Sudafrica, le vedove dei minatori uccisi dalla polizia attendono ancora giustizia e aiuti

Otto mesi fa hanno perso i loro mariti, trucidati senza pudore dalle forze dell’ordine solo per aver protestato rivendicando migliori condizioni di lavoro e salari più dignitosi. A un anno di distanza, i sussidi finanziari e alimentari promessi loro dal governo di Pretoria a solo parziale risarcimento non sono ancora arrivati.

Al Jazeera English in un servizio esclusivo a cura di Tania Page intervista una delle 34 donne rimaste vedove dei minatori che lavoravano per la Lonmin, la multinazionale dell’estrazione mineraria con quartier generale a Londra.

Disperata e affranta, Nocingile nel video afferma di non voler prender parte alle convocazioni della commissione d’inchiesta su quanto accaduto il 16 agosto nella località di Marikana, delegando altri familiari. Non è per nulla contenta di come le autorità stanno portando avanti le indagini, è convinta che gli assassini non verranno realmente incriminati. Nessuno si è ancora scusato con lei e le altre vedove, nessuno si mette neanche in condizione di farsi perdonare per l’efferato massacro compiuto per affermare la forza del profitto.

Oltre il danno, la beffa: la Lonmin è sorda dinanzi alle richieste da parte sua di un lavoro che le permetta il sostentamento dei suoi cinque figli, ora che il marito (che per lavorare nella miniera di platino era via da casa, a mille chilometri di distanza, tutto l’anno e rivedeva i cari solo a Natale) non può più farlo. Le razioni di cibo promesse dallo Stato sono arrivate solo due volte, ed il fondo messo in piedi dalla Lonmin per aiutare i figli dei minatori contro cui le forze di sicurezza aprirono il fuoco permette solo a due dei bambini di Nocingile di andare a scuola.

La speranza è che di fronte al suo appello ai media internazionali lo Stato sudafricano e la multinazionale si mettano una mano sulla coscienza.

 

Il servizio con video di Al Jazeera English

 

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