, facilmente “divorabili” dai grandi gruppi una volta entrate nel grande universo della borsa e della competizione internazionale alla speculazione.

Non a caso, la proposta è pienamente in linea con i suggerimenti del Fondo Monetario Internazionale a conclusione della sua visita in Italia, all’inizio di questo mese.

Tale riforma non sarebbe di difficile realizzazione, visti appunto i forti legami che la galassia di Bankitalia ha con i vertici delle nostre istituzioni (dal ministro dell’Economia in su). Si rende perciò necessaria un’informazione su questo genere di intenzioni, che come al solito vengono palesate nell’indifferenza della calura estiva, ed anche una mobilitazione da parte di chi tiene a difendere uno degli ultimi “presidi” di economia e di relazioni non allineate con il vorace e distruttivo sistema tuttora in piedi. Un presidio, quello delle banche locali, popolari e cooperative, che invece andrebbe incentivato (come nel resto del mondo) proprio per uscire dalla crisi, e non continuare su di un percorso che dimostra ogni giorno di più il suo fallimento e la sua natura distruttiva, nei confronti delle persone e dell’ambiente.

 

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