Turchia, tutti pazzi per Teheran

La recente visita in Iran del primo ministro turco, Recep Erdogan, sconvolge l’equilibrio delle forze nel braccio di ferro regionale. Un cambio radicale nella politica estera di Ankara, che segue la scia delle recenti aperture statunitensi, ma persegue anche obiettivi strategici propri.

In principio era lo “Zero Problemi con i Vicini”, lo slogan che riassumeva la politica estera della nuova Turchia prima delle cosiddette “Rivolte Arabe”. Si trattava del principio di “equidistanza” nelle questioni internazionali e di buoni rapporti con i paesi vicini come premessa di stabilità e sviluppo.

Poi venne il 2010, la disputa con Israele per l’uccisione, da parte della forze di difesa ebraiche, di otto attivisti turchi a bordo della Mavi Marmara, la nave della Freedom Flottilla che tentò di forzare il blocco della Striscia di Gaza. Tra il 2011 e il 2013, iniziarono i contrasti con il governo di Bahsar al-Assad in Siria, a causa del notevole appoggio fornito da Ankara alle forze ribelli, ma anche frizioni con l’Iraq riguardo ai contratti petroliferi siglati dalla Turchia con il Kurdistan iracheno senza interpellare Baghdad, e con l’Egitto, a causa della contrarietà di Erdogan al regime militare.

Ma è soprattutto l’ingerenza – poco “equidistante” – nella crisi siriana la scelta più estrema del governo turco. Tanto più che una simile scelta di campo non poteva non comportare un avvicinamento alle posizioni dei detrattori di Assad – Stati Uniti d’America e paesi arabi del Golfo – e un contestuale allontanamento dalle posizioni dei suoi alleati, Iran e Russia in primis.

Una tendenza, questa, che il primo ministro turco ha recentemente dimostrato di voler modificare, a parole e con i fatti.

A parole, per mezzo di una visita ufficiale, a fine gennaio, proprio a Teheran, durante la quale Erdogan ha incontrato il presidente iraniano, Hassan Rouhani, così come la Guida Suprema del paese, l’Ayatollah Ali Khamenei. Il tema? Il rafforzamento dei legami commerciali ed energetici tra i due paesi.

Negli stessi giorni, poi, l’esercito turco colpiva una appostamento dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL), gruppo islamista attivo in Siria, proprio in territorio siriano. Una sortita momentanea, effettuata, sembra, come ritorsione a un colpo di mortaio che poco prima era stato sparato dai combattenti dello ISIL in territorio turco durante uno scontro tra questi e l’Esercito Libero Siriano. Un atto, tuttavia, che inquadrato nell’attuale contesto internazionale appare anche come un cenno d’intesa verso l’Iran, da mesi impegnato nella denuncia delle atrocità commesse dai gruppi islamisti in Siria.

Una scelta strategica, quella di Ankara, sotto diversi punti di vista, alla luce delle recenti distensioni tra l’Iran di Rouhani e gli Stati Uniti.

Innanzitutto, un riavvicinamento all’Iran potrebbe aiutare ad alleviare la piaga del conflitto siriano, che infetta il confine meridionale della Turchia. Uno scontro che sta vedendo il coinvolgimento sempre più numeroso di militanti islamisti attivi certamente contro Assad, ma anche contro i ribelli non islamisti: gli stessi che Ankara supporta fin dall’inizio delle ostilità.

In secondo luogo, gli accordi energetici con l’Iran potrebbero garantire alla Turchia un prezioso approvvigionamento di petrolio e gas senza passare per il Kurdistan, in modo tale da alleviare i dissapori con il governo iracheno.

Un cambio di rotta significativo, che dimostra come Ankara non sia soltanto intenzionata ad uniformarsi alle recenti aperture verso Teheran da parte degli Stati Uniti, quanto piuttosto intenda inserirsi in tale clima e approfittare della distensione per rafforzare la propria posizione strategica nella regione.

Giovanni Andriolo

Osservatorio: "Il Grande Gioco: Nord-Africa e Asia Centro-Occidentale". Dal Marocco all'Afghanistan, passando per Iran e Penisola Araba: è questo il terreno in cui si sta combattendo la guerra poco religiosa nel cuore del mondo islamico. La posta in gioco? Egemonia regionale e controllo delle risorse energetiche. Un grande Risiko nella regione cuscinetto tra tre Continenti che coinvolge, più o meno ufficialmente, tutte le maggiori potenze del mondo.
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