Se “otto” ore vi sembran poche…

Una chiacchierata con il collettivo Clash City Workers autori dell’interessante libro “Dove sono i nostri” edito da La Casa Usher.

Se si parla di lavoro non potevamo far a meno di tirar in ballo il collettivo Clash City Workers, autore del libro che scientificamente, ma anche chiaramente e semplicemente, spiega la composizione della classe oggi, il punto di vista dei lavoratori, dei proletari, di “quella maggioranza che non dispone di rendite o mezzi di produzione, ma che per sopravvivere è costretta a lavorare, ovvero a vendere a qualcuno, in cambio di denaro, il proprio tempo, le proprie energie e le proprie capacità“. Abbiamo raggiunto telefonicamente un’attivista del collettivo, per rileggere cosa sta accadendo oggi, considerando anche l’affermarsi del governo Renzi.

Com’è nato il libro?

 <<Il libro nasce dall’esigenza di andare a vedere, al di là della narrazione e dei racconti, ma anche oltre la percezione soggettiva, che noi ad oggi abbiamo della classe, qual è la composizione del mondo del lavoro in Italia. Quali sono le percentuali degli occupati in Italia, di che cosa si occupano, che tipo di lavoro fanno e quindi sostanzialmente andare a vedere attraverso i dati, non solo osservando attraverso percezioni soggettive individuali (se uno abita in una grande città incontra un certo tipo di lavoratori, chi invece sta nei piccoli centri altri), al fine di valutare com’è composto il lavoro in Italia. La finalità è ovviamente quella di intervenire su questo mondo in un duplice modo. Da una parte fare inchiesta, dall’altra organizzare le lotte. Abbiam cercato di vedere quali sono i settori lavorativi più caldi e quali quelli che potrebbero surriscaldarsi in futuro. Lo scopo del libro non è di tipo speculativo e accademico, ma ha un fine concreto da un punto di vista politico. Riteniamo sia importante perché individuando e comprendendo la composizione di classe in Italia può esser più semplice, almeno si spera, intervenire, coordinare le lotte e cercare di comporre quel tessuto che un po’ si è parcellizzato, soprattutto sul piano politico, ma anche su quello della rappresentanza e sul versante sindacale.

Il libro è così composto: una prima parte metodologica, nella quale noi cerchiamo di individuare la centralità della contraddizione capitale/lavoro, quindi in qualche modo sarebbe la parte in cui cerchiamo di indicare a chi si occupa di politica ed a quelli che si preoccupano di provare a cambiare l’esistente un metodo di lavoro sperimentale, sul quale noi stiamo provando ad interventire. Non offriamo un pacchetto preconfezionato. Quello che però proviamo a dire è che mai come in questo momento in Italia la contraddizione primaria, al di là di tante altre contraddizioni che sono anch’esse certamente fondamentali (penso a quella della casa come a quelle ambientali), secondo noi è quella capitale/lavoro. Cioè sostanzialmente quella che riguarda il processo di maggior precarizzazione del mondo del lavoro e l’ipersfruttamento. Quindi cerchiamo di introdurre questo nella prima parte del libro, perché secondo è la contraddizione con cui dobbiamo necessariamente aver a che fare. Poi nei vari capitoli andiamo a studiare pezzo dopo pezzo la struttura produttiva italiana: nel primo capitolo andiamo a ragionare su un primo “mito”, un primo racconto, secondo noi poco fondato per quanto riguarda la struttura produttiva italiana: quello secondo il quale l’Italia vivrebbe un periodo di fortissima deindustrializzazione. E lo andiamo a vedere, confrontandoci con i dati dell’Istat, utilizzati dall’Unione Europea e prodotti dalla controparte, la borghesia>>.

La vignetta di Hobo

La vignetta di Hobo

 Avete menzionato anche i dati forniti da Intesa San Paolo ..

 <<Intesa San Paolo è uno dei nostri punti di partenza e lo utilizziamo come tale perchè, come dicevo prima, vorremmo superare l’idea della “narrazione” per produrre una fotografia oggettiva della realtà. Intesa San Paolo, in particolare, da questo punto di vista ci ha involontariamente aiutato perché ha fatto un lavoro che noi probabilmente, anzi sicuramente, con le nostre forze non avremmo potuto fare. Il suo “La terzializzazione dell’economia europea: è vera industrializzazione?“, in cui già dal titolo in qualche modo si desume la domanda che per noi è centrale. In questa inchiesta Intesa San Paolo prende i dati in forma disaggregata, quindi sostanzialmente più nello specifico di quanto noi possiamo fare semplicemente leggendo la percentuale degli occupati nei vari settori, li scompone e lo fa non soltanto per quanto riguarda quelli italiani, ma anche per le altre principali economie europee: Francia, Germania, Inghilterra e Italia. È interessante anche come in questo studio ci sia continuamente un paragone con due anni in particolare (vengono messi in relazione due momenti): nello studio del 2007 si fa un confronto con il 1971, ossia gli anni ‘70. Anche noi abbiamo provato a fare questo parallelo, utilizzando dati più recenti di Ocse, Istat, Eurostat, che vanno tra il 1971 e il 2011. In qualche modo abbiamo incrociato vari studi e siamo andati a vedere come era composta la forza lavoro in Italia nel 2011 e come lo era nel 1971. In più diciamo che il 1971 per me è stato un anno importante durante il quale c’è stata un’estrema centralità nel dibattito politico di quello che è il comparto del lavoro legato all’industria: si parla della figura dell’operaio, assoluto protagonista da un punto di vista politico. E noi abbiamo provato a capire se oggi questa figura è sostituita da figure differenti o se invece il panorama è più complesso.

Quello che abbiamo messo a verifica è l’idea per cui il settore dei servizi sarebbe in una fase di assoluta crescita (che poi è la base del mito per cui saremmo in un periodo di deindustrializzazione) e quella per cui si parla – e secondo noi a torto – di economia italiana come ormai votata al terziario. Ebbene abbiamo verificato che questa crescita del terziario è effettiva, ma andando ad analizzare i dati disaggregati, forniti da Intesa San Paolo, constatiamo che in realtà il terziario di cui si parla altro non è che quello dei servizi legati all’impresa. Per cui in qualche modo è vero che c’è uno sviluppo del terziario, ma certamente non nella direzione della Svizzera o del Lussemburgo, bensì strettamente connesso all’industria. Per fare un esempio, le esternalizzazioni di tanti comparti che prima erano annoverati nel numero dei lavoratori dell’industria (per esempio quelli delle pulizie, quelli che si occupavano della logistica, dello spostamento del prodotto non finito, ecc), quando il processo di esternalizzazione non era ancora maturo, parliamo all’inizio degli anni ’70, erano annoverati tra i lavoratori dell’impresa, dell’industria. Oggi diventano lavoratori dei servizi. Lo stesso vale per tanti altri lavoratori che sono strettamente connessi alla produzione materiale: chi si occupa dell’implementazione tecnologica, piuttosto che delle telecomunicazioni. Ciò che andiamo a sostenere nel primo capitolo è che se sono cresciuti dei servizi non sono certo quelli legati al turismo o alla finanza, ma quelli dell’impresa. Ciò secondo noi si combina ad un altro tipo di ragionamento, quello sul quale ci stiamo focalizzando adesso e che riguarda la reinternalizzazione: abbiamo avuto modo di verificare che esiste un tentatativo rilevante di riportare i centri produttivi all’interno dell’Occidente (definizione per altro superata), contrastando un altro mito che è quello per cui tutta la produzione è spostata fuori dagli Stati Uniti d‘America, dall’Europa e in generale dalle economie più avanzate).

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Quello che leggiamo dai dati è esattamente il contrario: è in corso una reinversione del processo e ci troviamo in un momento di forte reinternalizzazione. Tanto per fare un esempio negli Stati Uniti il cavallo di battaglia dell’amministrazione Obama è stato Select USA. Un piano di reindustrializzazione in cui, carta alla mano, si offre ad investitori la possibilità di “riportare un’impresa a casa”. Il discorso proposto è “fate attenzione, è inutile che andiate ad investire in Cina o in India, noi vi offriamo delle condizioni migliori”. Ovviamente queste condizioni migliori sono fondate sullo sfruttamento, per molti aspetti un processo simile a quello che sta producendo il Governo Renzi in Italia e che prima di lui hanno prodotto Enrico Letta e Mario Monti. In particolare quest’ultimo, secondo la filosofia del “tornate a investire nel nostro Paese, a produrre in Occidente perché poi, non vi preoccupate, a tener buoni i lavoratori ci pensiamo noi, ad abbassare la pressione fiscale sull’impresa ci pensiamo noi, poi vi agevoliamo, facciamo in modo che per voi imprenditori ed industriali sia più conveniente tornare a casa ad investire”>>.

Meccanismo simile a quello che ha portato alla tragedia nella miniera di Soma, come avevate spiegato in un vostro lavoro sulla Turchia, da voi definito come “un caso da manuale dell’applicazione delle “riforme” neoliberiste. Manovrese che stanno imponendo e vorrebbero massicciamente imporre anche in Italia. Come si possono rileggere anche le rivolte turche?

 <<Il metodo è stato esattamente lo stesso. Abbiamo visto un fenomeno che era quello delle mobilitazioni legate a Gezi Park. Di fronte a quelle manifestazioni ci siamo interrogati e ci siamo detti “com’è possibile produrre quel livello di conflitto? Com’è stata possibile la diffusione di ciò?” Piuttosto che andarci a soffermare sull’intervista al singolo manifestante, sull’impressione che lui aveva avuto sul comportamento della piazza, abbiamo fatto un passo indietro, abbiamo visto qual è stato il processo di trasformazione della Turchia dal 2001 ad oggi. Nel 2001 avevamo una Turchia devastata dal punto di vista economico: un PIL al 9,4%, un’inflazione che viaggiava quasi al 70% (una cifra astronomica se pensiamo che in Italia in quel momento eravamo al 3% e la media europea si aggirava intorno al 2,5%). In altre parole un Paese in ginocchio. Ma cosa succede in Turchia e perché secondo noi la questione è particolarmente interesante per poi capire la situazione italiana di oggi? Succede che Recep Tayyip Erdoğan (che è diventato poi il simbolo e l’uomo-motore di questo processo di trasformazione) altro non fa che andare a svendere le condizioni presenti, ma anche quelle future, dei lavoratori turchi per attirare investimenti. Tant’è che oggi ci capita molto più spesso di vedere sull’etichette delle magliette “made in turkey”: praticamente dalla compagnia Zara è tutto fatto in Turchia, perché tutto quello che Erdoğan ha fatto è stato prima creare un forte consenso politico, mantenendo contemporaneamente un’impostazione neoliberista e un riferimento all’immaginario dell’Islam. A ciò ha poi accompagnato delle riforme molto concrete, aggressive ed impopolari, per cui alla fine degli anni 2000 è riuscito a rispettare punto dopo punto il programma imposto dal Fondo Monetario Internazionale. In particolare quello che lui è andato a disciplinare è stata tutta la normativa in materia di impresa: riforma del mercato del lavoro, liberalizzazione e privatizzazione di tutta una serie di settori. Questi sono due dei punti più importanti dei primi anni 2000. Vediamo il collegamento con quanto successo a Soma: per quanto possa sembrare un volo pindarico, se si vanno ad analizzare gli appelli dei sindacati che nel dopo tragedia hanno indetto le manifestazioni molto partecipate, le responsabilità sono chiare: il problema è stato il processo di privatizzazione, ma anche l’accelerazione dei tempi di estrazione. Non dimenticando tutto il sistema di corruzione per cui, pur di agevolare queste imprese private, in questo caso proprio la miniera di Soma, non si facevano controlli, non ci si occupava minimamente né delle condizioni dei lavoratori, né tantomento della loro sicurezza. Ciò che dobbiamo dire su Soma è che non si tratta di omicidi bianchi, di morti bianche come le chiamiamo in Italia: il conto dei morti è una sorta di effetto collaterale, è una cosa contenuta nel calcolo, è una cosa che “ci sta”. In un conto che è solo di carattere economico. In questo senso il collegamento tra le riforme di Erdoğan e quello che è accaduto è abbastanza stretto, perché la deregolamentazione generale del mercato del lavoro sul piano della riforma contrattuale e sul piano della sicurezza ha una ricaduta molto concreta sulla vita dei lavoratori. In Turchia poi l’altro processo che è stato assolutamente portato avanti da Erdoğan è quello della riduzione all’impotenza del sindacato, per cui senza neanche troppo pudore, nella stessa propaganda che il governo turco ha fatto per attrarre investimenti, si è parlato anche dell’assenza di problemi dal punto di vista sindacale, promettendo che non ci dovrebbe mai essere una grande contrapposizione con i lavoratori. Questo perlomeno è quello che lui auspica. La cosa inquietante è che evidentemente sul piano degli investimenti questo meccanismo ha funzionato, perché l’economia turca è cresciuta. Quello che noi immaginiamo per l’Italia è che se questo processo non viene ostacolato o invertito succederà qualcosa di simile. Su cosa si va a giocare l’ipotetica uscita dalla crisi dell’Italia? Solo su questo? Sul peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori italiani? E in ciò il piano Marchionne ha a mio avviso la pietra miliare, anzi se volessimoo utilizzare termini forse poco consoni a questa classe, Marchionne è stato avanguardia della borghesia mondiale, visto che ciò su cui ha puntato è stato lo sfruttamento dei lavoratori. È stato colui che ha affermato: “Basta sindacato, al tavolo si siede solo chi firma. Basta scioperi per ciò che attiene alla democrazia in fabbrica ed alle modalità del lavoro, quello di cui possiamo parlare è solo esclusivamente la questione salariale. Ossia ci può essere una variazione sul piano salariale: potete guadagnare un po’ di più o un po’ di meno, ma in sostanza tutto il resto della vostra vita, come la possibilità di essere rappresentati sindacalmente, lo decido io”. E in questo quadro sia il tour mondiale di Monti, sia il Jobs Act di Renzi, sia anche l’accordo sulla rappresentanza del maggio scorso, sono assolutamente in linea. Il cerchio che si chiude: sempre meno democrazia sul posto di lavoro, sempre più sfruttamento. In questo senso quella che offre la crisi non è tanto una prospettiva di desertificazione del tessuto produttivo italiano, teoria per cui si dice spesso: siamo destinati ad esser sempre più disoccupati ed a non avere più lavoro. Piuttosto il futuro e l’intervento politico sulla crisi sembrano rivolti al maggior sfruttamento, unito naturalmente a condizioni sempre peggiori per la rappresentanza sindacale e la democrazia nel posto di lavoro.

 Quindi arriviamo al Jobs Act di Renzi: cosa sta succedendo?

 <<Secondo noi l’operazione di Renzi è votata a questo tipo di obiettivo: da un lato quello di aumentare ulteriormente la precarietà, dall’altro quello di abbassare i salari. Per far ciò Renzi mette in atto un meccanismo piuttosto furbo: il Jobs Act inizialmente sembrava (o perlomeno se ne parlava così) una riforma complessiva sul mercato e sul mondo del lavoro. Invece Renzi lo ha “spacchettato” in tanti decreti legge: adesso è stata approvata la prima parte D.L. 114. Ciò ha permesso di colpire di volta in volta settori diversi da un punto di vista generazionale e da un punto di vista economico. Per esempio, la prima grande questione della flessibilità in entrata secondo noi è strettamente legata agli 80 euro. Mi spiego meglio: tende a precarizzare il lavoro perché non c’è l’obbligo di assunzione e si allunga il periodo dell’apprendistato. Ciò rappresenta una “mazzata” ai giovani e a chi entra nel mondo del lavoro. Noi pensiamo anche alla questione del tirocinio obbligatorio. La proposta di Renzi, ai fini del curriculum, è di rendere obbligatorio una sorta di nuovo servizio civile, di cui ha parlato molto nell’ultimo periodo>>.

 Quella che lo stesso Renzi ha chiamato la “leva per la difesa della patria”

 <<Si, dialetticamente è anche tutto sommato bravo: lo propone come sacrificio per la nazione, dicendo:”Noi non impariamo nei banchi di scuola”, come sempre ponendosi come uomo del fare. “Che stiamo a fare un anno in più a scuola? Facciamo piuttosto questo tirocinio che ci insegna cose concrete”. Ora sappiamo tutti benissimo. È lavoro non retribuito, ma lui te lo propone in questi termini. Questo, la precarizzazione in ingresso, il prolungamento degli anni di precariato, sono tutti elementi per cui si capisce come Renzi attacchi i giovani con il leit motiv:”Meglio fare un lavoro sottopagato o un lavoro anche non retribuito, come il tirocinio obbligatorio, piuttosto che non fare niente. Intanto ti inserisci nel mondo del lavoro, impari a fare delle cose, poi sicuramente troverai un posto migliore”. In realtà questa precarizzazione non sembra aver a che fare soltanto con i giovani, perché bisogna affiancarci una precarizzazione anche in uscita dal mondo del lavoro: Renzi è stato il primo ad affermare l’inutilità dell’articolo 18. E prospetta possibilità di licenziamento molto più facili. Ciò che accade è che anche a 50 anni puoi ritrovarti con quelle condizioni di flessibilità dell’entrata nel mondo del lavoro, che nei racconti del premier sembrerebbero riguardare soltanto dei diciottenni neodiplomati. L’idea è quella di una precarizzazione totale che però mediaticamente riesce a tenere molto bene, grazie al contentino degli 80 euro. A chi vanno? Non vanno ai disoccupati e neanche ai pensionati. Servono a compensare una determinata base sociale, ma soprattutto servono alla strategia mediatica più complessiva. Io credo che si possa ancora parlare poco di dove andrà a parare il Jobs Act, perché c’è ancora molto da vedere in questo processo di precarizzazione ed ipersfruttamento. Secondo me siamo solo agli inizi e Renzi sembra aver messo il piede sull’acceleratore anche rispetto ai precedenti governi Letta e Monti: non si taglia più qua e là, ma si fa una riforma strutturale che riguarda la precarizzazione, il lavoro a termine, l’uscita e soprattutto gli ammortizzatori sociali. Infatti, come già annunciato, la riforma della cassa integrazione e l’abolizione della stessa cassa integrazione sembrano essere nell’orizzonte delineato da Renzi>>.

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 Per approfondire:

 La terziarizzazione dell’economia europea: è vera deindustrializzazione? www.group.intesasanpaolo.com/scriptIsir0/si09/contentData/view/wp_luglio2007.pdf?id=CNT-04-000000001D5EF&ct=application/pdf

 SelectUSA:

http://selectusa.commerce.gov/

 Sindacalismo sociale. Appunti per una discussione

www.dinamopress.it/news/sindacalismo-sociale-appunti-per-una-discussione

 Chi è colpevole del massacro di Soma in Turchia? Cronaca di una morte annunciata www.clashcityworkers.org/internazionale/1430-chi-e-colpevole-del-massacro-soma-turchia-cronaca-morte-annunciata.html

 Turchia, strage di minatori: omicidio, non incidente

http://firstlinepress.org/turchia-strage-di-minatori-non-incidente-omicidio/

 Cosa sta succedendo in Turchia e cosa c’entra con noi. Un’analisi e alcune considerazioni www.clashcityworkers.org/documenti/analisi/1007-cosa-sta-succedendo-in-turchia-e-cosa-centra-con-noi.html

 Guerra preventiva” al conflitto. Un’analisi dell’accordo sulla rappresentanza del 31 maggio www.clashcityworkers.org/documenti/analisi/1050-analisi-accordo-rappresentanza-31-maggio-guerra-preventiva-al-conflitto.html

Dal precariato al volontariato. Sulla riforma del terzo settore www.clashcityworkers.org/documenti/commenti/1428-dal-precariato-al-volontariato-riforma-terzo-settore.html

[Pomigliano] Per ricordare Maria, continuare la lotta! www.clashcityworkers.org/documenti/articoli/1443-pomigliano-ricordare-maria-continuare-lotta.html

Faq: JobsAct istruzioni per l’uso!

www.indipendenti.eu/blog/?p=30834

Today we resist’: celebrating Gezi one year later

http://roarmag.org/2014/05/today-we-resist-celebrating-gezi-one-year-later/

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