Siria, l’economia di guerra… che foraggia la guerra

Come si è trasformata l’economia in Siria, Paese in conflitto da oltre tre anni? Scopriamo la riconversione verso un’economia di guerra grazie ad un rapporto da poco pubblicato

Circa 140 mila vittime su una popolazione di 23 milioni, la cui metà vive ora sotto la soglia di povertà, intere città distrutte, le infrastrutture rase al suolo o rese inutilizzabili. Eppure, la guerra in Siria non accenna a finire.

E, soprattutto, l’economia siriana non si è fermata, ma piuttosto si è trasformata in una sorta di volano propulsore di un circolo vizioso che, decomponendo le strutture produttive tradizionali del paese, si concentra nello sfruttamento delle risorse locali al fine di perpetuare lo stato di guerra presente.

Questa la lettura che emerge dal rapporto Syria’s War Economy, scritto da Jihad Yazigi e pubblicato dal think tank European Council on Foreign Relations.

Yazigi, fondatore e redattore del bollettino online The Syria Report, spiega come la frammentazione del territorio siriano, controllato in parte dal governo, in parte da differenti gruppi armati, abbia determinato la nascita di nuove forme di economia basate sul conflitto e abbia causato un’analoga partizione del tessuto economico del Paese.

Se Damasco sembra controllare ancora quasi tutte le maggiori città, così come la fascia costiera e il governatorato di Suweida nel sud, gruppi armati curdi manterrebbero il controllo di parte della regione nordorientale, attorno alla città di Qamishli, e di alcune zone nell’area di Aleppo, mentre il resto del paese sarebbe controllato da diversi gruppi antigovernativi. Nel nord del paese, l’importazione di beni per la popolazione – carburanti, cibo – avverrebbe tramite la Turchia, che a sua volta starebbe importando il petrolio estratto dai gruppi ribelli e i prodotti agricoli della zona.

La perdita del controllo sulle regioni settentrionali, ricche di petrolio, di grano e di risorse idriche, avrebbe colpito sensibilmente il governo, il quale, spiega Yazigi, starebbe tentando di riorganizzare l’economia del paese su altre assi produttive e commerciali, localizzate nelle zone sotto il suo controllo. Come a Tartous, sulla costa, dove è stata recentemente iniziata la costruzione di un aeroporto civile, di alcune facoltà universitarie, di un impianto di smaltimento dei rifiuti; o come a Latakia, dove è stata ampliata una zona di libero scambio preesistente per attrarre maggiori investimenti.

Nel Paese, tuttavia, si stanno delineando fenomeni quasi grotteschi, per cui alla contrapposizione bellica tra le parti si affianca, in alcuni casi, una sorta di collaborazione a livello economico-commerciale.

Ad Aleppo, per esempio, gli islamisti che controllano la zona avrebbero minacciato di interrompere i flussi di acqua verso le aree limitrofe controllate dal governo se quest’ultimo non avesse interrotto i tagli all’erogazione di energia elettrica: da questa situazione sul campo sarebbe nata una sorta di accordo “acqua per elettricità” tra i militanti della Sharia Authority che controlla alcune zone dell’area e il governo stesso.

Inoltre, nell’aprile 2013 il gruppo islamista Jabhat al-Nusra, dopo aver occupato alcuni pozzi petroliferi nell’area orientale di Deir-ez-Zor, avrebbe concluso un vero e proprio accordo con Damasco per la fornitura di petrolio al governo.

Queste dinamiche, finora trascurate dai media principali, si rivelano in realtà fondamentali per capire un importante meccanismo di mantenimento dello stato di guerra nel paese.

Yazigi infatti spiega come la relativa autonomia acquisita da gruppi o individui locali stia creando nuovi interessi forti e centri di potere che difficilmente accetteranno di ritornare sotto l’autorità di Damasco. E proprio per evitare ciò, questi si stanno servendo delle risorse naturali, come petrolio e acqua, così come delle aree strategiche di confine o portuali di cui siano riusciti a ottenere il controllo, per trovare i fondi necessari per continuare la resistenza.

Tanto che, racconta Yazigi, diversi gruppi ribelli avrebbero messo da parte l’attività bellica per dedicarsi soltanto ai nuovi business emersi con la guerra.

Una visione, questa, che spiegherebbe il passaggio delle azioni belliche nelle mani dei gruppi islamisti radicali, come ISIS o la stessa Jabhat al-Nusra, che sembrano attualmente le forze principali attive contro il governo.

Giovanni Andriolo

Osservatorio: "Il Grande Gioco: Nord-Africa e Asia Centro-Occidentale". Dal Marocco all'Afghanistan, passando per Iran e Penisola Araba: è questo il terreno in cui si sta combattendo la guerra poco religiosa nel cuore del mondo islamico. La posta in gioco? Egemonia regionale e controllo delle risorse energetiche. Un grande Risiko nella regione cuscinetto tra tre Continenti che coinvolge, più o meno ufficialmente, tutte le maggiori potenze del mondo.
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