Strage di Castel Volturno

A Castel Volturno, sul litorale domitio, cinque anni fa veniva consumata una delle più violente e sanguinose stragi di camorra: un gruppo di 5 persone capeggiate da Giuseppe Setola uccise un italiano, Antonio Celiento, e poi riversò su sette ghanesi innocenti oltre 125 proiettili di kalashnikov, uccidendone sei: Kwadwo Owusu Wiafe, Ibrahim Alhaji, Karim Yakubu (detto “Awanga”), KuameAntwi Julius Francis, Justice Sonny Abu e Eric Affun Yeboah. Solo uno sopravvisse, Joseph Ayimbora,  che diverrà poi testimone chiave nel processo che si è concluso con una condanna in secondo grado ad ergastolo per Setola ed altri tre uomini del clan dei Casalesi.

Nell’anniversario di quella che tutti ricordano come la “Strage di San Gennaro”, in centinaia sono tornati in quel luogo per non dimenticare. Una giornata di riflessione di fronte alla ex sartoria africana “ObExotic Fashion”, organizzata dal centro sociale Ex-Canapificio, dal Movimento dei Migranti e Rifugiati di Caserta e dalle altre associazioni che operano sul territorio.

Esponenti di associazioni, immigrati e studenti che, il 18 settembre appunto, si sono dati appuntamento sul luogo della strage per ricordare le sei vittime morte di camorra. Una commemorazione che, secondo gli organizzatori, ha innanzitutto  lo scopo di continuare un percorso che negli anni ha coinvolto cittadini, immigrati, studenti, associazioni ed istituzioni locali e nazionali, verso la costituzione di una “giornata della memoria”.

Una memoria che deve avere l’arduo compito di ricordare che quei 125 colpi di kalashnikov furono sparati per uccidere. Uccidere degli immigrati scelti a caso tra la folla, colpiti per il colore della loro pelle e in un luogo che era simbolo dell’aggregazione della comunità africana a Castel Volturno. Sei ragazzi innocenti uccisi due volte da chi, ancora oggi, vede in quella strage una resa dei conti tra bande rivali per il controllo del territorio e dei traffici di droga. Accuse infondate, smentite dalla sentenza che per la prima volta nella storia del nostro Paese ha aggiunto alla condanna l’aggravante di odio razziale.Sono intervenuti, oltre agli esponenti del centro sociale Ex-Canapificio e della Caritas di Caserta, padre Alex Zanotelli, il presidente della comunità senegalese MamadouSy e il Commissario Prefettizio di Castel Volturno, che ha voluto conferire la medaglia d’oro al Merito Civile a Joseph Ayimbora, per la sua fondamentale testimonianza.
Dietro quei corpi lasciati morire sull’asfalto si nascondevano le storie di sei ghanesi emigrati  dall’Africa verso il nostro Paese, alla ricerca di un futuro migliore. Un futuro che, invece, gli aveva riservato l’arrivo a Castel Volturno, lo sfruttamento nei campi, il lavoro nero cercato sulle rotonde, la continua lotta per l’ottenimento di un permesso di soggiorno, gli alloggi fatiscenti, i soprusi, le porte sbattute in faccia, le discriminazioni e l’odio. Un odio che li ha uccisi il 18 settembre 2008, e che continua ad ucciderli ogni giorno.Ecco il senso della “giornata della memoria”. Una giornata che negli anni dovrà  avere il dovere di ricordare che alla camorra ci si può opporre e che, se non trova terreno fertile,  la camorra non sempre vince.  Ma che più della camorra a uccidere è l’indifferenza e le calunnie di chi non ha mai creduto che quei ragazzi fossero davvero innocenti. Perché, in fondo, erano neri.Durante la commemorazione è stata letta una lettera inviata dalla ministra per l’Integrazione Cècile Kyenge , che trovate qui.

Testo e foto di Mariarita Cardillo

Mariarita Cardillo

Sono nata in un Paese in cui avere il colore della pelle diverso è ancora un problema. In una Terra che mescola parole con pregiudizi, dove immigrato è sinonimo di clandestino, e clandestino è troppo spesso uguale a sfruttamento, lavoro nero, schiavitù. Scrivere di immigrazione non è facile. Non ho nessuna pretesa, solo raccontarvi cosa succede dove gli altri non guardano.
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