Stragi di Lampedusa: quattro strafalcioni e un funerale (farsa)

Domenico Musella

Non stiamo dando uno spettacolo edificante. Anzi, stiamo proprio mostrando il nostro peggio.Tra ipocrisia e finta pietà e false dichiarazioni di apertura sempre circondate da “ma” e “però”…

 

L’ultima vergognosa parte della grottesca commedia istituzionale attorno alla tragica strage di Lampedusa è andata in scena lunedì pomeriggio, il 21 ottobre, ad Agrigento. Si è trattato di un atto farsesco, davvero di cattivo gusto. Una cerimonia indegna, che nei programmi sarebbe dovuto essere un funerale di Stato (promesso dal presidente del consiglio Letta), ma che tecnicamente non lo è stato, presentandosi come nient’altro che una sorta di autocelebrazione di istituzioni disumane.

Innanzitutto farsesco è stato il luogo della celebrazione: Agrigento, e non Lampedusa. Evidentemente conta di più far fare campagna elettorale nella propria città al ministro degli interni Alfano che consentire la partecipazione agli isolani che hanno fatto grandi sforzi per accogliere e salvre i sopravvissuti e recuperare i corpi delle vittime. Lo stesso sindaco del capoluogo di provincia siciliano, Marco Zambuto, non è stato contento della scelta ed ha usato anche lui il termine “farsa”, disertando la cerimonia come il coraggioso sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini.

 

Una punta di surreale arrichisce poi la drammatizzazione: viene messo in scena un funerale senza bare. E sì, perché le  366 vittime degli ultimi tragici episodi sono già state sepolte in Sicilia, con minime funzioni religiose e con numeri al posto dei nomi sulle lapidi dei tumuli. Altro colpo di scena da teatro dell’assurdo: l’assenza dei parenti delle vittime. O meglio, alcune decine venute da fuori hanno potuto assistere al cerimoniale, ma ai 157 compagni di viaggio sopravvissuti, tra i quali molti parenti e amici dei defunti, non è stato permesso di uscire dal centro di accoglienza temporanea lampedusano. Tra i motivi: ordine pubblico e stato di fermo per il reato di clandestinità di cui sono accusati.

 

Ma il climax si raggiunge con un’altra geniale trovata del drammaturgo: la presenza dell’ambasciatore in Italia dell’Eritrea con lo stuolo di suoi funzionari. In pratica, al funerale non sono stati invitati i parenti dei morti, ma assassino e famiglia. La fuga di massa dal Paese del corno d’Africa verso le nostre coste è causata, infatti, dalle terribili condizioni di vita sotto il regime del dittatore Isaias Afewerki. Solo per citare le punte dell’iceberg, gli eritrei, uomini e donne, sono costretti al servizio di leva obbligatorio (essendo ufficialmente l’Eritrea ancora in stato di guerra contro l’Etiopia) fino ai 50 anni (40 per le donne). Come se non bastasse, non sono poche le testimonianze di ritorsioni contro i connazionali all’estero che si rifiutano di dare allo Stato eritreo una percentuale sulle rimesse in denaro. Don Mussie Zerai, inoltre, ha denunciato che proprio i funzionari della comunità ufficiale eritrea in Italia stanno schedando i richiedenti asilo eritrei a Lampedusa. Il tutto con il tacito assenso delle autorità italiane, ex colonizzatrici peraltro. Paradossale è dir poco. Come vi abbiamo già segnalato qui, il 25 ottobre una manifestazione a Roma del Coordinamento Eritrea Democratica farà presente tutto questo alle nostre istituzioni.

 

Non bastasse tutto ciò, quello che contorna questa infelice messa in scena non è meno imbarazzante.

 

Innanzitutto il governo italiano sta erigendo a sport nazionale lo scaricabarile delle nostre responsabilità sulle autorità europee. Sicuramente l’Europa intera condivide lo stesso intento di creare attorno a sé una “fortezza” poco penetrabile con il Mediterraneo a far da frontiara. Sicuramente potrebbe fare di più, ma non in termini di sicurezza delle coste e di sorveglianza, come invece si reclama dalla Roma dei palazzi del potere (e lo farà anche nel Consiglio Europeo di giovedì e venerdì prossimi), bensì di accoglienza. Tuttavia, siamo noi che abbiamo creato leggi disumane (come la Bossi-Fini, ma volendo risalire indietro anche la Turco-Napolitano che istituisce i CPT, oggi CIE). Siamo noi che vergognosamente non siamo dotati di una legge organica sul diritto d’asilo e costringiamo ad una burocrazia infinita chi scappa da una guerra o da una persecuzione. Il 19 ottobre migranti e rifugiati si sono uniti a tanti italiani per denunciare anche questo. In maniera ridicola, poi, l’opinione pubblica guidata dai populisti di turno se la prende anche con “l’invasione”, con “l’eccessivo numero” di gente che sbarca (quando riesce) sulle nostre coste e chiede asilo. Quando, nella realtà, accogliamo sul nostro suolo numeri ridicoli di rifugiati rispetto ad altri Paesi europei (58.060 al 31.12.2011, meno di 1 ogni mille nostri abitanti, mentre ad esempio la Germania è al 7 per mille, la Francia al 3,2).

Siamo noi che abbiamo un ministro dell’interno che dichiara, senza il minimo pudore, la cosiddetta “priorità nazionale” alla Le Pen:  «Prima di pensare al futuro di tutti gli altri che arrivano in Italia, occorrerà pensare al futuro degli italiani» (sotto, il video dal TG3)

Eppure si gira sempre attorno ai reali problemi che causano, alla radice, i naufragi e le morti nel Mediterraneo. Il sistema economico infernale, il nostro stile di vita insostenibile ed il mercato internazionale del lavoro ad essi legati. Sono questi i meccanismi che innanzitutto ci fanno sfruttare tutto il resto del pianeta per permettere ad una piccola parte di noi un certo livello di ricchezza e che ci fanno appoggiare, con un ampio mercato delle armi e interventi militari, le dittature più sanguinarie e con meno scrupoli. Quando poi esseri umani scappano da queste situazioni che noi stessi abbiamo contribuito a creare, con arroganza non li facciamo neanche arrivare da noi. O, quando malgrado il nostro impegno ci riescono, li costringiamo a stare nei CIE, gli cuciamo addosso l’etichetta di clandestini perché sono i nostri stessi Stati a non riconoscere i loro diritti e non concedere i documenti. Bisogna ammetterlo: in fondo in fondo ci fanno ancora comodo degli “schiavi” che spinti dalla miseria accettano di lavorare per noi senza le condizioni minime di diritti, a nero e con paghe da fame.

Di fronte a tutto questo spettacolo indecoroso, restiamo… anzi, ritorniamo umani.

 

Per approfondire:

gli aggiornamenti dell’associazione ASPER – per i diritti umani del popolo eritreo

il reportage della cerimonia di Fabrizio Gatti per il sito de L’Espresso

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