Shirin Ebadi: ritratto di una donna e della sua lotta per i diritti umani

Annalisa Marroni

Mercoledì scorso, come vi avevamo anticipato, Shirin Ebadi ha tenuto una lectio magistralis presso la Luiss School of Government. Si è parlato di islam, diritti umani, empowerment femminile e, ovviamente, del regime iraniano. FirstLinePress era presente per raccontarvi l’incontro con una donna forte che ha fatto della sua vita un esempio vivente di lotta alle discriminazioni. Shirin Ebadi ha iniziato la sua carriera come giudice (uno dei primi giudici donna del mondo musulmano) poi, in seguito alla rivoluzione iraniana del 1979, non potendo più esercitare il suo mestiere ha iniziato a lavorare come avvocato. In questa nuova veste ha difeso i diritti dei più deboli, mettendo al servizio dei casi più difficili la sua profonda conoscenza della shari’a e ottenendo nel 2003 il premio Nobel per la Pace. Una donna esemplare che si è impegnata in prima persona a favore della giustizia e ha avuto il coraggio di non cedere di fronte alle minacce del regime iraniano.

La lectio magistralis è iniziata con un incipit provocatorio. La Ebadi, infatti, è partita dalla constatazione che nella maggioranza dei paesi islamici i diritti delle donne vengono sistematicamente violati. Questa condizione non è limitata solo a quei paesi governati da regimi dittatoriali, ma caratterizza anche i paesi in cui i dittatori sono stati cacciati. La spiegazione di questo stato delle cose non è attribuibile all’islam in quanto tale, poiché l’islam è solo una religione che, come il cristianesimo, si presta a varie interpretazioni.

L’Iran e l’Arabia Saudita giustificano il loro comportamento affermando che i loro regimi si fondano sull’islam e non sul popolo: per questo motivo essi sono tenuti ad applicare la shari’a a discapito di quelli che sono i diritti dei loro popoli. Questi regimi, inoltre, tacciano il concetto di diritti umani come occidentale, alimentando anch’essi la teoria dello scontro tra le culture (la stessa teoria che negli Stati Uniti ha avallato e giustificato le guerre in Afghanistan e in Iraq). Ma se è l’islam che costringe i governi ad adottare alcuni provvedimenti piuttosto che altri, com’è possibile che in Iran, per esempio, la shari’a impedisce alle donne di esercitare la professione di giudice, mentre in altri paesi musulmani come il Bangladesh e il Pakistan le donne possono fare carriera e ottenere posizioni importanti (anche come giudici)?

L’interpretazione dell’islam come una religione che relega la donna ad un gradino più basso della scala sociale trae la sua origine nella cultura patriarcale, una cultura arcaica fondata sulla disuguaglianza che nella sfera pubblica nuoce tanto agli uomini quanto alle donne, poiché ostacola lo sviluppo della democrazia. Se si guardano i paesi musulmani in cui la situazione della donna è migliore, si vedrà come anche gli istituti della democrazia versano in condizioni migliori. Nessuna società, infatti, può definirsi democratica se non concede i diritti alle donne per via del loro essere donne.

La Ebadi ha sottolineato che l’unico modo per impedire ai governi di strumentalizzare la religione a loro favore è la separazione dei poteri: il secolarismo, cioè l’esistenza di un governo laico è infatti la conditio sine qua non si può realizzare la democrazia. Anche nei contesti più democratici, come la Tunisia e l’Egitto, la gente ha votato liberamente i partiti islamici, così come nel 1979 il popolo iraniano ha legittimato il regime islamico tramite un voto referendario. E’ necessario, però, che la religione sia interpretata in accordo con il rispetto dei diritti umani in quanto i cittadini musulmani non vogliono che i loro governanti sfruttino questo sentimento religioso per i loro obiettivi. Abbiamo visto come in Egitto, una volta cacciato Mubarak, la democrazia non è arrivata automaticamente, ma i regimi che sono adesso al potere stanno ancora una volta cercando di combattere la democrazia. Per fortuna le donne e la società civile sanno difendersi da queste ingerenze: in Egitto, infatti, il popolo si sta ribellando al presidente Morsi (vedi gli interessanti reportage dall’Egitto del nostro Lorenzo Giroffi qui e qui).

Anche in Iran il popolo è estremamente arrabbiato con il regime: all’epoca della rivoluzione la gente era scesa in piazza per cacciare lo shah e rivendicare la libertà politica. Adesso, però, con il regime iraniano la gente ha perso, in nome della religione, anche la libertà individuale senza nemmeno riuscire ad ottenere quella politica.

Un esempio del ruolo che le donne e la società civile possono svolgere anche in Paesi illibertari come l’Iran è quello tratto dalla modifica della legge sulla custodia dei bambini. La legge approvata dopo la rivoluzione, infatti, prevedeva che i bambini fino all’età di due anni e le bambine fino all’età di sei anni fossero affidate alla madre. Dopo quell’età passavano in custodia al padre. Numerose erano state le proteste contro questa legge, considerata profondamente ingiusta, ma le autorità dicevano che non si poteva fare nulla per cambiarla in quanto era ciò che prevedeva la shari’a. In seguito, però, le proteste delle donne (estremamente contrarie al regime) hanno sortito il loro effetto. Quando la Ebadi è stata insignita del premio Nobel più di un milione di persone si sono recate ad accoglierla all’aeroporto: era il segnale che le donne volevano un cambiamento. Allora le autorità hanno capito che qualcosa doveva cambiare e qualche mese dopo hanno modificato la legge di affidamento che ora prevede che il bambino resti con la madre fino all’età di 7 anni e, una volta raggiunto il limite d’età, sia il tribunale a decidere caso per caso. Si tratta di una piccola vittoria e il cammino da fare è ancora molto lungo prima di raggiungere una parità di diritti tra uomo e donna. Questo episodio costituisce, però, l’esempio concreto del fatto che la pressione popolare può costringere le autorità musulmane a realizzare dei cambiamenti.

L’unico modo per portare la democrazia nei paesi islamici, infatti, non è attraverso le bombe a grappolo, ma attraverso le mani delle donne che, con la loro resistenza e la consapevolezza dei loro diritti riusciranno in un giorno non lontano a costruire un mondo migliore.

 

Dopo aver scaldato la platea e aver comunicato parole di speranza in merito al futuro delle donne nei paesi islamici, l’argomento della discussione si è spostato sull’Iran. “Le elezioni in Iran non sono mai state libere” ha esordito Shirin Ebadi “basti pensare che il Consiglio dei Guardiani deve decidere in merito all’eleggibilità dei candidati: 6 membri di questo consiglio sono direttamente nominate dal leader supremo, altre 6 invece sono nominate dal leader supremo in maniera indiretta. Nelle ultime elezioni la gente ha scelto di votare per il candidato meno peggio, ma il risultato elettorale è stato falsificato: Moussavi e  Karroubi si trovano ancora in carcere per aver denunciato i brogli elettorali.” A giugno si terranno le prossime elezioni presidenziali, mentre i due leader dell’opposizione si trovano ancora in prigione senza aver ricevuto un giusto processo e senza che la loro posizione sia stata definita di fronte ad un tribunale. Alle prossime elezioni la stragrande maggioranza degli iraniani non si recherà alle urne per protesta. La stessa Ebadi, infatti, ha deciso di non andare a votare per sottrarsi al teatrino democratico messo in scena dal regime iraniano.

Ultimamente il regime iraniano ha fatto parlare ancora di sé per quella che è stata definita “la creazione di una rete internet halal controllata dal governo”. Ai tempi delle proteste del movimento verde nel 2009, quando gli iraniani protestavano il regime sospendeva l’uso di internet per evitare che le informazioni circolassero al di fuori del paese. Questa tecnica, però, andava a svantaggio anche del regime, in quanto anche le istituzioni perdevano il contatto con l’esterno. Per questo motivo, il regime iraniano sta sviluppando una rete internet halal che permetterà di rallentare la velocità di internet senza costringere il regime a non utilizzarlo. Reporter Senza Frontiere ha definito questa nuova iniziativa come una “discriminazione digitale”. Per evitare che l’Iran possa procedere indisturbato a mettere in atto questa nuova misura l‘Europa potrebbe mettere in atto delle sanzioni politiche, come ad esempio sanzionare i satelliti che permettono queste trasmissioni in modo tale che il microfono della propaganda si spegnerebbe senza danneggiare il popolo come fanno, invece, le sanzioni economiche.

A conclusione della lectio magistralis, Shirin Ebadi ha commosso la platea parlando della sua vita personale: “ Vivevo in Iran e non avrei mai pensato di lasciare il mio Paese. Quando mi trovavo a Londra la polizia di Teheran ha fatto irruzione nel mio appartamento in Iran e ha arrestato mia sorella e mio marito. Volevano costringermi a non parlare visto che, da quando mi trovavo all’estero, andavo regolarmente alle Nazioni Unite per denunciare la situazione dei diritti umani nel mio Paese. Mio marito è stato torturato e costretto a comparire in televisione per testimoniare contro se stesso e contro di me. Attualmente sono liberi su cauzione, ma non possono spostarsi o viaggiare all’estero: sono ostaggi del regime iraniano. La condizione che mi avevano posto per la loro liberazione era smettere la mia attività. Gli ho risposto dicendo che amavo la mia famiglia, ma ancora di più la giustizia. In seguito il regime ha cercato di perseguirmi con un mandato d’arresto per presunta evasione fiscale: hanno confiscato i miei beni e i miei conti bancari e mi hanno ricattata ancora una volta. Ancora una volta non ho ceduto e gli ho risposto dicendo che tenevo ai miei beni, ma l’unica cosa che ha importanza nella mia vita è la giustizia. Hanno svenduto le mie proprietà e per voce di mio marito continuano ad intimidirmi, ma io non mi fermerò: la morte prima o poi attende tutte le persone, non voglio accontentare il mio nemico per paura di morire.

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