Turchia, strage di minatori: omicidio, non incidente

Un’esplosione in una miniera di carbone nel distretto di Soma, in provincia di Manisa (nord-ovest della Turchia) ha causato 245 morti, circa 80 feriti, mentre si cercano ancora i corpi di 120 persone.

 

Questi sono i dati diramati dal Ministero dell’Energia quando scriviamo, purtroppo in continuo aumento di ora in ora. Il totale degli operai presenti in miniera al momento dell’esplosione era di 787, secondo l’azienda proprietaria dell’impianto, la Soma Kömür İşletmeleri A.Ş. A quanto si apprende sulle circostanze dell’avvenimento, l’esplosione ha poi causato un black-out letale, bloccando gli ascensori ed impedendo così la fuga a molti degli operai rimasti intrappolati, molti dei quali non hanno appunto resistito alle esalazioni di monossido di carbonio e alle fiamme.

 

 

Le autorità, prime fra tutte il governo di Recep Tayyip Erdoğan, si sono affrettate a parlare di «grave incidente». Ma è incredibile quanto sia facile per i potenti attribuire al fato delle tragedie che hanno invece dei responsabili chiari, che hanno compiuto scelte politiche ed economiche ben precise e calcolate.  

 

La responsabilità economica è senza dubbio della società privata proprietaria della miniera, che negli ultimi hanni ha attuato una strategia di abbassamento dei costi di estrazione, realizzato risparmiando sulla manutenzione degli impianti, sulla sicurezza e sul costo del lavoro. Molti degli operai, infatti, lavoravano non con dei contratti normali ma attraverso subappalti di vario grado: lo stesso sistema neoliberista di “scatole cinesi” usato un po’ in tutto il mondo, messo in atto per spingere al ribasso i salari ed evadere facilmente le proprie responsabilità. Il tutto, molto spesso con la complicità di élite sindacali più interessate a trattare con l’industriale che a difendere il lavoratore.  

 

La responsabilità politica è invece chiaramente dell’esecutivo Erdoğan e del partito di maggioranza parlamentare, l’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo). I partiti di opposizione CHP (Partito Popolare Repubblicano, centrosinistra nazionalista), MHP (Movimento Nazionalista, di estrema destra e legato ai Lupi Grigi) e BDP (Partito della Pace e della Democrazia, sinistra filocurda) hanno presentato nell’ottobre 2013 una mozione per avviare un’inchiesta proprio sulla sicurezza delle miniere di Soma, respinta e archiviata il 29 aprile scorso proprio con i voti dell’AKP. Non a caso, il proprietario della Soma Kömür İşletmeleri pare sia molto legato al partito di maggioranza, per il quale avrebbe fatto anche campagna elettorale (anche regalando pacchi di carbone in cambio di voti!) nelle ultime amministrative di marzo, vinte con ampio margine.  

Tutti erano a conoscenza delle precarissime condizioni di lavoro a Soma: stando ai dati dell’MHP, nel 2013 si sono verificati ben 5.000 diversi “incidenti” sul lavoro, il 90% dei quali nelle miniere. I morti complessivi sul lavoro in Turchia sono stati lo scorso anno 1.235. 396 quelli del 2014 ad oggi, esclusi quelli della miniera di Soma.

La vicenda è il frutto di più di un paradosso. Innanzitutto ci conferma che il lavoro si sta allontanando sempre più da ciò dovrebbe essere: diventa schiavitù e non di rado sfocia nella carneficina. Un tragico filo rosso lega i morti di oggi a quelli in Bangladesh dello scorso anno, ai 1.000 (3 al giorno circa) caduti sul lavoro in Italia ogni anno, e a chissà quanti altri nel mondo, la cui vita è stata ritenuta molto meno importante del profitto. In secondo luogo, ci mostra quanto il modello di sviluppo di Paesi cosiddetti “emergenti” come la Turchia (che hanno imparato alla perfezione le malefatte occidentali) si fondi sul solito maltrattamento dei lavoratori e, terzo punto, su scelte energetiche assurde. Fa orrore, nel 2014, pensare di ricavare ancora l’energia dal carbone, un combustibile fosse che nuoce agli uomini (in tutti i sensi, ahinoi) e all’ambiente.  

 

I prossimi tre giorni in Turchia sono stati dichiarati di lutto nazionale dal presidente della Repubblica Abdullah Gül. L’HDP, Partito Democratico dei Popoli, soggetto politico nato all’indomani di piazza Taksim e in stretto dialogo con il BDP, ha proposto invece una settimana di lutto e ha lanciato un appello per uno sciopero generale che blocchi il Paese.  

 

Tutta la Turchia si è mobilitata dalla serata di ieri in solidarietà con i parenti delle vittime, urlando a gran voce lo slogan #İsKazasıDeğilCinayet, “Non è un incidente, è un omicidio!”, che dagli striscioni e cartelli delle numerose manifestazioni è diventato anche un hashtag popolare su Twitter (mentre alcuni parlano di nuovi tentativi di censura di questo social, non nuova nel Paese).

 

Nella metro di Istanbul la protesta è diventata un flash mob di attivisti stesi a terra con la faccia sporca di nero. Migliaia le iniziative di protesta pacifiche, spesso con in testa gli elmetti da minatore.

 

Nonostante ciò nelle strade è tornata protagonista la repressione di queste proteste, cui le autorità turche (che per le forze dell’ordine spendono moltissimo) ci hanno già abituati al Gezi Park di Istanbul e all’Università ODTÜ di Ankara (dove dalla scorsa estate gli studenti protestano contro un’autostrada che nei progetti attraverserà il campus distruggendo un bosco). Proprio nella capitale turca gli studenti, partiti in corteo verso il Ministero dell’Energia, hanno subìto violente cariche.

 

Ad Ankara, ma come ad İzmir, Diyarbakır e in altri posti la polizia ha risposto con lacrimogeni e cariche.

  Non sono mancati gli arresti tra i manifestanti, in molti casi parenti delle vittime. Come a dire: non solo devi morire sul lavoro o vedere morti i tuoi familiari, ma devi anche stare zitto e non lamentarti. Altrimenti, botte. Proprio per questo sono stati numerosissimi i paragoni sui social, relativamente al trattamento dei parenti delle vittime, tra la strage di Soma e quella di Roboski.

 

A proposito di sfrontatezza, Erdoğan in giornata si è anche recato a visitare, fintamente addolorato, il luogo della tragedia. Ma ha preferito salutare le persone a distanza, con un muro di poliziotti a proteggerlo.

Cittadini e parenti delle vittime hanno animosamente contestato il premier, evidentemente non contenti di vederlo.

Neanche a dirlo, anche lì l’apparato repressivo si è scatenato. In questo tweet persino un consigliere politico del Primo Ministro si cimenta nel prendere a calci un dimostrante.

 

In serata poi Erdoğan ha continuato a infierire, affermando pubblicamente in una conferenza stampa che la miniera di Soma era tra le più sicure della nazione, e citando numerose altre catastrofi nelle miniere per dimostrare che tali “incidenti” sono sempre capitati nella Storia. Omettendo, tuttavia, che quasi sempre non è stato per via del caso.

 

L’agenzia stampa Firat News (in inglese, turco, curdo, arabo, persiano) aggiorna costantemente sugli sviluppi.

Vi consigliamo inoltre il profilo twitter @Hevallo e, tra le tante, la fotogallery del Wall Street Journal Turkey

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