Siria: i piani israeliani per contrastare gli Islamisti anti-Assad

Israele, Stati Uniti e Giordania starebbero addestrando e armando le milizie siriane secolari che si oppongono al Presidente Assad affinché contrastino con la forza le milizie islamiste che operano nel suolo siriano… proprio contro lo stesso Assad.

 

Il tutto, con la finalità di creare due zone cuscinetto a protezione dei confini israeliano e giordano con la Siria.

Dà la notizia il sito di intelligence israeliano debkafile, spiegando come proprio la crescita esponenziale dei gruppi islamisti radicali presenti in Siria abbia spinto il Governo israeliano a riconsiderare la sua posizione riguardo alla guerra siriana. Infatti, i miliziani islamisti in territorio siriano sarebbero cresciuti, secondo l’intelligence israeliana, dai duemila di due anni fa ai trentamila di oggi.

Un vero e proprio esercito, che si presenta tuttavia in modo non uniforme, bensì come una galassia di piccoli e grandi gruppi, tra cui se ne distinguono quattro: Jabhat al-Nusra, uno dei più importanti movimenti islamisti siriani; Lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, che, come suggerisce il nome, opererebbe come costola siriana del movimento già attivo in Iraq; Ahrar al-Sham, movimento che guida il Fronte islamista nato recentemente dalla fusione di sette gruppi anti-Assad già operativi in Siria; infine, Jaish al-Islam (l’Esercito dell’Islam), forza ribelle siriana presente nell’area di Damasco nata dalla fusione di circa cinquanta raggruppamenti minori.

È chiaro che qualora uno o più di questi gruppi riuscissero ad impadronirsi del paese, ciò costituirebbe un pericolo non indifferente per lo Stato ebraico, ma anche per la Giordania, con il cui Governo i movimenti islamisti hanno diversi conti in sospeso.

Da queste considerazioni, il progetto statunitense, israeliano e giordano di opporre ad un tale pericolo non tanto le proprie forze armate, quanto piuttosto gli stessi miliziani anti-governativi siriani. Una soluzione ideale per i tre paesi, che non comporta alcuna presenza di truppe sul campo di battaglia, che limita gli esborsi di denaro pubblico ed evita ai governi complicate acrobazie propagandistiche per far accettare l’intervento alle rispettive opinioni pubbliche.

Sempre secondo debkafile, i ribelli siriani starebbero già ricevendo armi e formazione da parte di Stati Uniti e Giordania, così come assistenza medica, logistica e di spionaggio da parte israeliana.

Il piano dei tre paesi prevede che le milizie da loro supportate prendano il controllo di due aree nel Sud della Siria: una incastrata tra i confini con Giordania e Israele, l’altra lungo il bollente confine siro-israeliano delle Alture del Golan. Una volta create, queste due zone cuscinetto avrebbero la funzione di sigillare i confini dall’avanzata delle varie milizie islamiste presenti nel Paese. Il tutto, senza il dispiegamento di un solo soldato straniero.

Un progetto ambizioso, che sembra già in attività: è di aprile scorso il dispiegamento di 15 mila soldati delle forze speciali statunitensi nella base aerea King Hussein presso Mafraq, in Giordania. Lì, le truppe a stelle a strisce avrebbero convertito parte della base in una struttura dove gli istruttori militari possano formare i combattenti ribelli siriani, prima di rispedirli a combattere in Siria equipaggiati con armi fornite da Washington.

Si tratta, in fin dei conti, di una vera e propria guerra per procura in cui i miliziani siriani si dovrebbero fare carico non soltanto di parare l’espansione degli Islamisti, ma anche di perseguire il rovesciamento dell’attuale Governo siriano. Entrambi compiti resi tutt’altro che facili della ragnatela di interessi a livello mondiale aggrovigliati attorno alla crisi siriana: nel caso degli Islamisti, il supporto che viene loro da parte di al Qaeda e da alcuni Paesi del Golfo; nel caso invece di Assad, dalla vicinanza di quest’ultimo ad altrettante potenze regionali, quali l’Iran, così come l’insofferenza russa e cinese ad un intervento statunitense in Siria.

Un gioco, forse, troppo impegnativo per i soli ribelli siriani.

 

Giovanni Andriolo

Osservatorio: "Il Grande Gioco: Nord-Africa e Asia Centro-Occidentale". Dal Marocco all'Afghanistan, passando per Iran e Penisola Araba: è questo il terreno in cui si sta combattendo la guerra poco religiosa nel cuore del mondo islamico. La posta in gioco? Egemonia regionale e controllo delle risorse energetiche. Un grande Risiko nella regione cuscinetto tra tre Continenti che coinvolge, più o meno ufficialmente, tutte le maggiori potenze del mondo.
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