Una storia sbagliata

Nonostante i giorni passino, gli echi della nottataccia dell’Olimpico sono lontani dal placarsi.

D’altronde non potrebbe essere altrimenti, per quella che, con ogni probabilità, diventerà una di quelle serate che entreranno a pieno diritto nella storia della cronaca nera del nostro paese.

Al di là delle ripercussioni che questa avrà sulle sorti del movimento ultras italiano per il quale, potrebbe anche profilarsi una sorta di canto del cigno in attesa del nuovo ed inevitabile giro di vite repressivo; la finale di Coppa Italia ha regalato molteplici spunti di riflessione e, soprattutto interrogativi che col passare del tempo piuttosto che diradarsi aumentano.

In fin dai conti, analizzando la vicenda senza lasciarsi travolgere dal turpiloquio mediatico, ci sono tutti gli ingredienti necessari per alimentare dietrologie e complottismi di ogni risma.

Innanzi tutto la dinamica del fatto che ancora appare abbastanza confusa, nonostante le ricostruzioni un po’ troppo risolutive  fornite dalla questura capitolina secondo cui un uomo solo, a detta loro uno squilibrato, abbia sfidato da solo la tifoseria napoletana, una delle più vivaci ed aggressive del panorama ultras nazionale e dopo le provocazioni e le bombe carta, inseguito e messo alle strette dai supporters partenopei abbia usato come extrema ratio una pistola calibro 7.65 con la matricola abrasa, che successivamente sarebbe stata buttata in un cestino da una donna in stato di panico. Tuttavia ci sarebbero altri particolari ad arricchire una narrazione già particolarmente corposa e nebulosa: l’uomo in questione, oltre ad essere un vecchio ultras capitolino con un “pedigree” a dir poco ricco di denunce ed aneddoti di violenza negli stadi e non solo, è un militante di estrema destra, candidato anche  in una lista civica a sostegno di Alemanno; inoltre, lo stesso sarebbe partito alla caccia dei rivali dal “Trifoglio” uno spazio occupato dai militanti dall’estrema destra romana, ricavato dai vecchi campi di allenamento della Lazio. Fin qui, potrebbe sembrare tutto abbastanza normale se non fosse per altri dettagli che, almeno inizialmente, sono sfuggiti a i più: principalmente il fatto che lo stesso (ferito durante la colluttazione successiva agli spari) abbia più volte negato di aver fatto partire i colpi di pistola, ma la cosa più sorprendente è che la sua versione sia stata corroborata dallo stub; infatti il guanto di paraffina ha dato esito negativo.

Ma le vere incongruenze cominciano proprio da questo dato: infatti, ancora fino a ieri sera, questo dato che potrebbe cambiare quella che appare una verità già scritta, non era stato messo ancora agli atti giudiziari. Inoltre a suscitare ulteriori perplessità è il fatto che nonostante ( a torto o a ragione) “Gastone” (questo il nome dell’ultras romanista) sia stato praticamente trascurato dai media e dalle autorità, intente a sbattere in prima pagina il nuovo mostro del momento: uno dei leader del tifo organizzato napoletano, responsabile, non si sa bene di cosa, ma da punire assolutissimamente.

Probabilmente è proprio questo aspetto a far smarrire il filo rosso della discussione: un romanista solitario assalta un gruppo di napoletani ferendone gravemente uno di loro e tutta l’opinione pubblica si scaglia contro uno dei leader della tifoseria oggetto dell’aggressione, dapprima perchè avrebbe costretto il capitano della propria squadra ad interloquire con lui, successivamente perchè, su invito dello stesso Hamsik, di dirigenti della squadra e della questura perchè avrebbe scavalcato il cancello entrando in campo, come poi hanno fatto almeno 300 tifosi campani per festeggiare la vittoria della coppa,  infine per aver indossato una t-shirt che rivendicava l’innocenza di Antonio Speziale, il tifoso catanese accusato e condannato per l’omicidio di Raciti nel 2007, con buona pace della libertà d’opinione.

A complicare un quadro, già di per sè abbastanza contorto, uno sfondo non propriamente rassicurante: il corpo di polizia nell’occhio del ciclone per gli applausi riservati da parte degli iscritti al Sap agli assassini di Aldrovandi, emblema di una polemica ormai sempre meno latente tra determinate fazioni delle forze di polizia e le istituzioni; un Ministro degli Interni che raccoglie sempre meno consensi e che vede smentita la sua relazione secondo la quale non ci sia stata nessuna trattativa coi capi degli ultras napoletani, ed allo stesso tempo invoca il massimo rigore, nonostante le colpe principali dovrebbero ricadere su una gestione troppo disinvolta dell’ordine pubblico, poichè era risaputo praticamente da tutti la pericolosità di quell’incrocio a Tor di Quinto. Nel frattempo, diverse voci sembrano asserire che non si sia trattata del gesto solitario di un folle, ma che a fronteggiare i tifosi azzurri sia stato un commando di più persone che poi sia riuscito a dileguarsi.

A prescindere dalle dinamiche, a quanto pare ancora tutte da accertare, il risultato principale è stato quello del ricompattamento di tutte le forze politiche, del ritorno in auge dei principali dirigenti di polizia abili nell’affibiare etichette infamanti a chi era responsabile soltanto di indossare una maglietta di gusto discutibile, ma che alla fine non costituisce reato, un nuovo giro di repressione in vista che a quanto pare userà per l’ennesima volta usera gli ultras come cavie per poi essere esteso a tutte le categorie  “conflittuali” della nostra società profilando di fatto una nuova tutela autoritaria per la democrazia nel nostro paese. Tutto questo, rigorosamente senza aver accertato i fatti, senza aver trovato il bandolo della matassa ed aver trovato i reali colpevoli; l’unica cosa che si dà per acclarata è che tutto questo sarebbe nato dal gesto sconsiderato di un ultras romanista, militante di estrema destra, ma vicino agli ambienti istituzionali e praticamente sempre impunito nonostante sia stato  accusato di episodi molto gravi.

In un’epoca passata, quella così detta ideologica, alla luce di questi fatti, in molti avrebbero rintracciato immediatamente i podromi della strategia della tensione ed avrebbero immediato gridato al complotto,  al giorno d’oggi chissà…

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