Si chiama “NO”, ma colpisce per quello che propone

Domenico Musella @nico_musella

No – I giorni dell’arcobaleno è un film del regista cileno Pablo Larraín in questi giorni nelle sale italiane. L’ultimo della particolare trilogia sulla dittatura in Cile cominciata con Tony Manero e proseguita con Post Mortem.Tratto da una pièce inedita di Antonio Skármeta (lo stesso autore de Il postino di Neruda portato sul grande schermo con Massimo Troisi), Il plebiscito, in parte sfociata nel romanzo I giorni dell’arcobaleno (Los días del arcoíris, 2011), il film ci fa fare un salto nella Santiago del Cile del 1988. Costretto da pressioni internazionali, dopo 16 anni di dittatura il generale Augusto Pinochet convocò in quell’anno, in attuazione di alcune disposizioni della Costituzione del 1980, un referendum che avrebbe chiesto ai cileni se prolungare per altri otto anni il regime militare con Pinochet a capo della Repubblica oppure rifiutarlo e indire elezioni democratiche.

Grazie alle intuizioni di un giovane pubblicitario di ritorno dall’esilio, la campagna di spot televivi dell’opposizione portò il NO alla vittoria lasciando la dittatura nei libri di Storia e facendo iniziare dal 1989 la transición democratica. La scelta vincente fu non puntare solo sulla denuncia dei crimini e delle violenze commesse dal regime, ma lanciare soprattutto immagini positive di quale sarebbe potuto essere il futuro di un Cile senza un uomo solo al comando. Guardando avanti, più che indietro.

 

Uno degli spot originali della campagna del NO, presente anche nel film

Sta proprio nella dicotomia affermativo/negativo, construens/destruens e nel preferire paradossalmente un messaggio che dice SÌ pur affermando “NO” la chiave del film. La svolta è: costruire un’immagine chiara e positiva di ciò a cui si ambisce, per avere la forza di lottare e cambiare. Un forte messaggio politico e di vita, dietro una campagna pubblicitaria che a prima vista ci sembrerebbe tutt’altro, una deriva ingenua verso uno stile consumista…

Oltre ai documenti audiovisivi originali (che il protagonista René Saavedra introduce sempre premettendo che: «Quello che vedrete è in linea con l’attuale contesto sociale»), anche le luci e le immagini del film sono molto anni ’80, in una confusione tra le due epoche molto ben riuscita, per intenzione esplicita del regista che ha girato su un supporto di quegli anni.

Al di là del bel racconto del film da parte di Saviano (sul quale sono generalmente molto critico, ma stavolta per me ci ha visto giusto) in una puntata di Servizio Pubblico e della nomination agli ultimi Oscar come miglior pellicola straniera, questo film mi ha convinto a tal punto da sentire la necessità, ogni tanto, di diventare un po’ un cileno degli anni ’80, affermando (con lo sguardo tra l’attonito e il preoccupato di chi mi circonda): «Italia, l’allegria sta arrivando!».

La differenza la fa il piano immaginativo, un progetto di società su basi nuove, che diano felicità. Esattamente quello che manca alla sinistra ed alle forze del cambiamento oggi: frantumate, egoiste e con lo sguardo rivolto verso il passato.

Un ottimismo che, attenzione!, non è l’ottimismo cui invitano Berlusconi e soci. Non è neanche quello di Mike Bongiorno che ha fatto la fortuna del modello televisivo commerciale all’epoca delle vacche grasse. C’è chi dice (con un fondo di verità) che il pessimista è un ottimista ben informato, lo so, ma credo fermamente che delle immagini positive producano azioni positive. Per questo servirebbe una direzione di cambiamento allegra.

Certo, va detto che dopo la dittatura i governi della cosiddetta Concertazione non hanno rappresentato in Cile una rivoluzione, nel senso di un capovolgimento del neoliberismo o di un cambiamento radicale. Chiedetelo a Camila Vallejo e alle migliaia di studenti, lavoratori ed ecologisti in questo momento in lotta contro il governo di centrodestra di Santiago e che chiedono a gran voce qualcosa di diverso. È a loro che, in un incontro, il protagonista di No Gael García Bernal ha “dedicato” la pellicola e mai come in questo momento ricordare quell’esperienza è utile, ai cileni e a tutti noi.

La varietà delle forze democratiche, che andava dai cristianodemocratici ai comunisti agli umanisti, pur non avendo cambiato alla base i meccanismi dell’economia e della politica, ha comunque permesso, grazie ad un’unità mai vista prima, di superare un periodo nefasto come quello del regime di Pinochet senza traumi violenti e stragi ulteriori a quelle della dittatura stessa. Un’unità che, ritornando alle vicende di casa nostra, fa pensare molto alla grande mobilitazione popolare per un altro referendum, quello del 2011 per l’acqua pubblica e contro il nucleare. Quel clima, ironico, allegro e positivo, sembra oggi lontano non due anni ma due ere geologiche, ed in molti premono per vanificare le conquiste che da quel momento sono derivate. Vedere un film come questo (in basso, il trailer) può essere utile per recuperare quelle energie e rimetterle in circolo per superare questo momento di stallo. Vamos (a decir que No)!

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